Il progetto originale di Canti Randagi nacque dieci
anni fa, da un’idea di Adele Di Palma e Dario
Zigiotto, per festeggiare il decennale di Creuza de
Mà, il disco-pietra miliare che fu allo stesso
tempo spartiacque e ponte tra la musica etnica e la
canzone d’autore e che gettò le basi
di nuovi linguaggi musicali, di nuove correnti. L’idea
era brillante: coinvolgere una decina di musicisti
di estrazione “popolare” che re-interpretasse
le canzoni di De Andrè con un approccio etnico,
utilizzandole come fil-rouge culturale e artistico
a legare sonorità regionali diverse in una
sintesi del meglio della tradizione popolare da una
parte e della poetica cantautorale dall’altra.
L’esperimento riuscì
in pieno, tantopiù perché fu un omaggio
a “maestro vivente”, cosa piuttosto comune
nel mondo anglosassone quanto rara sui nostri mari,
dove - tranne rare eccezioni - pare che gli artisti
affermati si ricordino di ricordare i loro maestri solo
dopo la loro morte. Omaggio a maestro vivente, si diceva,
scevro quindi da qualunque politica di facile commercialità
e davvero rivolto all’espressività artistica
dei linguaggi delle minoranze.
Il concerto nella sua forma originale - quella eseguita
dagli undici - tra musicisti e gruppi - che avevano
inciso il disco (ora esaurito) fu eseguito una sola
volta. Poi poche altre, in forma ridotta, con alcuni
degli interpreti. Questo avviene stasera a Vinadio,
dove l’Associazione culturale Marcovaldo ha voluto
Sedon Salvadie, Riccardo Tesi e Patrick Vaillant,
Baraban e Elena Ledda per valorizzare le loro
lingue e le loro culture e, contemporaneamente, per
ricordare Fabrizio De André. A vent’anni
da Creuza, appunto, e a dieci dai Canti Randagi.
L’atmosfera nel forte è
magica; gli archi perimetrali rischiarati a lume di
candela, la gente che preme per entrare mentre si
termina l’ultimo sound check. Sotto l’”ala”
centrale c’è un silenzio quasi religioso,
finché Bruno Gambarotta -
che fu uno dei partecipanti alla stesura del progetto
- sale sul palco e presenta l’idea della serata,
in cui ognuno dei partecipanti avrà a disposizione
un set di mezz’ora circa per presentare alcuni
pezzi del proprio repertorio oltre, naturalmente al
brano di De André che scelse per Canti randagi.
Primi
a salire sul palco i friulani della Sedon Salvadie.
Capitanati da Andrea del Favero -
vulcanico organettista nonché ideatore di manifestazioni
culturali della portata di Folkest
e direttore della omonima etichetta discografica -
e con Loris Vescovo alla chitarra
eseguono tra l’altro la bellissima Done
Mari, canzone di intensa bellezza e
malinconia struggente. Il loro omaggio a De André
è il Canto del servo pastore.
“Abbiamo dovuto adattarlo non poco - spiega
lo stesso Del Favero - sia alla nostra cultura, perché
nella nostra terra molte delle cose di cui si parla
non esistono, a cominciare dal concetto stesso di
servo pastore, che alla nostra natura. E così,
ad esempio, la sughera è diventata un abete".
Seguono
i Baraban. Nel primo pezzo ospitano Donata
Pinti con la sua ninna nanna estiva e mediterranea,
poi è tutto un frullare di fischietti e ocarine
e sono ritmi di violini. Sono terre di passaggio e
musiche che hanno attraversato i secoli. Fino alla
Canzone del maggio, che
dai tempi dei Canti Randagi non manca mai ai loro
concerti e che recentemente hanno voluto integrare
con due strofe che De André eseguì in
concerto alla fine degli anni ’70 ritrovate
su una cassetta pirata. Strofe che secondo i Baraban
“sono attualissime. Oggi come non mai”.
Altro cambio palco con intervento di
Bruno Gambarotta che racconta aneddoti gastronomico-letterari
ed è il turno di Patrick Vaillant e
Riccardo Tesi. Il genio dell’organetto
diatonico, nonché compositore, ricercatore
e pioniere della musica etnica da una parte e il signore
della mandola e dei mandolini si lanciano in un’escursione
nella musica tradizionale delle Alpi Marittime più
un’incursione nell’opera di De André.
La loro canzone-omaggio è Coda
di Lupo, nella traduzione in occitano
nizzardo di J. L. Sauvaigo.
È
quasi mezzanotte e lo scenario del forte è
- se possibile - ancora più incantato. Alla
luce delle candele si è aggiunta quella della
trapunta di stelle da cielo di montagna e l’aria
fresca porta il profumo dell’erba. In questo
quadro si staglia ora la voce di Elena
Ledda accompagnata dal suo gruppo, a
chiudere con la Sardegna il breve viaggio di stasera
tra lingue e culture, idiomi e fonemi, ma sopratuttto
emozioni. L’omaggio a De André è
Tre Madri, il resto sono
canti popolari, patrimonio culturale dell'isola rinvigorito
da suoni contemporanei e meticciati.
E non si sa bene se chiudere gli occhi
e lasciarsi trasportare via o tenerli ben aperti e
fissare le immagini di questo concerto. E, magari,
pensare che a Fabrizio sarebbe piaciuto.