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Concerti

Morgan al Festivaletteratura - 08/09/2005
“La musica è terapia, tutto il resto è caos”
di Giorgio Maimone

Buio in sala, luce sul palco. Un piano a coda. Entra Morgan (Marco Castoldi), saluta, si siede al piano e inizia a suonare. Le note hanno un sapore antico. Questa la so, è il primo pensiero. E all’inizio del canto il dubbio si scioglie: “La festa appena cominciata è già finita”. “Canzone per te” di Sergio Endrigo, l’incontro inizia bene, con un omaggio, il migliore omaggio possibile a un grande esponente della canzone d’autore, morto appena la sera prima. Morgan dimostra di conoscere la canzone, la suona divinamente e la voce, in genere forte e sicura, ogni tanto si appanna e si incrina sulle punte più ossute, ma l’effetto d’affetto è ancora maggiore, perché le incertezze ricordano al meglio l’ultima voce dell’ultimo Endrigo, quando la sua sordità incipiente rendeva difficile cantare nei toni appropriati. Oh, intendiamoci, soltanto un accenno. Morgan ne dà davvero una grande versione della canzone per intero.

Stupisce il pubblico che applaude cortese: non hanno capito l’omaggio. Enzo Gentile è il sodale di Morgan in questo incontro ed esce in aiuto: “Ci sono artisti che non conoscono le radici della musica d’autore italiana. Che è un po’ come se un pittore o uno scultore non conoscessero Michelangelo. Morgan no. Le radici le conosce e le pratica. Fa eco Morgan: “Certo non ho imparato questa canzone in queste ultime quattro ore. E’ pure una canzone complicata”. Quella che segue è la cronaca di un’ora di chiacchiere e canzoni, condotta con maestria e classe dai due protagonisti. Morgan molto sicuro, padrone del palco e del rapporto col pubblico, in grado di dare sempre riposte intelligenti e piacevole e per nulla affrettate. In mezzo ancora omaggi ai grandi della musica d’autore italiana. Un’ottima impressione per Morgan: cultura, sensibilità e coraggio.

EG – “Vuoi spiegare allora come un giovane entra in contatto per la prima volta con le tradizioni della musica d’autore? Perché tu, in fondo sei un giovane. Quanti anni hai?”

Morgan – “Io sono del ’72. Il primo contatto è stata la televisione e poi naturalmente i miei genitori. Che non erano patiti di musica, avevano una cultura normale e una passione media per la musica. Mia madre suonava il piano: musica classica in genere, che a me fungeva da sonnifero. Mi ricordo che a 5/7 anni sono rimasto sveglio per guardare in televisione l’ultimo concerto di Elvis Presley prima di morire. Era una grande emozione stare svegli a guardare la televisione! Un po’ mi chiedevo chi fosse quel signore che buttava via tutti quei fazzoletti bianchi. E poi non sapevo che nel repertorio che eseguiva c’erano canzoni di italiani come Pino Donaggio e Domenico Modugno. Di Endrigo, più o meno nello stesso periodo, mi ricordo “L’arca di Noé”, che non posso aver visto in diretta al Festival di Sanremo, ma che devo aver visto in qualche replica.

Da subito imparai che c’erano due categorie: chi si cantava le proprie canzoni e chi cantava quelle di altri. Ricordo che i miei genitori sostenevano che se uno le sue canzoni se le scrive da sé è più “importante” di uno che canta soltanto. Per cui Simon & Garfunkel erano importanti, i Beatles erano importanti (anche se mio padre sosteneva che suonavano bene, ma i testi erano un po’ leggerini).Chi scriveva testi importanti? Secondo mio padre Donovan. E così ho ascoltato moltissimo Donovan da piccolo. Ma, ripeto, i miei genitori avevano una conoscenza media della musica: non conoscevano i Velvet Underground, eppure i loro migliori dischi sono di quel periodo, non conoscevano (o poco e male) i Doors di Jim Morrison. Poi, crescendo, grazie a una sorella un po’ più grande di me, ho conosciuto le canzoni di Fabrizio De André e poi di De Gregori, di Edoardo Bennato e altri. Ma De André, i primi anni che andavo via in campeggio da solo, verso i 14 anni, era il mio preferito e soprattutto “Non al denaro, non all’amore, né al cielo”. Uno dei primi dischi che invece ho acquistato è un vecchio disco dimenticato di John Mayall, l’alfiere del british blues. La musica comunque per me è terapeutica. Quando sento musica io sono sano, tutto il resto è caos”.Dopo De André mi ha folgorato Umberto Bindi, sempre intravisto in una replica televisiva. Mio padre mi ha spiegato la sua storia, la sua solitudine, l’emarginazione. Io sentivo che Bindi portava nella musica leggera lo stesso studio dell’armonia della musica colta. Bindi mi ricorda un po’ Gershwin, lo stesso approccio, con questi spunti tra la classica e il jazz”.

A questo punto canta “Se ci sei” di Umberto Bindi

”Guarda, è finito l’inverno,
non poteva durare
perché se ci sei
ritorna l’estate” …

EG – E ti sei mai confrontato con gli altri artisti, con questi artisti “storici” diciamo?

Morgan – Mah, è un po’ difficile, perché a me in genere piacciono quelli morti (risate del pubblico). Ho conosciuto David Bowie, gli regalai una bottiglia di Brunello di Montalcino. Non so se la apprezzò.

EG – Però conosci Battiato …

Morgan – “Battiato sì. Ed ha un grosso vantaggio. Dal vivo è identico ai suoi testi! Quando ho fatto “Non al denaro” gli ho lasciato il disco in portineria a Milano. Qualche giorno dopo mi chiama e mi dice: “complimenti. E’ il tuo primo lavoro da interprete. Ma perché tutta quella introduzione all’inizio? Mettila alla fine”. L’introduzione era il “ta-tan-ta-tan che introduce “La collina”! A volte i consigli di Battiato non vanno ascoltati! (risate). Gli ho risposto che forse, avendo sentito tanto Bach avevo mutuato questo bisogno di spazi musicali … lui mi ascolta e poi mi fa: “evidentemente per te Bach è un problema!” Vabbè … (risate)

EG – Sgalambro? Non dice niente Sgalambro?

Morgan -. “Quando ho visto Sgalambro era sempre celato dietro certi tomi! Libri importanti come “La poetica” di Aristotele o i “Dialoghi sui massimi sistemi”. Mi ricordo che una volta gli ho fatto leggere un mio testo. C’era una frase che suonava all’incirca come “se avessi già capito la vita, sarei ad un passo dal cielo”. Lui ci pensa su e mi fa, con quel suo vocione: “Morgan … è interessante “già”! Tutto lì. Poi coi camerieri al ristorante passa un sacco di temo a parlare sul concetto di caldo, freddo, semifreddo… evidentemente ama di più parlare coi camerieri. (risate)!

EG – Parliamo del lavoro su “Non al denaro” …

Morgan – “E’ un lavoro eminentemente discografico. Non è un lavoro sul libro. Il lavoro sul libro lo aveva già fatto De André. A me interessava l’album, il concept, anche perché “Non al denaro “ è forse il miglior conceptc album italiano di sempre. Nel mio disco “manca” De André, nel senso che manca la sua voce, anche perché lui usa tonalità che io non ho. Io ho cercato di lavorare soprattutto sulle musiche di Piovani, che allora aveva 22 anni, ma ha inciso un lavoro che è un classico e che della musica classica porta tutte le caratteristiche di orchestrazione. Nessuno faceva dischi così curati e così strutturati allora. Ho cercato di mettermi in contatto con Piovani per procurarmi la partitura dell’album; volevo fare lo stesso lavoro che si fa su un’opera di Mozart. Uno prende “Il flauto magico” e gli dà una sua particolare lettura interpretativa. Finalmente ho raggiunto Piovani tramite Dori Ghezzi e la sorpresa è stata scoprire che la partitura non c’era. E’ evidente che ci deve essere stata sennò nona avrebbero potuto fare il lavoro che hanno fatto, ma è andata smarrita o perduta o chissà che. E allora ho dovuto rifarmi da solo tutta la partitura. E lì è scattato qualcosa e mi sono permesso “piccole correzioni”, ma può suonare presuntuoso, diciamo aggiustamenti, variazioni, anche “clonazioni”, nel senso che ho preso pezzi da un punto del disco, temi armonici, stacchi, per riportarli in altri punti, ma estirpando il materiale dal suo stesso DNA. Ne è venuto fuori un disco che è completamente diverso, ma del tutto rispettato.

EG – Hai compiuto un’operazione che al cinema è una costante, il famoso “remake”, ma che nel mondo della musica è ancora una rarità.

Morgan – Mah, sai, si fa, anche per riappropriarsi del catalogo discografico, e si faceva anche tempo fa. Modugno ad esempio ha fatto tante versioni diverse dei suoi successi, così tante che se uno andasse a cercare la versione originale di “Volare” non la troverebbe. Anche perché si chiama “Nel blu dipinto di blu”(risate!).

EG – Da cosa sei partito per afrontare “Non al denaro”? Quale è stato il punto di attacco?

Morgan – Sono partito dall’inizio, dalla prima canzone. L’ho solo fatta anticipare dal quelle poche note di piano che De André e Piovani avevano messo in fondo al disco. Ma poi siamo andati avanti in ordine: dalla prima canzone, dalle note che Battiato avrebbe voluto spostare in fondo al disco, fino alla fine. Che è stato anche un modo per imparare ad eseguirlo dall’inizio alla fine.

Canta “La collina”

”Dove se n’è andato Elmer che di febbre si lasciò morire,
dove Herman bruciato in miniera?
Dove sono Bert e Tom, il primo ucciso in una rissa
E l’altro che uscì già morto di galera?
E Charlie che cadde mentre lavorava
E dal ponte volò, volò sulla strada …
Dormono, dormono sulla collina …”

EG – Effettivamente sia la tua operazione, di reinterpretare un intero album, che quella di De Andrè di musicare un libro sono operazioni inconsuete. Esiste un libro che tu vorresti musicare? Tanto per richiamare il tema per cui siamo a Mantova a un Festival di Letteratura…

Morgan – No. E con questo la domanda è già finita (risate). Spesso vengo colpito da quello che leggo, ma ne prendo solo spunto e più sul piano dello stile che dell’argomento. Ci sono molti autori che frequento, soprattutto degli anni ’50 … anche loro tutti morti (risate). Nelle poesie, che poi è un altro discorso mi piace Leopardi, poi Dino Campana, Landolfi, Manganelli … ma non posso fare una canzone da Leopardi! Io ho iniziato a scrivere canzoni in inglese e il più delle volte erano fatte a slogan, frasi fatte. Poi ho iniziato a scrivere in italiano e vedevo autori come De André o Battiato che avevano uno stile proprio, qualsiasi cosa facessero. Allora la domanda era come farmi uno stile mio? Forse non ce l’ho ancora fatta, non lo so. Però Pavese mi ha aiutato: ho rubato intere frasi o pensieri da “Il mestiere di vivere” per scrivere la mia prima canzone in italiano (più tardi la eseguirà). Oggi, ad esempio, mi piace la matematica …

EG – Cerco di restare in tema. Tu hai scritto anche dei libri …

Morgan – C’è una raccolta di testi che non posso dire poesie e neanche canzoni, o almeno non lo erano quando li ho scritti. Si chiama “Dissoluzione” e, fedeli al concetto del titolo, quando è uscito il libro abbiamo usato poca colla per attaccare le pagine, in modo che il libro davvero si dissolvesse. Io ne ho fogli sparsi in mezzo alla libreria. A qualcuno è piaciuto questo sistema, ad altri no.

Voce dal pubblico – Se volevi che i fogli si staccassero bastava che te lo facevi pubblicare da Mondatori!

Morgan – Hanno i fogli che si staccano? Colpa di Berlusconi. No, Berlusconi in realtà fa sparire i libri. “1984” di Orwell, che è Mondatori non è più ripubblicato ed è introvabile. Forse perché nelò libro c’è la frase “chi controlla il passato, controlla il futuro” … (risate)

EG - Passiamo alle colonne sonore, perché hai fatto anche quelle! Ma dove lo trovi tutto questo tempo?

Morgan – Il tempo c’è. Ne ho fatto due, una per Infascelli “Il suono della vanità” e l’altra per Asia. Il principio è mettersi al servizio. Bach lo faceva con i principi e i re e io con i registi, ma distinguiamo le canzoni dallo “score”, la vera colonna sonora. I produttori pagano l’ira di Dio per avere le canzoni nella colonna sonora, ma non vogliono pagare le musiche di fondo. Danno davvero due lire. E io credo che se si andrà avanti così di nuovi Morricone in Italia non ne nasceranno più. Perché se uno deve mettersi a fare un lavoro faticoso e pure oscuro e non è neanche pagato, ma chi glielo fa fare? Ci sono comunque molti modi per fare le colonne sonore: prima si legge la sceneggiatura, poi si vedono le scene, ma adesso i registi, almeno quelli della mia generazione sono molto esperti di musica, quindi lo scambio con loro è continuo e proficuo. Infascelli suonava pure … Così nel film io ho fatto quello che voleva lui, ma l’ho fatto col mio stile. Mettersi al servizio, ti dicevo …

Canta “Una storia d’amore e vanità” dalla colonna sonora di “Il siero della vanità”, rivelando che il testo in realtà viene dritto dalle Metamorfosi di Ovidio, rispondendo così in ritardo alla precedente domanda di Gentile. Poi di seguito riprende gli omaggi a Endrigo con delle bellissime versioni di”Adesso sì” e “Dove credi di andare”.

EG – Un’ultima domanda. Tu mi dirai che non si sono mai sciolti i Blue Vertigo e che quindi non posso rimettersi assieme. Ma allora quando e se suoneranno ancora insieme?

Morgan – Non posso saperlo, posso augurarmelo, posso fare in modo di … ma essendo in quattro, dipende anche dagli altri. Noi siamo stati sempre completamente liberi e poi avevamo deciso dalla formazione di incidere una trilogia, poi un best e poi di scioglierci. Siamo rimasti impressionati di quanto siamo stati bravi a prevedere il nostro futuro … che poi invece è semplicissimo: basta dire una cosa e poi farla! (risate). Direi che i Blue Vertigo ci sono di più quando non ci sono. Posso anche dirti che ora sto scrivendo canzoni che potrebbero essere suonate da un gruppo. Ho chiuso la mia fase da interprete, per ora, e sto riprendendo a fare canzoni che i Blue Vertigo potrebbero suonare. Ma questo non vuol dire niente.

EG – Ma non hai nostalgia?

Morgan – Per ora no. Per altro anche il gruppo con cui suono adesso è ottimo. Poi devo dirti che rivedendo le canzoni che ho scritto con i Blue Vertigo qualche sprazzo di imbarazzo in me c’è! Le tappe immediate mie sono la partecipazione al prossimo “Premio Tenco” (potrebbe vincere la targa come interprete), la produzione del nuovo disco di Bugo che è un cantautore originale. Perché i grandi maestri muoiono e ci vuole qualcuno che li sostituisca! (Ndr – Morgan ha solo 32 anni, ha almeno 20 di carriera ancora davanti. Potrebbe anche essere lui una leva di ricambio? Forse sì. Almeno qui a Mantova ha mostrato ottime potenzialità. Speriamo! – Fine nota del Redattore).

Morgan si congeda cantando “Io che amo solo te”, ancora di Endrigo e chiude con il suo “La vita è impossibile”, il brano ispirato da Pavese. Applausi e ripetute chiamate in scena, ma l’ora tarda non consente bis.

Ultimo aggiornamento: 09-09-2005
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