Buio in sala, luce sul palco. Un piano a coda. Entra
Morgan (Marco Castoldi), saluta, si siede al piano e
inizia a suonare. Le note hanno un sapore antico. Questa
la so, è il primo pensiero. E all’inizio
del canto il dubbio si scioglie: “La festa appena
cominciata è già finita”. “Canzone
per te” di Sergio Endrigo, l’incontro inizia
bene, con un omaggio, il migliore omaggio possibile
a un grande esponente della canzone d’autore,
morto appena la sera prima. Morgan dimostra di conoscere
la canzone, la suona divinamente e la voce, in genere
forte e sicura, ogni tanto si appanna e si incrina sulle
punte più ossute, ma l’effetto d’affetto
è ancora maggiore, perché le incertezze
ricordano al meglio l’ultima voce dell’ultimo
Endrigo, quando la sua sordità incipiente rendeva
difficile cantare nei toni appropriati. Oh, intendiamoci,
soltanto un accenno. Morgan ne dà davvero una
grande versione della canzone per intero.
Stupisce il pubblico che applaude cortese:
non hanno capito l’omaggio. Enzo Gentile è
il sodale di Morgan in questo incontro ed esce in aiuto:
“Ci sono artisti che non conoscono le radici della
musica d’autore italiana. Che è un po’
come se un pittore o uno scultore non conoscessero Michelangelo.
Morgan no. Le radici le conosce e le pratica. Fa eco
Morgan: “Certo non ho imparato questa canzone
in queste ultime quattro ore. E’ pure una canzone
complicata”. Quella che segue è la cronaca
di un’ora di chiacchiere e canzoni, condotta con
maestria e classe dai due protagonisti. Morgan molto
sicuro, padrone del palco e del rapporto col pubblico,
in grado di dare sempre riposte intelligenti e piacevole
e per nulla affrettate. In mezzo ancora omaggi ai grandi
della musica d’autore italiana. Un’ottima
impressione per Morgan: cultura, sensibilità
e coraggio.
EG – “Vuoi spiegare allora come un giovane
entra in contatto per la prima volta con le tradizioni
della musica d’autore? Perché tu, in fondo
sei un giovane. Quanti anni hai?”
Morgan – “Io sono del ’72.
Il primo contatto è stata la televisione e poi
naturalmente i miei genitori. Che non erano patiti di
musica, avevano una cultura normale e una passione media
per la musica. Mia madre suonava il piano: musica classica
in genere, che a me fungeva da sonnifero. Mi ricordo
che a 5/7 anni sono rimasto sveglio per guardare in
televisione l’ultimo concerto di Elvis Presley
prima di morire. Era una grande emozione stare svegli
a guardare la televisione! Un po’ mi chiedevo
chi fosse quel signore che buttava via tutti quei fazzoletti
bianchi. E poi non sapevo che nel repertorio che eseguiva
c’erano canzoni di italiani come Pino Donaggio
e Domenico Modugno. Di Endrigo, più o meno nello
stesso periodo, mi ricordo “L’arca di Noé”,
che non posso aver visto in diretta al Festival di Sanremo,
ma che devo aver visto in qualche replica.
Da subito imparai che c’erano due categorie: chi
si cantava le proprie canzoni e chi cantava quelle di
altri. Ricordo che i miei genitori sostenevano che se
uno le sue canzoni se le scrive da sé è
più “importante” di uno che canta
soltanto. Per cui Simon & Garfunkel erano importanti,
i Beatles erano importanti (anche se mio padre sosteneva
che suonavano bene, ma i testi erano un po’ leggerini).Chi
scriveva testi importanti? Secondo mio padre Donovan.
E così ho ascoltato moltissimo Donovan da piccolo.
Ma, ripeto, i miei genitori avevano una conoscenza media
della musica: non conoscevano i Velvet Underground,
eppure i loro migliori dischi sono di quel periodo,
non conoscevano (o poco e male) i Doors di Jim Morrison.
Poi, crescendo, grazie a una sorella un po’ più
grande di me, ho conosciuto le canzoni di Fabrizio De
André e poi di De Gregori, di Edoardo Bennato
e altri. Ma De André, i primi anni che andavo
via in campeggio da solo, verso i 14 anni, era il mio
preferito e soprattutto “Non al denaro, non all’amore,
né al cielo”. Uno dei primi dischi che
invece ho acquistato è un vecchio disco dimenticato
di John Mayall, l’alfiere del british blues. La
musica comunque per me è terapeutica. Quando
sento musica io sono sano, tutto il resto è caos”.Dopo
De André mi ha folgorato Umberto Bindi, sempre
intravisto in una replica televisiva. Mio padre mi ha
spiegato la sua storia, la sua solitudine, l’emarginazione.
Io sentivo che Bindi portava nella musica leggera lo
stesso studio dell’armonia della musica colta.
Bindi mi ricorda un po’ Gershwin, lo stesso approccio,
con questi spunti tra la classica e il jazz”.
A questo punto canta “Se ci sei” di Umberto
Bindi
”Guarda, è finito
l’inverno,
non poteva durare
perché se ci sei
ritorna l’estate” …
EG – E ti sei mai confrontato con gli altri
artisti, con questi artisti “storici”
diciamo?
Morgan
– Mah, è un po’ difficile, perché
a me in genere piacciono quelli morti (risate del
pubblico). Ho conosciuto David Bowie, gli regalai
una bottiglia di Brunello di Montalcino. Non so se
la apprezzò.
EG – Però conosci Battiato …
Morgan – “Battiato sì. Ed ha un
grosso vantaggio. Dal vivo è identico ai suoi
testi! Quando ho fatto “Non al denaro”
gli ho lasciato il disco in portineria a Milano. Qualche
giorno dopo mi chiama e mi dice: “complimenti.
E’ il tuo primo lavoro da interprete. Ma perché
tutta quella introduzione all’inizio? Mettila
alla fine”. L’introduzione era il “ta-tan-ta-tan
che introduce “La collina”! A volte i
consigli di Battiato non vanno ascoltati! (risate).
Gli ho risposto che forse, avendo sentito tanto Bach
avevo mutuato questo bisogno di spazi musicali …
lui mi ascolta e poi mi fa: “evidentemente per
te Bach è un problema!” Vabbè
… (risate)
EG – Sgalambro? Non dice niente Sgalambro?
Morgan -. “Quando ho visto Sgalambro era sempre
celato dietro certi tomi! Libri importanti come “La
poetica” di Aristotele o i “Dialoghi sui
massimi sistemi”. Mi ricordo che una volta gli
ho fatto leggere un mio testo. C’era una frase
che suonava all’incirca come “se avessi
già capito la vita, sarei ad un passo dal cielo”.
Lui ci pensa su e mi fa, con quel suo vocione: “Morgan
… è interessante “già”!
Tutto lì. Poi coi camerieri al ristorante passa
un sacco di temo a parlare sul concetto di caldo,
freddo, semifreddo… evidentemente ama di più
parlare coi camerieri. (risate)!
EG – Parliamo del lavoro su “Non al denaro”
…
Morgan – “E’ un lavoro eminentemente
discografico. Non è un lavoro sul libro. Il
lavoro sul libro lo aveva già fatto De André.
A me interessava l’album, il concept, anche
perché “Non al denaro “ è
forse il miglior conceptc album italiano di sempre.
Nel mio disco “manca” De André,
nel senso che manca la sua voce, anche perché
lui usa tonalità che io non ho. Io ho cercato
di lavorare soprattutto sulle musiche di Piovani,
che allora aveva 22 anni, ma ha inciso un lavoro che
è un classico e che della musica classica porta
tutte le caratteristiche di orchestrazione. Nessuno
faceva dischi così curati e così strutturati
allora. Ho cercato di mettermi in contatto con Piovani
per procurarmi la partitura dell’album; volevo
fare lo stesso lavoro che si fa su un’opera
di Mozart. Uno prende “Il flauto magico”
e gli dà una sua particolare lettura interpretativa.
Finalmente ho raggiunto Piovani tramite Dori Ghezzi
e la sorpresa è stata scoprire che la partitura
non c’era. E’ evidente che ci deve essere
stata sennò nona avrebbero potuto fare il lavoro
che hanno fatto, ma è andata smarrita o perduta
o chissà che. E allora ho dovuto rifarmi da
solo tutta la partitura. E lì è scattato
qualcosa e mi sono permesso “piccole correzioni”,
ma può suonare presuntuoso, diciamo aggiustamenti,
variazioni, anche “clonazioni”, nel senso
che ho preso pezzi da un punto del disco, temi armonici,
stacchi, per riportarli in altri punti, ma estirpando
il materiale dal suo stesso DNA. Ne è venuto
fuori un disco che è completamente diverso,
ma del tutto rispettato.
EG – Hai compiuto un’operazione che al cinema
è una costante, il famoso “remake”,
ma che nel mondo della musica è ancora una rarità.
Morgan – Mah, sai, si fa, anche per riappropriarsi
del catalogo discografico, e si faceva anche tempo
fa. Modugno ad esempio ha fatto tante versioni diverse
dei suoi successi, così tante che se uno andasse
a cercare la versione originale di “Volare”
non la troverebbe. Anche perché si chiama “Nel
blu dipinto di blu”(risate!).
EG – Da cosa sei partito per afrontare “Non
al denaro”? Quale è stato il punto di
attacco?
Morgan – Sono partito dall’inizio, dalla
prima canzone. L’ho solo fatta anticipare dal
quelle poche note di piano che De André e Piovani
avevano messo in fondo al disco. Ma poi siamo andati
avanti in ordine: dalla prima canzone, dalle note
che Battiato avrebbe voluto spostare in fondo al disco,
fino alla fine. Che è stato anche un modo per
imparare ad eseguirlo dall’inizio alla fine.
Canta “La collina”
”Dove se n’è
andato Elmer che di febbre si lasciò morire,
dove Herman bruciato in miniera?
Dove sono Bert e Tom, il primo ucciso in una rissa
E l’altro che uscì già morto di
galera?
E Charlie che cadde mentre lavorava
E dal ponte volò, volò sulla strada
…
Dormono, dormono sulla collina …”
EG – Effettivamente sia la tua operazione,
di reinterpretare un intero album, che quella di De
Andrè di musicare un libro sono operazioni
inconsuete. Esiste un libro che tu vorresti musicare?
Tanto per richiamare il tema per cui siamo a Mantova
a un Festival di Letteratura…
Morgan – No. E con questo la domanda è
già finita (risate). Spesso vengo colpito da
quello che leggo, ma ne prendo solo spunto e più
sul piano dello stile che dell’argomento. Ci
sono molti autori che frequento, soprattutto degli
anni ’50 … anche loro tutti morti (risate).
Nelle poesie, che poi è un altro discorso mi
piace Leopardi, poi Dino Campana, Landolfi, Manganelli
… ma non posso fare una canzone da Leopardi!
Io ho iniziato a scrivere canzoni in inglese e il
più delle volte erano fatte a slogan, frasi
fatte. Poi ho iniziato a scrivere in italiano e vedevo
autori come De André o Battiato che avevano
uno stile proprio, qualsiasi cosa facessero. Allora
la domanda era come farmi uno stile mio? Forse non
ce l’ho ancora fatta, non lo so. Però
Pavese mi ha aiutato: ho rubato intere frasi o pensieri
da “Il mestiere di vivere” per scrivere
la mia prima canzone in italiano (più tardi
la eseguirà). Oggi, ad esempio, mi piace la
matematica …
EG – Cerco di restare in tema. Tu hai scritto
anche dei libri …
Morgan – C’è una raccolta di testi
che non posso dire poesie e neanche canzoni, o almeno
non lo erano quando li ho scritti. Si chiama “Dissoluzione”
e, fedeli al concetto del titolo, quando è
uscito il libro abbiamo usato poca colla per attaccare
le pagine, in modo che il libro davvero si dissolvesse.
Io ne ho fogli sparsi in mezzo alla libreria. A qualcuno
è piaciuto questo sistema, ad altri no.
Voce dal pubblico – Se volevi che i fogli si
staccassero bastava che te lo facevi pubblicare da
Mondatori!
Morgan – Hanno i fogli che si staccano? Colpa
di Berlusconi. No, Berlusconi in realtà fa
sparire i libri. “1984” di Orwell, che
è Mondatori non è più ripubblicato
ed è introvabile. Forse perché nelò
libro c’è la frase “chi controlla
il passato, controlla il futuro” … (risate)
EG - Passiamo alle colonne sonore, perché
hai fatto anche quelle! Ma dove lo trovi tutto questo
tempo?
Morgan – Il tempo c’è. Ne ho fatto
due, una per Infascelli “Il suono della vanità”
e l’altra per Asia. Il principio è mettersi
al servizio. Bach lo faceva con i principi e i re
e io con i registi, ma distinguiamo le canzoni dallo
“score”, la vera colonna sonora. I produttori
pagano l’ira di Dio per avere le canzoni nella
colonna sonora, ma non vogliono pagare le musiche
di fondo. Danno davvero due lire. E io credo che se
si andrà avanti così di nuovi Morricone
in Italia non ne nasceranno più. Perché
se uno deve mettersi a fare un lavoro faticoso e pure
oscuro e non è neanche pagato, ma chi glielo
fa fare? Ci sono comunque molti modi per fare le colonne
sonore: prima si legge la sceneggiatura, poi si vedono
le scene, ma adesso i registi, almeno quelli della
mia generazione sono molto esperti di musica, quindi
lo scambio con loro è continuo e proficuo.
Infascelli suonava pure … Così nel film
io ho fatto quello che voleva lui, ma l’ho fatto
col mio stile. Mettersi al servizio, ti dicevo …
Canta “Una storia d’amore e vanità”
dalla colonna sonora di “Il siero della vanità”,
rivelando che il testo in realtà viene dritto
dalle Metamorfosi di Ovidio, rispondendo così
in ritardo alla precedente domanda di Gentile. Poi
di seguito riprende gli omaggi a Endrigo con delle
bellissime versioni di”Adesso sì”
e “Dove credi di andare”.
EG – Un’ultima domanda. Tu mi dirai che
non si sono mai sciolti i Blue Vertigo e che quindi
non posso rimettersi assieme. Ma allora quando e se
suoneranno ancora insieme?
Morgan – Non posso saperlo, posso augurarmelo,
posso fare in modo di … ma essendo in quattro,
dipende anche dagli altri. Noi siamo stati sempre
completamente liberi e poi avevamo deciso dalla formazione
di incidere una trilogia, poi un best e poi di scioglierci.
Siamo rimasti impressionati di quanto siamo stati
bravi a prevedere il nostro futuro … che poi
invece è semplicissimo: basta dire una cosa
e poi farla! (risate). Direi che i Blue Vertigo ci
sono di più quando non ci sono. Posso anche
dirti che ora sto scrivendo canzoni che potrebbero
essere suonate da un gruppo. Ho chiuso la mia fase
da interprete, per ora, e sto riprendendo a fare canzoni
che i Blue Vertigo potrebbero suonare. Ma questo non
vuol dire niente.
EG – Ma non hai nostalgia?
Morgan – Per ora no. Per altro anche il gruppo
con cui suono adesso è ottimo. Poi devo dirti
che rivedendo le canzoni che ho scritto con i Blue
Vertigo qualche sprazzo di imbarazzo in me c’è!
Le tappe immediate mie sono la partecipazione al prossimo
“Premio Tenco” (potrebbe vincere la targa
come interprete), la produzione del nuovo disco di
Bugo che è un cantautore originale. Perché
i grandi maestri muoiono e ci vuole qualcuno che li
sostituisca! (Ndr – Morgan ha solo 32 anni,
ha almeno 20 di carriera ancora davanti. Potrebbe
anche essere lui una leva di ricambio? Forse sì.
Almeno qui a Mantova ha mostrato ottime potenzialità.
Speriamo! – Fine nota del Redattore).
Morgan si congeda cantando “Io che amo solo
te”, ancora di Endrigo e chiude con il suo “La
vita è impossibile”, il brano ispirato
da Pavese. Applausi e ripetute chiamate in scena,
ma l’ora tarda non consente bis.