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Concerti

Donovan al Festivaletteratura

di Leon Ravasi. Foto © Festivaletteratura

E’ un’emozione. Qualcosa che non ti aspetti. Un vecchio hippy sul palco con una chitarra. Ed è magia!

Io e il mio amico Gypsy Dave, lo zingaro Davide, abbiamo preso ad andare per i borghi. Ovunque ci fermassimo trovavano un bar, un pub, un locale dove sfoderare le chitarre e in cambio di una birra e magari anche di un panino, suonare per glia avventori occasionali. Erano anni magici, c’era molto più sole per le strade e la pioggia, quando pioggia veniva, aveva un'altra fragranza, di terra, sapore di pulito. E sfido chiunque a dire che fossimo troppo giovani per cercare di raggiungere il sole!

Spostarsi non era un problema: i piedi calpestavano lievi il terreno e un passaggio in auto non era poi un miraggio lontano. Si camminava tanto e, a volte, si progrediva. Altre si girava in tondo, come i gatti girano nel sole. Le chitarre portavano dentro, come marmi ancora da sbozzare, cascate intere di note cristalline. C’era solo da muovere le mani, appoggiarle sulle corde, farle entrare in vibrazione. Il resto veniva da sé.

Nascevano canzoni come sbocciano i fiori a primavera e avevano gli stessi colori e gli stessi profumi: fiori e canzoni. Gypsy Dave aveva il fuoco dentro E lo estingueva con un furioso fingerpicking: le sue dita non sostavano sulle corde, forse si posavano, forse le sfioravano. A volte così veloci da sembrare ferme come uccelli sui fili del telegrafo. Altre volte invece erano stormi che si alzavano in volo: un frullare di piume, ali e strida nel cielo. Capitava che queste musiche diventassero canzoni, ma per questo era necessaria un’altra magia: la saggezza dei fisici, dei matematici, degli elettricisti, dei maghi e degli altri cosiddetti dei di ogni tempo e religione. L’alchimia diventava parola, la parola si faceva suono, il suono tornava canzone, chiudendo così il cerchio. Generato da un dio, tornava ad un dio sotto forma di canto.

Guardavo Gypsy Dave che cantava canzoni, ne sentivo vibrare le note nel cuore. Approfittavo del tempo per inventare altro tempo. O pause nel tempo. O buchi soltanto. L’ordito delle ore si smagliava e la trama era sottile: non reggeva. Nel tempio pagano dei beat café il tempo non passa: gli manca una “i”. Ciò non toglie che ci siano storie che si possano cantare, parlare del turchese o di altri colori. Di come siano dentro ai nostri tormenti, ai gesti più estremi: giallo è il colore dei capelli del mio vero amore, blu il colore della malinconia, verde è un colore che non uso molto spesso. Meglio il Magenta. Maria Magenta. O il blu di Prussia. E se indossassi il mio amore come fosse un paradiso? Avrei forse imparato a volare.

Mi dicono di riccioli d’oro/cappello da pioggia che in una chitarra ha trovato del vento. Bisogna saperlo prendere il vento! Sia per tenerlo ed ascoltar le risposte, sia per volare con la sua spinta alle spalle, con la camicia per vela e la testa-pennone che spia al timone, nascosto nell’ombra, una delle mille possibili direzioni tracciate nel mare. Il cammino è segnato? La chitarra contiene canzoni? Scegliamo di essere o di divenire? Facciamo domande, ma vogliamo risposte? Ci sono donne e uomini e misteriose presenze: sono elfi, falene, sirene o lucciole pregne. Sono i prati infiammati di mille fiammelle, di fuochi fatui perduti e di lampi d’amore che illuminano il cielo con la pienezza di un laser che va a parlar con le stelle. Io suono, poi canto, poi canto e poi suono: infine sogno. E nel sogno le canzoni mi vengono in dote.

Le stesse da 40 anni, dagli anni ’60, al sapore di Lassie, Zorro e Rin Tin Tin. Al sapore di Calippo e di Cedrata Tassoni, di sofficini Findus e di Campbell, intesa minestra. Un bianco e nero di foto che cede spazio al colore: da Kennedy al Papa, alla Bardot a Romy Schneider, da Kursciov a Chaplin, da Sofia a James Dean. Un viaggio.

C’è un viaggio in ogni chitarra: un viaggio inespresso, un viaggio da fare. La mia chitarra è una nave che deve salpare, una macchina per incrociare nel tempo. Fabbrica immagini, produce sorrisi, fa vivere Gypsy ancora una sera. Mio amico di sempre, che mi passeggi di fianco, talvolta di dentro, ma sempre presente, perché dividiamo memorie. E coltiviamo memorie. Sulle ali del musicante di strada che pigia sui tasti di un organetto sfiatato ripetiamo in un mantra: “Doratella je ne crois pas, respit-ella uinne tubai, casquajufais Jenny monaumour”. Frase sciamanica privata di un senso, che cancella le ere perdendo le forme, la definizione, la grana, la scansione del suono applicato alle sillabe.

Chiudo gli occhi e suono e suono ancora: sento Danny di dietro che vibra dentro di me coi suoi sprofondi di basso che dialogan coi miei reni e dalla schiena poi sale come un brivido denso. Un grumo di suono snocciolati dal rame delle corde pesanti di un contrabbasso da jazz. La cassa del basso vibra e caccia la polvere dalle mani che ora plaudono, dalle voci che cantano con improbabile accento e dai pochi occhi che piangono il film dei loro anni innocenti. Anni indecenti che non superano gli occhi, non arrivano al corpo, non arrivano al cuore. Un ultimo applauso, un grido per Josie, una lacrima per Geraldine e il soldatino di stagno. E’ notte, è notte fonda: le sedie salgono sui tavoli, chiude il Beat Café.

Con Donovan, chitarra acustica 12 corde e chitarra elettrica, Danny Thompson, ex Pentangle, al contrabbasso, Andrea Sisti ai cori in due canzoni e un percussionista inglese biondo e muscoloso.

Ultimo aggiornamento: 09-09-2005
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