E’ un’emozione. Qualcosa che non ti aspetti.
Un vecchio hippy sul palco con una chitarra. Ed è
magia!
Io e il mio amico Gypsy Dave, lo zingaro Davide,
abbiamo preso ad andare per i borghi. Ovunque ci fermassimo
trovavano un bar, un pub, un locale dove sfoderare le
chitarre e in cambio di una birra e magari anche di
un panino, suonare per glia avventori occasionali. Erano
anni magici, c’era molto più sole per le
strade e la pioggia, quando pioggia veniva, aveva un'altra
fragranza, di terra, sapore di pulito. E sfido chiunque
a dire che fossimo troppo giovani per cercare di raggiungere
il sole!
Spostarsi non era un problema: i piedi calpestavano
lievi il terreno e un passaggio in auto non era poi
un miraggio lontano. Si camminava tanto e, a volte,
si progrediva. Altre si girava in tondo, come i gatti
girano nel sole. Le chitarre portavano dentro, come
marmi ancora da sbozzare, cascate intere di note cristalline.
C’era solo da muovere le mani, appoggiarle sulle
corde, farle entrare in vibrazione. Il resto veniva
da sé.
Nascevano canzoni come sbocciano i fiori a primavera
e avevano gli stessi colori e gli stessi profumi: fiori
e canzoni. Gypsy Dave aveva il fuoco dentro E lo estingueva
con un furioso fingerpicking: le sue dita non sostavano
sulle corde, forse si posavano, forse le sfioravano.
A volte così veloci da sembrare ferme come uccelli
sui fili del telegrafo. Altre volte invece erano stormi
che si alzavano in volo: un frullare di piume, ali e
strida nel cielo. Capitava che queste musiche diventassero
canzoni, ma per questo era necessaria un’altra
magia: la saggezza dei fisici, dei matematici, degli
elettricisti, dei maghi e degli altri cosiddetti dei
di ogni tempo e religione. L’alchimia diventava
parola, la parola si faceva suono, il suono tornava
canzone, chiudendo così il cerchio. Generato
da un dio, tornava ad un dio sotto forma di canto.
Guardavo Gypsy Dave che cantava canzoni, ne
sentivo vibrare le note nel cuore. Approfittavo del
tempo per inventare altro tempo. O pause nel tempo.
O buchi soltanto. L’ordito delle ore si smagliava
e la trama era sottile: non reggeva. Nel tempio pagano
dei beat café il tempo non passa: gli manca una
“i”. Ciò non toglie che ci siano
storie che si possano cantare, parlare del turchese
o di altri colori. Di come siano dentro ai nostri tormenti,
ai gesti più estremi: giallo è il colore
dei capelli del mio vero amore, blu il colore della
malinconia, verde è un colore che non uso molto
spesso. Meglio il Magenta. Maria Magenta. O il blu di
Prussia. E se indossassi il mio amore come fosse un
paradiso? Avrei forse imparato a volare.
Mi dicono di riccioli d’oro/cappello da pioggia
che in una chitarra ha trovato del vento. Bisogna saperlo
prendere il vento! Sia per tenerlo ed ascoltar le risposte,
sia per volare con la sua spinta alle spalle, con la
camicia per vela e la testa-pennone che spia al timone,
nascosto nell’ombra, una delle mille possibili
direzioni tracciate nel mare. Il cammino è segnato?
La chitarra contiene canzoni? Scegliamo di essere o
di divenire? Facciamo domande, ma vogliamo risposte?
Ci sono donne e uomini e misteriose presenze: sono elfi,
falene, sirene o lucciole pregne. Sono i prati infiammati
di mille fiammelle, di fuochi fatui perduti e di lampi
d’amore che illuminano il cielo con la pienezza
di un laser che va a parlar con le stelle. Io suono,
poi canto, poi canto e poi suono: infine sogno. E nel
sogno le canzoni mi vengono in dote.
Le
stesse da 40 anni, dagli anni ’60, al sapore di
Lassie, Zorro e Rin Tin Tin. Al sapore di Calippo e
di Cedrata Tassoni, di sofficini Findus e di Campbell,
intesa minestra. Un bianco e nero di foto che cede spazio
al colore: da Kennedy al Papa, alla Bardot a Romy Schneider,
da Kursciov a Chaplin, da Sofia a James Dean. Un viaggio.
C’è un viaggio in ogni chitarra: un viaggio
inespresso, un viaggio da fare. La mia chitarra è
una nave che deve salpare, una macchina per incrociare
nel tempo. Fabbrica immagini, produce sorrisi, fa vivere
Gypsy ancora una sera. Mio amico di sempre, che mi passeggi
di fianco, talvolta di dentro, ma sempre presente, perché
dividiamo memorie. E coltiviamo memorie. Sulle ali del
musicante di strada che pigia sui tasti di un organetto
sfiatato ripetiamo in un mantra: “Doratella je
ne crois pas, respit-ella uinne tubai, casquajufais
Jenny monaumour”. Frase sciamanica privata di
un senso, che cancella le ere perdendo le forme, la
definizione, la grana, la scansione del suono applicato
alle sillabe.
Chiudo gli occhi e suono e suono ancora: sento Danny
di dietro che vibra dentro di me coi suoi sprofondi
di basso che dialogan coi miei reni e dalla schiena
poi sale come un brivido denso. Un grumo di suono snocciolati
dal rame delle corde pesanti di un contrabbasso da jazz.
La cassa del basso vibra e caccia la polvere dalle mani
che ora plaudono, dalle voci che cantano con improbabile
accento e dai pochi occhi che piangono il film dei loro
anni innocenti. Anni indecenti che non superano gli
occhi, non arrivano al corpo, non arrivano al cuore.
Un ultimo applauso, un grido per Josie, una lacrima
per Geraldine e il soldatino di stagno. E’ notte,
è notte fonda: le sedie salgono sui tavoli, chiude
il Beat Café.
Con Donovan, chitarra acustica 12 corde e chitarra
elettrica, Danny Thompson, ex Pentangle, al contrabbasso,
Andrea Sisti ai cori in due canzoni e un percussionista
inglese biondo e muscoloso.