Immaginate una creuza de mà. Sì, proprio
un viottolo ripido largo non più di un metro
e mezzo, che parte dall’Aurelia e scende al
mare, attorcigliato tra quelle case tipiche della
Liguria, alte, strette e coi muri sghembi appoggiate
l’una all’altra. Dalla strada maestra
quasi non si vede, lo si deve cercare, e bisogna infilarcisi
dentro, fidandosi di non scivolare sui ciottoli viscidi
si salsedine.
Poi, in fondo, la meraviglia di una
calata con le barche in secca, una spiaggetta, gli
scogli, una minuscola passeggiata a mare – ma
sarebbe più corretto definirla tratturo –
che arriva con una scaletta da un lato e se ne parte
con altrettanta scaletta dall’altro, un pittosforo
semi appoggiato al muro e un bar-ristorante con al’esterno
una piastrellatura anni venti che recita “vini
pregiati piemontesi”. Un gioiellino, una Boccadasse
mignon, sconosciuta ai più.
E’ qui che Mastro Marco Spiccio,
pianista e medico, con la complicità di molti
amici, tutti arrivati assolutamente per amore, ha
organizzato una rassegna di canzone d’autore
dall’emblematico titolo “C’era un
cartello giallo con una scritta nera”. Emblematico
perché ci troviamo a Marina di Campolungo,
a due passi da quella stazione del paesino di S. Ilario,
teatro delle vicende della deandreiana Bocca di rosa
e la rassegna terminerà con la posa di una
targa dedicata proprio a questa storia.
A suonare in questo mese di luglio
sono arrivati tanti amici: da Alessio Lega
e Isa con Luigi Maieron,
a Max Manfredi con Valeria
Rossi, a Marco Ongaro con
Grazia de Marchi. Da Augusto
Forin con Pino Pavone e
Ezio Vendrame a Maria Pierantoni
Giua a Pino Marino a Marco
Cambri con Bob Callero a
Franco Boggero, ma la sera del 23
luglio è stata una sera speciale, una celebrazione
collettiva della musica, dell’amicizia e quant’altro
ancora. Una serata in cui un numero di artisti presentati
da Daniele Lucca si sono alternati sul palco e hanno
regalato ai presenti una serata fatta soprattutto
di emozioni. E scusate se è poco.
Ma andiamo con ordine. I primi a salire
sul palco sono i Disamistade, giovane
band monregalese. Fanno cover di Fabrizio De André.
Dov’è la novità, direte voi? Sono
giovanissimi, età media 20 anni, armati di
entusiasmo e di passione e musicalmente molto preparati.
Già dalle prime note riescono a creare l’atmosfera
giusta per quello che verrà. Sanno anche stare
bene sul palco e, tra una canzone e l'altra raccontano
di essere stati in visita alla stazioncina di S.Ilario
e di aver trovato un edificio in ristrutturazione
dove c'era sì un cartello giallo con una scritta
nera, ma la scritta recitava "Organi in movimento"!
Bah!
Segue la Banda elastica Pellizza,
con le sue canzoni-sberleffo ai luoghi comuni, i suoi
ghigni nei confronti delle ipocrisie. Canzoni scanzonate
che che culminano in quella loro concettualmente più
seria “tutti matti”, che con ironia e
lucidità analizza il fenomeno dei giudizi che
piombano dall’alto verso i membri più
o meno diversi della comunità, con facilità
etichettati “matti”.
È quindi il turno di Paolo
Pieretto, cantautore canturino che, armato
di chitarra, spazia tra temi ironici, critici e introspettivi.
Lo segue a ruota Massimiliano Larocca
che con allure springsteeniana ultima maniera (ossia
armato di chitarra e basta) e cuore in toscana in
bilico tra il mare e l'Appennino sfodera un canto
di acqua - Gli amori dei marinai
- e uno di terra - Canto della luna nuova.
Conclude la triade Andrea Parodi,
quello di Cantù, che dopo aver presentato in
solo la sua Carolina - cover di Townes
Van Zandt ricollocata tra la Sardegna e Genova, darà
inizio alla "danza" di Marco Marenco
dei Disamistade, piccolo folletto salterino della
serata che con il suo buzouki andrà poi a ricamare
di suoni di altri set.
La girandola di artisti continua con un'inedita coppia
di ricercatori universitari, Marco Spiccio
al piano e Cristiano Angelini alla
voce. Una delle canzoni parla di Genova, o forse parla
proprio a Genova - vecchia signora, amata, ma in qualche
modo anche temuta - con quel suo fare lirico, a tratti
spigoloso, sempre originale.
Poi Augusto Forin, con la sua voce
intensa e le sue intuizioni. Ed è qui che si
inizia, anzi no, qui si manifesta prepotentemente,
si era iniziato a percepire già nel set precedente
come il profumo del minestrone al pesto, quel flusso
di tematiche care a Max Manfredi,
quello stesso brodo di coltura, stesso ambiente, stessi
amici. Amici. Ecco la parola magica della serata.
È l'amicizia il fil rouge che lega, cementa
e collega tutto. E nel vortice di questo nucleo primitivo
entrano - o vengono risucchiati tutti gli alti artisti.
E nel vortice entra Max, accompagnato da Spiccio,
da Matteo Nahum alla chitarra dei
Disamistade, da un inedito Federico Bagnasco
in camicia technicolor e basso dei Disamistade e da
Marco dei Disamistade, che col suo fido Buzouki accompagna
in maniera ineccepibile "Le storie
del porto di Atene".
Conclude il programma "ufficiale" della
serata Luca Ghielmetti che, prima
alla chitarra poi al piano snocciola le sue ballate.
E l'acqua del suo lago si rovescia e si mescola con
la salsedine del mare. Senza emissari né intermediari.
Così il termine logico della serata non poteva
esser altro che "Genova per noi",
corale, eseguita da tutti gli artisti contemporaneamente.
E l'emozione tocca le stelle.