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Concerti

Il vulcanico Carlo Fava
di Antonio Piccolo

Vulcanico, appunto. E tale aggettivo cade a proposito, visto il luogo e la cornice del concerto: Villa Campolieto, Ercolano, nell'ambito della rassegna Cantautori in villa, sottotitolo 'na sera e 'luglio con il Club Tenco', organizzata dalla Provincia di Napoli e dall’Ente Ville Vesuviane assieme al Club Tenco e che si svolge dall'8 al 15 luglio.

Il 10 luglio è il turno di Carlo Fava, promosso a pieni voti. Se già il disco non poteva lasciare dubbi sul suo talento, dal vivo risulta ancora più convincente e, senz’altro, in piena crescita. Protagonista della terza serata di un’interessantissima rassegna organizzata dal Club Tenco ad Ercolano (Na), nell’incantevole scenario della Villa Campolieto, Carlo Fava ipnotizza il pubblico campano non solo con la qualità effettiva del quartetto con cui si presenta, ma anche per la simpatia, la presenza scenica, la caparbia forza d’attore che caratterizza i suoi spettacoli dal vivo.

In piena crescita, dunque. E anche flessibile, come l’uomo terribilmente egoista dipinto nella canzone “L’uomo flessibile”, che dà il titolo al suo ultimo album, presentato interamente. La prima canzone è “Tenera è la notte”, e quelle che seguono ospitano quasi tutte dei monologhi. Monologhi che vengono prima non durante le canzoni stesse, ed è in quei momenti che il quartetto si sbizzarrisce in trovate ritmiche: oltre Fava che suona il piano, ci sono Vittorio Marinoni alla batteria, Martina Marchiori al violoncello ed il grande Beppe Quirici - già collaboratore di Giorgio Gaber e Ivano Fossati - al basso, che arrangia e produce le opere di Fava.

Flessibile dicevamo, tant’è vero che bisogna stare attenti per cogliere tutte le sfumature, le aggiunte, i ritocchi che le canzoni subiscono. È spassoso ascoltare gli aneddoti che per Fava confermano che in Italia ci sono più scrittori - travestiti da intellettuali - che lettori, oppure vederlo trasformarsi nel personaggio di un uomo che, tanto è l’odio per le donne, ha deciso di frequentare gli uomini e ne spiega a fondo le ragioni.

Sfumature, aggiunte, ritocchi dati da spunti di cronaca. Per esempio, visto che i tempi lo richiedono, durante l’esecuzione de “L’Italia non legge” canta, diversamente dal disco, “L’Italia se parla, parla solo in inglese / e riforma la scuola come fosse un’impresa”. Quella di Carlo Fava è anche una battaglia contro l’ottusità generale che vuole tutto semplice, felice e accessibile. L’ottusità dei “tempi dell’immateriale”, che possono “fare a meno delle vecchie parole”.

Ad esempio, l’ottusità della maggioranza dei grandi discografici che, come racconta con un sorriso, gli hanno offerto un contratto con la EMI solo dopo aver sentito “Cofani e portiere” che, per quanto carina, è solo un divertissment. L’ottusità di un programma che viene chiamato telegiornale, e che invece è solamente Studio Aperto di Italia1, a cui dedica una canzone - intitolata “La scaletta” - dove è elencato il sommario di un’edizione qualsiasi - ed è inutile dire che le notizie sono tutte su calendari, Briatore e Grande Fratello.

O ltre che far ridere, però, e qui sta la sua grandezza, Fava è capace di toccare profondamente l’animo di chi ascolta quando si lascia andare a sfoghi dai quali esce prepotentemente tutta la sua esperienza teatrale (Fava ha studiato arte drammatica con Richard Gordon), come nel monologo aggiunto a “Metroregione”, dove urla in un sussurro “la canzone deve essere facile, facile, facile!”, o in quello che introduce “L’ultima volta che ho visto gli occhiali”, che c’è quasi da commuoversi.

Acclamatissimo da un pubblico attento e soddisfatto, fa un bis con due canzoni vecchie: “Lettera da un luogo che non so” e “Treni con prenotazione obbligatoria”.

E ti viene solo voglia di ricercare l’intera discografia.

Ultimo aggiornamento: 11-07-2005
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