Vulcanico, appunto. E tale aggettivo cade a proposito,
visto il luogo e la cornice del concerto: Villa Campolieto,
Ercolano, nell'ambito della rassegna Cantautori in
villa, sottotitolo 'na sera e 'luglio con il Club
Tenco', organizzata dalla Provincia di Napoli e dall’Ente
Ville Vesuviane assieme al Club Tenco e che si svolge
dall'8 al 15 luglio.
Il 10 luglio
è il turno di Carlo Fava, promosso a pieni
voti. Se già il disco non poteva lasciare dubbi
sul suo talento, dal vivo risulta ancora più
convincente e, senz’altro, in piena crescita.
Protagonista della terza serata di un’interessantissima
rassegna organizzata dal Club Tenco ad Ercolano (Na),
nell’incantevole scenario della Villa Campolieto,
Carlo Fava ipnotizza il pubblico campano non solo
con la qualità effettiva del quartetto con
cui si presenta, ma anche per la simpatia, la presenza
scenica, la caparbia forza d’attore che caratterizza
i suoi spettacoli dal vivo.
In piena crescita, dunque. E anche flessibile, come
l’uomo terribilmente egoista dipinto nella canzone
“L’uomo flessibile”,
che dà il titolo al suo ultimo album, presentato
interamente. La prima canzone è “Tenera
è la notte”, e quelle che seguono
ospitano quasi tutte dei monologhi. Monologhi che
vengono prima non durante le canzoni stesse, ed è
in quei momenti che il quartetto si sbizzarrisce in
trovate ritmiche: oltre Fava che suona il piano, ci
sono Vittorio Marinoni alla batteria,
Martina Marchiori al violoncello
ed il grande Beppe Quirici - già
collaboratore di Giorgio Gaber e
Ivano Fossati - al basso, che arrangia
e produce le opere di Fava.
Flessibile dicevamo, tant’è vero che
bisogna stare attenti per cogliere tutte le sfumature,
le aggiunte, i ritocchi che le canzoni subiscono.
È spassoso ascoltare gli aneddoti che per Fava
confermano che in Italia ci sono più scrittori
- travestiti da intellettuali - che lettori, oppure
vederlo trasformarsi nel personaggio di un uomo che,
tanto è l’odio per le donne, ha deciso
di frequentare gli uomini e ne spiega a fondo le ragioni.
Sfumature,
aggiunte, ritocchi dati da spunti di cronaca. Per
esempio, visto che i tempi lo richiedono, durante
l’esecuzione de “L’Italia
non legge” canta, diversamente dal
disco, “L’Italia se parla, parla solo
in inglese / e riforma la scuola come fosse un’impresa”.
Quella di Carlo Fava è anche una battaglia
contro l’ottusità generale che vuole
tutto semplice, felice e accessibile. L’ottusità
dei “tempi dell’immateriale”,
che possono “fare a meno delle vecchie parole”.
Ad esempio, l’ottusità della maggioranza
dei grandi discografici che, come racconta con un
sorriso, gli hanno offerto un contratto con la EMI
solo dopo aver sentito “Cofani e portiere”
che, per quanto carina, è solo un divertissment.
L’ottusità di un programma che viene
chiamato telegiornale, e che invece è solamente
Studio Aperto di Italia1, a cui dedica una canzone
- intitolata “La scaletta”
- dove è elencato il sommario di un’edizione
qualsiasi - ed è inutile dire che le notizie
sono tutte su calendari, Briatore
e Grande Fratello.
O ltre che far ridere, però, e qui sta la sua
grandezza, Fava è capace di toccare profondamente
l’animo di chi ascolta quando si lascia andare
a sfoghi dai quali esce prepotentemente tutta la sua
esperienza teatrale (Fava ha studiato arte drammatica
con Richard Gordon), come nel monologo
aggiunto a “Metroregione”,
dove urla in un sussurro “la canzone deve
essere facile, facile, facile!”, o in quello
che introduce “L’ultima volta che
ho visto gli occhiali”, che c’è
quasi da commuoversi.
Acclamatissimo da un pubblico attento e soddisfatto,
fa un bis con due canzoni vecchie: “Lettera
da un luogo che non so” e “Treni
con prenotazione obbligatoria”.
E ti viene solo voglia di ricercare l’intera
discografia.