E
lontano, lontano nel tempo… le consuete note malinconiche,
intonate per
l’occasione da Antonello Venditti aprono la 29ma
rassegna della canzone d’autore, ma bastano pochi
minuti perché Alessio Lega, Isa e i Mariposa
– la “famosa” band di trovarobato
musicale si impadronisca del palco, scatenandosi in
una versione durissima de “il testamento del parroco
Meslier”. Forte, dirompente, emozionante, con
le voci che scandiscono il testo a mò di slogan
si spande per la platea qualcosa di nuovo, anzi, d’antico.
Le tracce di uno spirito
che da un po’ mancava, quello che coniuga l’impegno
e la poesia. Lega e la sua band continuano poi con
le loro canzoni, terminando con una Genova emozionata
e commossa, dedicata a Heidi Giuliani. Bello anche
il momento della premiazione: Enrico Deregibus –
vice-direttore dell’Isola che non c’era
– consegna la targa dicendo di essere felice
di farlo soprattutto perché "finalmente
è una vera opera prima".
Cambio
palco cambio band. E’ la volta di Macina/Gang,
il gruppone marchigiano che mescola e fonde il combat
rock dei fratelli Severini con la ricerca folk di
Gastone Petrucci. Si parte da "Sesto
San Giovanni" per arrivare a "E’
lunga la strada" - altro brano tratto
dal repertorio politico di Savona – che l’ensemble
ha fatto suo in modo totale.
L’emozione è forte,
in primis perché vedere questi artisti su questo
palco potrebbe essere il segnale che qualcosa si sta
muovendo, che forse il vento sta cambiando, ed è
un bel segnale; poi, per un moto d’orgoglio
personale, perché loro sono i “nostri”
artisti.
E la musica continua con il rap di
Caparezza. “Sciabola
al fianco, pistola alla mano” è
il brano antimilitarista di Savona di cui si è
impadronito la testa riccia di Molfetta che continua
scatenato, ironico e graffiante con musica tosta e
toste parole. Potrebbe essere semplicemente definito
rap, ma non lo è – dice lui – e
siccome tutti mi chiedono che musica faccio mi sono
inventato un nome, la “suppomusica” Non
vuol dire nulla, ma crea interesse.
La seconda parte parte con un ritmo
decisamente più disteso. Gli accordi e gli
incastri ritmici di Peter Hammil
si spandono per il teatro, in quello che si può
considerare un riassunto dell’opera del canta-polistrumentista-compositore
inglese.
Tono minore per la chiusura che tocca
a Venditti. Il cantautore romano
ha riarrangiato i suoi pezzi eliminando il pianoforte,
inserendo una ritmica decisamente rock e introducendo
quattro chitarre. Il risultato non ci ha convinto.
L’emozione finale ce l’ha
data la fine del dopofestival. Parte ahimè
non aperta al pubblico, ma riservata a stampa e artisti,
che si è conclusa con Alessio Lega,
Marco Spiccio, i Mariposa e Cristiano
Angelini che, da veri innamorati della musica,
quelli che suonano e cantano per il piacere di farlo,
si sono lasciati andare nelle onde dei suoni e delle
parole in un pot-pourri di chitarra e improbabili
strumentini (dai campanacci ai sonagli alle bottiglie
e bicchieri) che accompagnavano le parole dei grandi
(da De André a Brel, da Brassens a Ferré)
e le parole loro con uno spirito che credo (dico credo
perché non c’ero) potesse essere quello
originario del Tenco.
E lontano,
lontano….
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