Ry Cooder: "Chavez Ravine"
Ry
Cooder might have been tempted to bill this as the Chavez Ravine Social Club.
After generating such popular and critical interest in Cuban music of decades
past with the Buena Vista Social Club, Cooder applied a similar approach closer
to home, extending his fascination with the Mexican-American culture that
flourished in 1940s and '50s Los Angeles. The result is an CD that sounds
like it's aspiring to be something far more ambitious: a DVD, a theatrical
production, even a time machine. Amazon.com
Nel disco di Ry confluiscono le influenze più varie
che la house band di Cooder sviluppa con grande classe e stile: da James Ellroy
a Leiber & Stoller, il doo wop imperante in quel decennio, il suono delle
radio losangeline, il lavoro di ricerca dell’autore Mike Davis, le foto
di Don Normak, la musica cojunto e corrido spalla spalla con il west coast
blues swing jump dell’epoca mista alla memoria delle serate musicali
al vecchio stadio El Monte Legion di Chavez Ravine. Per i fan di Ry Cooder
“Chavez ravine “ è un altro passo verso l’acquisizione
di una più vasta prospettiva etnologica degli Stati Uniti. For the
newcomersi the album is a fantastic trip down the memory lane.
Ernesto
De Pascale - ilpopolodelblues.com
Nelle melodie e nei climi tex mex di “Chávez Ravine” si
sentono forte gli echi di certi suoi dischi anni ’70, “Chicken
skin music” e il live “Show time” (e infatti Flaco Jimenez
e la sua fisarmonica ci sono anche stavolta). Questa volta l’ambientazione
storica (per quanto romanzata) della vicenda lo spinge più indietro,
alla ricerca una volta ancora di un tempo irrimediabilmente perduto: e gli
si dovrà rendere merito per aver consegnato ai posteri le ultime incisioni
di Lalo Guerrero e Don Tosti, eroi della musica “pachuco” del
dopoguerra scomparsi poco dopo. Guerrero, che già i Los Lobos avevano
chiamato al loro fianco anni fa per un disco di canzoni per bambini (“Papa’s
dream”, Music for Little People, 1995), racconta con voce grinzosa ma
ancora fiera la storia dei pugili Carlos e Fatela Chávez (“Corrido
de boxeo”) e dei figli poveri del popolo spediti al fronte (“Ejercito
militar”), mena le danze con gran classe nella torrida rumba da balera
di “Los chucos suaves” (un successo locale d’epoca), commuove
tra i ricordi struggenti del suo “Barrio viejo”, un altro quartiere
latino spazzato via dalla modernità che non guarda in faccia a nessuno
(stavolta a Tucson, Arizona, perché l’avidità e il cinismo
non hanno una residenza soltanto).Alfredo
Marziano - Rockol
In questa musica splende il sole caldissimo di Chávez Ravine spento
dalle ruspe e la luce dei suoi abitanti, ancora vivissima almeno nel ricordo,
ma non mancano momenti di introspezione più intimi e delicati. Brano
dopo brano si intrecciano i fili di un racconto, che sembra sgorgare da una
vecchia e polverosa radio sintonizzata sugli States del 1950, quelli del senatore
Joe Mc Carthy e J. Edgar Hoover, quanto del pugilato come sport epico o di
meravigliose cantanti in sale da ballo traboccanti di ragazze, rumba e liquori.
Chávez Ravine è, quindi, un disco sul passato e sulla differenza,
quella che non piaceva ad alcuni e che ancora oggi si vuole cancellare od
omologare. La risposta della memoria si accompagna, però, all'orgoglio
ed alla forza della cultura, rendendo in questo modo la musica un veicolo
di idee. Hal
- Debaser.it
Parola di Bielle
La storia è quella di un quartiere satellite di Los Angeles, popolato
da latino-americani, raso al suolo negli anni '50 per fare posto al nuovo
stadio di baseball dei Dodgers. Il sobborgo si chiamava Chavez Ravine, il
ragazzo di Santa Monica che aveva assistito alla demolizione del ghetto in
una notte o poco più a metà del secolo scorso, si chiamava Ry
Cooder e mezzo secolo dopo ha voluto narrare l'episodio da par suo. Ed eccoci
di fonte al solito lavoro di grande pulizia, intelligenza, impegno e godimento
estetico che ci propone Ry. Il quale ormai non si accontanta più di
fare dischi o canzoni per narrare piccoli episodi, ha bisogno di spazi più
estesi, di progetti culturali ampi e dilatati. Come la sorta di archelogia
etno-musicale che ci imbastisce per la circostanza, pescando a piene mani
motivi e interpreti dal periodo e dalla zona etnica. Ne viene fuori un disco
intenso di musica latino-americana, imbastardita dal contatto troppo stretto
con gli statunitensi, suonata e registrata come se si fosse di fronte a un
disco di "allora per ora". Una macchina del tempo! Trovo bello quello
che Ry
Cooder ha dichiarato in una piccola intervista a "L'Unità".
Magnifico il libretto allegato, ricco di foto d'epoca.