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Fabrizio
De André di qua, Fabrizio De André di là,
il nuovo Fabrizio De André, il premio Fabrizio De André,
La Fondazione Fabrizio De André ... Fabrizio viene
tirato tutti i giorni per la giacchetta in tutte le direzioni.
E' strano per uno che non si faceva tirare e che non mi sembra
portasse neanche le giacchette. Questo eccesso di "Deandreume"
ha portato alla nascita del CASD, in seno a Bielle. Il Comitato
Anti-Scempio De André si propone di segnalare tutti
i casi di abuso del nome e dell'arte di questo grande artista,
supplendo alla vacanza di iniziative e di idee di una Fondazione
che porta il nome, contempla gli eredi, ma, almeno per ora,
non si muove nella logica di proteggerne la memoria. Il Casd
raccoglie adesioni: se vuoi aderire scrivi le tue motivazioni
qui
Massimiliano Larocca
Riguardo al discorso sulla Fondazione.....beh, ti dirò
che ho apprezzato moltissimo l’istituzione su Bielle
del Comitato di tutela: qui stiamo rischiando realmente, tramite
un lento ma inesorabile processo di istituzionalizzazione,
di impoverire l’enorme patrimonio che De Andrè
ci ha lasciato.
Quella che dovrebbe essere una grande ricchezza da cui partire
e attraverso la quale spiccare il volo, sta diventando,a mio
avviso, un binario morto.....
Chi sono i responsabili?
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In
direzione ostinata e contraria
Lo
confesserò: ho pensato tutto il male possibile di questo
disco. Ho pensato male del fatto che un “grande”
come Fabrizio De André, per la terza volta, veniva
dato in pasto alle folle indistinte del consumo natalizio.
Ho pensato male di un cd triplo con 54 canzoni e nessun inedito,
se non i 30” in cui Fabrizio si unisce al figlio in
“Cose che dimentico”, registrato dal vivo durante
il tour di “Anima salve”. Ho pensato male, ma
poi ho messo il disco nel lettore. E la magia è ripartita.
E con la magia i brividi e con i brividi i pensieri.
Fabrizio
De André, come scrive molto bene Aldo Grasso in un’affettuosa
nota che apre il libretto “l’amico fragile un
giorno ha sentito la Voce che gli intimava di uscire. Se n’è
andato spinto da quella mano invisibile. Ma quel giorno, drammatico
e fulgido, dev’essere stata l’unica volta
che la Voce ha riconosciuto sul suo cammino un’altra
Voce”. La Voce, spiega citando un libro di Salvatore
Niffoi, peraltro contenente una dedica al cantautore genovese,
è la misteriosa entità che chiama le persone
a tempo debito. Ma la “voce” è anche la
caratteristica per cui ci ricorderemo sempre di Faber, Fabrizio,
l’amico fragile.Sono commenti da “piccoli fans”,
ma come si fa a non essere affascinati da De André,
a cui la morte precoce ha aggiunto altro fascino? Fabrizio
non stanca, non annoia, risulta necessario e dentro questo
triplo cd possiamo scavarci il percorso che più ci
aggrada, passando dai grandi classici (“Via del campo”,
“La guerra di Piero”, “Amico Fragile”,
“Il suonatore Jones”, “Creuza de ma”,
“Smisurata preghiera”) a brani ritenuti minori
ma che a ognuno di noi parlano in modo diverso. E’ una
strenna natalizia? E’ vero. Regalatela e fatevela regalare.
Non ve ne pentirete. (segue)
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Quante
canzoni ha scritto De André?
Dunque è
vero. Fabrizio De André ha scritto pochissime canzoni.
Mi sembra incredibile scriverlo e scriverlo su questa lista,
ma soprattutto mi sembra incredibile che l'autore da cui più
mi sento dipendente abbia avuto una produzione così limitata.
Da un riesame di tutte le canzoni prodotte da De André
(sempre quelle famose 114 se si considerano i tre "Intermezzi"
canzoni separate o 112 se la si considera una canzone sola e
soprattutto se "Recitativo" e "Corale" vengono
considerate due canzoni separate, come secondo me non è)
risulta che quelle scritte interamente da lui non superano di
molto la ventina. Ho depurato dalla lista "Via del Campo"
(il tema musicale è stato scovato da Dario Fo ed Enzo
Jannacci e "ceduto" a De André), tutte le canzoni
da me conosciute ispirate ai francesi (Brassens o Villon), Amore
che vieni amore che vai (debitore a Telemann). E resta proprio
poco. Qualcuna delle prime canzoni, "La buona novella"
e parte di "Tutti morimmo a stento".
Se però si considera
che "Girotondo" in realtà è una filastrocca
per bambini (come Madama Dorè citata in "Volta
la carta" e la stessa "Volta la carta") e che
la storia di "Ballata dell'amore cieco" è
in realtà una storia popolare di quelle lugubri per
bambini (e la mia mamma me la raccontava sempre, aggiungendo
la variante perfida dell'uomo che cade per la strada mentre
sta riportando il cuore della madre per i cani dell'amata
e il cuore della madre, ancora colmo di amor materno, gli
domanda "Ti sei fatto male figlio mio?" Mamma mia,
che crudeltà!), il saldo sui fa ancora più scarno.(segue).
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Fabrizio
De André: In Concerto Volume II
di Leon & Silvano
La confezione
del disco e' poverissima. Non c'e' altro che quello che gia'
vi ho scritto. Due pagine due, una foto stentata e un po'
di rosso qua e la'. In effetti fa una stranissima impressione.
L'ho
appena ascoltato. Ovvio che l'emozione è fortissima
perchè il clima di quei concerti mi e' rimasto sotto
pelle Ma qualche dubbio sull'operazione è lecito nutrire:
riproporre pari pari due canzoni da 1991 Concerti che senso
ha? Si percepisce anche una discontinuità di voce,
ad ascoltare bene, tra quelle due canzoni e tutto il resto.
Poi
il fatto di mettere insieme materiale che Fabrizio aveva scartato,
forse perché non lo giudicava abbastanza buono. E in
effetti ci sono un paio di cose che mi lasciano perplesso.
Per esempio A cumba, la cui resa dal vivo (e già l'avevo
notato ai concerti) non è all'altezza dell'incisione
su disco.
Insomma,
secondo me avrebbe avuto più senso fare un doppio unico
nel 1999, con 4 o 5 canzoni in più. C'è una
sgradevole impressione di operazione commerciale che non riesco
ad eliminare, insomma. Anche
se resta la gioia immensa (e credo davvero sarà l'ultima
volta che accadrà) di inserire con trepidazione il
cd dentro il lettore e farsi sorprendere da una nuova (o quasi)
magia di Fabrizio...
(segue)
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Pretestuoso
quanto mai. Un'occasione in più per vendere libri parlando
di De André. Che, in totale, ha scritto una tarantella,
ha co-partecipato a "Don Raffae'" (senza pagare
i crediti a Modugno) e ha messo Dylan in napoletano nella
traduzione dal messicano di "Avventura a Durango".
Questo "pochino" basta a Federico Vacalebre
per far scrivere al suo ufficio stampa: "Ipotesi
di un discorso amoroso, bruscamente interrotto, tra il signore
dei cantautori, Fabrizio De Andrè, e Napoli. Un pò
documentario e un pò filmino familiare, mostra come
tutte le strade deandreiane, persino quelle che conducono
a Georges Brassens
e Bob Dylan, portano nella città campana. Un libro
ricco di storie, anche inedite, come quella dell'incontro
con Roberto Murolo (autore della prefazione, insieme a Massimo
Ranieri) per una tazzuriella 'e caffè. Incontro da
cui nascerà «Don Raffaè», storia
di un boss che fa il bello e il cattivo tempo, anche in carcere.
Dopo l'incisione Raffaele Cutolo scrisse a Fabrizio: «Come
hai fatto a descrivere così bene la mia condizione?».
"Napoli
e il dialetto, che per De Andrè rappresentava «l'autenticità»
e per il quale «il dialetto napoletano è sicuramente
il sigillo doc dell'autentica canzone italiana». «La
canzone di Marinella«, cui era molto legato, era per
lui «un perfetto equilibrio tra testo e musica, sembra
quasi una canzone napoletana scritta da un genovese».
(segue)
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Riccardo
Bertoncelli: "Belin sei sicuro?"
Riccardo
Bertoncelli è un genio! Perché è riuscito
a mettere in piedi un Signor Libro, sprecando in tutto 210
righe di proprio pugno in un libro di 207 pagine! Ma non c’è
ironia in quanto scrivo, se non nella buffa notazione statistica:
“Belin, sei sicuro? – Storia e canzoni di Fabrizio
De André – è proprio un bel libro che
si legge con piacere e che, volendo ben considerare, suona
armonico come un disco di De André. Eh sì, perché
Bertoncelli, per una volta, si è divertito a fare esattamente
quello che faceva Fabrizio: come descrive bene Roberto Dané
in una delle interviste riportate nel volume, ha fatto il
“metteur ensiéme”. Gioco di parole tra
un “metteur en scene” ossia regista in francese
e un collezionista da bric-à-brac.
Fabrizio
è stato forse il più abile “maestro di
bottega” in senso rinascimentale che le arti italiane
abbiano allineato nel secolo scorso. Poche, pochissime canzoni
scritte in solitudine; nella mailing list su Fabrizio avevamo
concluso che sono state meno di una decina (forse solo tre
o quattro) le canzoni scritte da lui solo e senza “prestiti”.
Per il resto un lungo e complicato lavoro di squadra, di cui
in questo libro si scoprono ulteriori passaggi. Bertoncelli
prende il metodo di Fabrizio e ne fa un libro: un ottimo libro.
L’importante è la squadra e Bertoncelli sceglie
per sé il ruolo di “allenatore in campo”.
Una sorta di Vialli ai tempi del Chelsea o di Mancini per
tutta la vita. Ma quando si allinea un centravanti dal guizzo
vincente come Franco Fabbri, autore del magnifico saggio di
apertura, un faticatore di centrocampo che tocca cento palloni
e li trasforma in oro come Enrico Deregibus che in poche pagine
condensa con ricchezza di dettagli l’intera biografia
deandreiana (compresa qualche chicca), si pone a guardia della
porta (ossia la discografia) un professionista della “compagnia-di-giro-De-André”
come Mariano Brustio e, infine, nel tessere il gioco si calano
gli assi di Ivano Fossati, Mauro Pagani, Franz di Cioccio,
Roberto Dané e Giampiero Riverberi, tocchettare a centrocampo
diventa persin facile. (segue)
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