La
sensazione è quella di andare in un famoso
ristorante, sederti a tavola e vederti portare, improvvidamente,
tutte le portate assieme. Indipendentemente dalle
ordinazioni che tu possa fare, dal grado di cottura,
dal fatto se le tue preferenze vertano sul pesce o
sulla carne. Tanto il vino, bianco e rosso, è
versato contemporaneamente nello stesso bicchiere.
Indubbiamente molte di queste cose sono buone e appetitose,
in molti casi gli ingredienti sono di prima scelta,
ma... come si dice? Est modus in rebus? Ci deve essere
metodo per fare le cose.
Questo
ci è sembrata la proposta di menu del MANTOVAmusicaFESTIVAL:
grande abbondanza di spettacoli (a volte addirittura
eccessiva) con sovrapposizione totale
degli stessi e quindi con l'impossibilità di
seguirli adeguatamente. Mischiare vino bianco e rosso,
significa in questo caso creare degli eventi in competizione
tra di loro, all'interno di uno stesso festival.
Se una politica simile può essere capita in
caso di eccesso di pubblico (evento che forse si è
verificato solo sabato sera e, volendo ben guardare
non si può neanche parlare di eccesso), in
caso di carenza di pubblico, come nei primi due giorni,
ha dato esiti nefasti. E qui arriviamo direttamente
al secondo problema sul tappeto (non andiamo in ordine
gerarchico, però. Secondo solo in ordine di
esposizione): la mancanza di una figura carismatica
e operativa, ben presente sul territorio e in grado
di modificare l'andamento del "fragil vascello"
a seconda del procedere degli eventi attesi (e inattesi).
Una sorta di direttore
operativo, di produttore, di responsabile
degli eventi globale (e non dal punto artistico).
Una persona che serva anche come punto di riferimento
per gli artisti presenti e per catalizzare ed eventualmente
girare ai diretti responsabili le richieste, le esigenze
e i suggerimenti pratici. Sempre per fare un esempio:
se folle appariva già da prima confinare la
Rassegna all'Ariston, l'esito della prima serata,
con il teatro vuoto e la piazza piena di gente che
seguiva il karaoke, doveva suggerire, anzi imporre,
di portare la rassegna all'aperto. Non è stato
fatto. accampando motivi non del tutto convincenti.
Nulla di insuperabile, comunque. C’era il problema
del sound-check, lungo per tanti artisti: si poteva
fare in piazza Virgiliana, sacrificando parzialmente
Hyde Park, a malincuore. O provando forse a creare
una sorta di osmosi tra i due eventi. E si sa che
a mali estremi...
Arriviamo
a un terzo punto che però per noi ha un grandissimo
valore: la Rassegna. Prima ancora
di indagare sulle scelte della commissione selezionatrice,
se siano state seguite logiche occulte oppure no,
ci sembra evidente che il MANTOVAmusicaFESTIVAL dovrebbe
decidersi a proclamare ad alta voce che la Rassegna
è uno dei suoi punti più alti e delle
sue ragioni di esistere. Una scrematura, uno screening
di massa sullo stato della nostra musica di qualità.
Un gettare le reti ed arare il fondo del mare per
andare a vedere quanti buoni "pesci" restano
impigliati. Insomma, ascoltarsi oltre 600 cd (e selezionare
24 artisti) è un titolo di merito non indifferente
e, tranne un'eccezione di palese conflitto di interessi,
la commissione era composta da persone in grado di
valutare.
Questo porta a concludere che alla Rassegna andava
assegnata una sede degna, che non
doveva avere avvenimenti in concorrenza (se non, eventualmente,
Hyde Park), che sulla rassegna si doveva investire
non in termini di soldi, ma di capacità organizzativa.
Tornando alla metafora del menù di cui sopra,
tutti i migliori ristoranti presentano dei menù
degustazione dove, magari in porzioni ridotte, si
ha la possibilità di farsi un'idea delle scelte
e della filosofia della cucina. Ma (attenzione!) i
menù degustazione sono "guidati",
ossia presentano scelte e successioni ragionate. Chi
mi sa dire invece qual è la logica di "servire
a tavola" gli Zoldester prima di Max Manfredi?
O i Farabrutto con Maria Pierantoni Giua? O Lu Colombo
coi Ratoblanco?
Forse andavano pensate scelte più tematiche. Il
pubblico che segue la Rassegna non è
un pubblico di beceri: è quanto meno un pubblico
curioso o addirittura avvertito, se non decisamente
competente. Sarebbe quindi consigliabile "impaginare"
le serate per affinità e non per divergenza.
Vogliamo provare a rimescolare le carte e a fare un
esempio? Max Manfredi, Maieron, Pierantoni Giua, Simona
Salis, Raffaello Simeoni potrebbero reggere una serata
con un clima musicale affine e costante (ospiti Roberto
Vecchioni e Tetes de Bois). Un'altra serata: Lu Colombo,
Freddie, Fragil Vida, Gianfilippo Boni, Eugenio Balzani
e Sine Frontera: ospiti Teresa De Sio e Vallanzaska.
Come dire, una serata riflessiva e una più
frizzante e vivace. Possiamo anche immaginarne una
terza con ancora più stamina: Farabrutto, Headway,
Zoldester, Riserva Moac e Solidamor. Ospiti: Yo Yo
Mundi ed Eugenio Finardi. Ça va sans dire che
gli ospiti e i selezionati non citati, a parere nostro
non meritavano la selezione. La scelta che invece
è stata fatta offriva una panoramica globale
sui generi ogni sera. Ma non è che per non
scontentare nessuno alla fine si scontentano tutti?
E poi, come abbiamo detto più volte nelle cronache:
la rassegna andava e andrà protetta come il
momento più alto di tutto il festival. Non
deve avere eventi in concomitanza, dev’essere
il momento clou al quale tutti ci si sente quasi in
obbligo di andare. Perché è lì
che si mettono in vetrina i talenti che altri spazi
non hanno. Lo ha gridato a gran voce Velia Mantegazza,
regista dello show all’Ariston, signora con
una certa esperienza in materia. Ma non le è
stato dato ascolto.
Consigliamo di abbandonare l’idea dei “grandi
eventi”, che a parte lo spettacolo
di Paolini e Mercanti di liquore sono stati un vero
flop. Piuttosto è meglio dare sale alle serate
di rassegna con ospiti di vero richiamo. A questo
proposito forse gli organizzatori non dovrebbero autocensurarsi
nel provare a chiamare nomi di grosso calibro con
la classica scusa “con il nostro budget non
possiamo permettercelo”. Nel 99% dei casi è
vero, ma a volte chissà... può sempre
capitare di trovare qualcuno con l’uzzolo di
mettersi in gioco che magari viene a cantare a gratis
o giù di lì. Tentar non nuoce: al massimo
ci si prende un no grazie, più o meno cortese.
Osare di più, insomma….
Altre
considerazioni: la politica culturale.
Di Festival in Italia ce ne sono tanti, tantissimi.
Siamo sicuri che ci sia bisogno di un festival qualsiasi
in più? Personalmente ne dubitiamo. Serve,
invece, eccome, un festival che faccia propria una
linea di politica culturale, che si ponga in modo
critico nei confronti dell'attuale società
dello spettacolo e della sua gestione. Un festival
quindi che senta necessità assoluta di fare
pulizia (e di non fare nemmeno affiorare sospetti
di nessun tipo) e che "scelga da che parte stare".
Troppo facile fare i pesci in barile e non stare né
di qua, né di là.
Il festival di Mantova deve continuare a essere il
palcoscenico di tutto ciò che di vivo e vitale
si muove nel panorama musicale italiano, ignorato
dalle major, dalle radio, sovente anche dal pubblico.
Deve essere anche un momento di riflessione su questi
temi: sul perché ci sia così tanto “sommerso
musicale” in Italia, perché il mercato
sia così miope da lasciare ai margini tanta
musica di qualità.
Deve però essere anche una festa. E al clima
festoso contribuiscono non solo le bande, ma anche
un po’ di sano “rumore”. Facciamo
in modo che ci sia spazio per la musica giovane, il
rock, l’hip-hop, lo ska, magari facendo tornare,
come il primo anno, il Tora Tora Festival, oppure
creando un gemellaggio con il MEI o ancora trasformando
Hyde park in qualcosa di libero, sì, ma esclusivamente
orientato al target giovane. A Mantova, anche per
colpa della scarsa ricettività (ci vorrebbe
un ostello, ma il presidente della Cassa Agricola
Mantovana ha preso un impegno ufficiale in questo
senso l'ultima sera!), mancavano i giovani, è
inutile negarlo.
Infine: si punti di più sulla promozione.
Che va fatta per tempo, bisogna investirci e pianificarla.
In Italia quanti sapevano cosa stava accadento a Mantova?
Ci si dirà: ma il budget è quello che
è… Questo lo sappiamo. E allora si cerchino
sponsor. Oppure si limiti l’offerta, si facciano
meno giorni (tre sono forse più che sufficienti
per iniziare). Ma si trovino i soldi per promuovere
questa cosa che si chiama MANTOVAMusicaFESTIVAL per
invogliare la gente ad andare apposta a Mantova, come
accade per il Festivaletteratura. La sensazione che
abbiamo avuto spesso, girando per la città,
è che a fruire degli eventi siano stati in
maggioranza turisti che erano venuti a Mantova per
visitarla e che poi – già che c’erano
– si sono goduti anche gli eventi.
Piccoli consigli che speriamo
vengano ascoltati dagli organizzatori. Ci permettiamo
di darli solo perché in questo Festival abbiamo
creduto sin dall’inizio, lo abbiamo difeso dai
detrattori faciloni, che parlavano senza cognizione
di causa (attirandoci critiche e anche insulti pesanti…),
lo abbiamo criticato dall’interno, vivendolo
evento per evento e soffrendo con lui, seguendolo
e facendone la cronaca puntuale (con i pochi mezzi
di un sito fatto da gente che lo fa solo per passione).
Continueremo a seguirlo, augurandoci, ovviamente,
che l’esperienza non si interrompa.
Amarlo? Be’, questo dipenderà dalle decisioni
che verranno prese.