Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.
















MANTOVAmusicaFESTIVAL - la diretta!

MMF: salpiamo le ancore verso il 2006
di Bielle Staff

La sensazione è quella di andare in un famoso ristorante, sederti a tavola e vederti portare, improvvidamente, tutte le portate assieme. Indipendentemente dalle ordinazioni che tu possa fare, dal grado di cottura, dal fatto se le tue preferenze vertano sul pesce o sulla carne. Tanto il vino, bianco e rosso, è versato contemporaneamente nello stesso bicchiere. Indubbiamente molte di queste cose sono buone e appetitose, in molti casi gli ingredienti sono di prima scelta, ma... come si dice? Est modus in rebus? Ci deve essere metodo per fare le cose.

Questo ci è sembrata la proposta di menu del MANTOVAmusicaFESTIVAL: grande abbondanza di spettacoli (a volte addirittura eccessiva) con sovrapposizione totale degli stessi e quindi con l'impossibilità di seguirli adeguatamente. Mischiare vino bianco e rosso, significa in questo caso creare degli eventi in competizione tra di loro, all'interno di uno stesso festival.

Se una politica simile può essere capita in caso di eccesso di pubblico (evento che forse si è verificato solo sabato sera e, volendo ben guardare non si può neanche parlare di eccesso), in caso di carenza di pubblico, come nei primi due giorni, ha dato esiti nefasti. E qui arriviamo direttamente al secondo problema sul tappeto (non andiamo in ordine gerarchico, però. Secondo solo in ordine di esposizione): la mancanza di una figura carismatica e operativa, ben presente sul territorio e in grado di modificare l'andamento del "fragil vascello" a seconda del procedere degli eventi attesi (e inattesi).


Una sorta di direttore operativo, di produttore, di responsabile degli eventi globale (e non dal punto artistico). Una persona che serva anche come punto di riferimento per gli artisti presenti e per catalizzare ed eventualmente girare ai diretti responsabili le richieste, le esigenze e i suggerimenti pratici. Sempre per fare un esempio: se folle appariva già da prima confinare la Rassegna all'Ariston, l'esito della prima serata, con il teatro vuoto e la piazza piena di gente che seguiva il karaoke, doveva suggerire, anzi imporre, di portare la rassegna all'aperto. Non è stato fatto. accampando motivi non del tutto convincenti. Nulla di insuperabile, comunque. C’era il problema del sound-check, lungo per tanti artisti: si poteva fare in piazza Virgiliana, sacrificando parzialmente Hyde Park, a malincuore. O provando forse a creare una sorta di osmosi tra i due eventi. E si sa che a mali estremi...

Arriviamo a un terzo punto che però per noi ha un grandissimo valore: la Rassegna. Prima ancora di indagare sulle scelte della commissione selezionatrice, se siano state seguite logiche occulte oppure no, ci sembra evidente che il MANTOVAmusicaFESTIVAL dovrebbe decidersi a proclamare ad alta voce che la Rassegna è uno dei suoi punti più alti e delle sue ragioni di esistere. Una scrematura, uno screening di massa sullo stato della nostra musica di qualità. Un gettare le reti ed arare il fondo del mare per andare a vedere quanti buoni "pesci" restano impigliati. Insomma, ascoltarsi oltre 600 cd (e selezionare 24 artisti) è un titolo di merito non indifferente e, tranne un'eccezione di palese conflitto di interessi, la commissione era composta da persone in grado di valutare.

Questo porta a concludere che alla Rassegna andava assegnata una sede degna, che non doveva avere avvenimenti in concorrenza (se non, eventualmente, Hyde Park), che sulla rassegna si doveva investire non in termini di soldi, ma di capacità organizzativa. Tornando alla metafora del menù di cui sopra, tutti i migliori ristoranti presentano dei menù degustazione dove, magari in porzioni ridotte, si ha la possibilità di farsi un'idea delle scelte e della filosofia della cucina. Ma (attenzione!) i menù degustazione sono "guidati", ossia presentano scelte e successioni ragionate. Chi mi sa dire invece qual è la logica di "servire a tavola" gli Zoldester prima di Max Manfredi? O i Farabrutto con Maria Pierantoni Giua? O Lu Colombo coi Ratoblanco?


Forse andavano pensate scelte più tematiche. Il pubblico che segue la Rassegna non è un pubblico di beceri: è quanto meno un pubblico curioso o addirittura avvertito, se non decisamente competente. Sarebbe quindi consigliabile "impaginare" le serate per affinità e non per divergenza. Vogliamo provare a rimescolare le carte e a fare un esempio? Max Manfredi, Maieron, Pierantoni Giua, Simona Salis, Raffaello Simeoni potrebbero reggere una serata con un clima musicale affine e costante (ospiti Roberto Vecchioni e Tetes de Bois). Un'altra serata: Lu Colombo, Freddie, Fragil Vida, Gianfilippo Boni, Eugenio Balzani e Sine Frontera: ospiti Teresa De Sio e Vallanzaska. Come dire, una serata riflessiva e una più frizzante e vivace. Possiamo anche immaginarne una terza con ancora più stamina: Farabrutto, Headway, Zoldester, Riserva Moac e Solidamor. Ospiti: Yo Yo Mundi ed Eugenio Finardi. Ça va sans dire che gli ospiti e i selezionati non citati, a parere nostro non meritavano la selezione. La scelta che invece è stata fatta offriva una panoramica globale sui generi ogni sera. Ma non è che per non scontentare nessuno alla fine si scontentano tutti? E poi, come abbiamo detto più volte nelle cronache: la rassegna andava e andrà protetta come il momento più alto di tutto il festival. Non deve avere eventi in concomitanza, dev’essere il momento clou al quale tutti ci si sente quasi in obbligo di andare. Perché è lì che si mettono in vetrina i talenti che altri spazi non hanno. Lo ha gridato a gran voce Velia Mantegazza, regista dello show all’Ariston, signora con una certa esperienza in materia. Ma non le è stato dato ascolto.

Consigliamo di abbandonare l’idea dei “grandi eventi”, che a parte lo spettacolo di Paolini e Mercanti di liquore sono stati un vero flop. Piuttosto è meglio dare sale alle serate di rassegna con ospiti di vero richiamo. A questo proposito forse gli organizzatori non dovrebbero autocensurarsi nel provare a chiamare nomi di grosso calibro con la classica scusa “con il nostro budget non possiamo permettercelo”. Nel 99% dei casi è vero, ma a volte chissà... può sempre capitare di trovare qualcuno con l’uzzolo di mettersi in gioco che magari viene a cantare a gratis o giù di lì. Tentar non nuoce: al massimo ci si prende un no grazie, più o meno cortese. Osare di più, insomma….

Altre considerazioni: la politica culturale. Di Festival in Italia ce ne sono tanti, tantissimi. Siamo sicuri che ci sia bisogno di un festival qualsiasi in più? Personalmente ne dubitiamo. Serve, invece, eccome, un festival che faccia propria una linea di politica culturale, che si ponga in modo critico nei confronti dell'attuale società dello spettacolo e della sua gestione. Un festival quindi che senta necessità assoluta di fare pulizia (e di non fare nemmeno affiorare sospetti di nessun tipo) e che "scelga da che parte stare". Troppo facile fare i pesci in barile e non stare né di qua, né di là.
Il festival di Mantova deve continuare a essere il palcoscenico di tutto ciò che di vivo e vitale si muove nel panorama musicale italiano, ignorato dalle major, dalle radio, sovente anche dal pubblico. Deve essere anche un momento di riflessione su questi temi: sul perché ci sia così tanto “sommerso musicale” in Italia, perché il mercato sia così miope da lasciare ai margini tanta musica di qualità.
Deve però essere anche una festa. E al clima festoso contribuiscono non solo le bande, ma anche un po’ di sano “rumore”. Facciamo in modo che ci sia spazio per la musica giovane, il rock, l’hip-hop, lo ska, magari facendo tornare, come il primo anno, il Tora Tora Festival, oppure creando un gemellaggio con il MEI o ancora trasformando Hyde park in qualcosa di libero, sì, ma esclusivamente orientato al target giovane. A Mantova, anche per colpa della scarsa ricettività (ci vorrebbe un ostello, ma il presidente della Cassa Agricola Mantovana ha preso un impegno ufficiale in questo senso l'ultima sera!), mancavano i giovani, è inutile negarlo.

Infine: si punti di più sulla promozione. Che va fatta per tempo, bisogna investirci e pianificarla. In Italia quanti sapevano cosa stava accadento a Mantova? Ci si dirà: ma il budget è quello che è… Questo lo sappiamo. E allora si cerchino sponsor. Oppure si limiti l’offerta, si facciano meno giorni (tre sono forse più che sufficienti per iniziare). Ma si trovino i soldi per promuovere questa cosa che si chiama MANTOVAMusicaFESTIVAL per invogliare la gente ad andare apposta a Mantova, come accade per il Festivaletteratura. La sensazione che abbiamo avuto spesso, girando per la città, è che a fruire degli eventi siano stati in maggioranza turisti che erano venuti a Mantova per visitarla e che poi – già che c’erano – si sono goduti anche gli eventi.

Piccoli consigli che speriamo vengano ascoltati dagli organizzatori. Ci permettiamo di darli solo perché in questo Festival abbiamo creduto sin dall’inizio, lo abbiamo difeso dai detrattori faciloni, che parlavano senza cognizione di causa (attirandoci critiche e anche insulti pesanti…), lo abbiamo criticato dall’interno, vivendolo evento per evento e soffrendo con lui, seguendolo e facendone la cronaca puntuale (con i pochi mezzi di un sito fatto da gente che lo fa solo per passione). Continueremo a seguirlo, augurandoci, ovviamente, che l’esperienza non si interrompa.

Amarlo? Be’, questo dipenderà dalle decisioni che verranno prese.

Ultimo aggiornamento: 28-06-2005
HOME