Andrew Bird: "The misterious production of egg"
Qui
de l’œuf ou de la poule ? "La Mystérieuse Production
des Œufs" a toujours préoccupé les hommes… C’est
au tour d’Andrew Bird de se pencher sur cette question grâce à
ce nouvel opus, album plus ambitieux que le déjà très
réussi "Weather Systems". Jouant toujours une pop sensible
dans la lignée des Jeff Buckley, Rufus Wainwright, Ron Sexsmith…
les mélodies revêtent désormais des habits cossus, s’arrangeant
souvent de cordes (rappelons qu’Andrew Bird est violoniste de formation).
Une intelligence dans l’agencement qui n’est pas sans rappeler
le travail des Beatles notamment sur Opposite Day. - Indiepoprock.net
The songs are easy to recognize, but don't come hoping to
sing along, because you never know how he's going to syncopate the vocal or
orchestrate a lull where once there was a rise. Bird practices telepathy with
O'Donnell-- the two of them read each other like large-print books, the drummer
following every twist of Bird's mind with painterly instinct, and the duo
rampaged together through a set list of songs drawn mostly from Andrew Bird
& the Mysterious Production of Eggs and Weather Systems. They reinvented
"Lull" with Bird's violin loop hinting slyly at the album version's
lilting pizzicato gait as he stretched and squeezed the melody into new shapes
and contours, building an ambient wash of arco scraping and laying the song
down gently within it. -
Joe Tangari - Pitchfork Live Review
“His beginnings as a violinist long behind him, Chicago-born Andrew
Bird has been sculpting ever more complex and convincing musical worlds since
his first album in 1997. On his fifth release, Bird offers up no answers to
the mysteries in the world around us, but does take on the thornier elements
with poetic verve. The instrumentation is bracingly inventive, but never for
mere shenanigans or showmanship. The songs are each a perfectly formed vignette.
And he's a world class whistler; not the loud summoning blast, but the supple
and nuanced vibrato-laced melodicism of a master. There is no shortage of
utterly riveting songs here. They work their magic on their own believable
terms, without a hint of cloying nostalgia or riff-fueled seduction.”
- Amazon.com
L'artigianato pop non è un mestiere facile. Servono una sensibilità
e un senso della misura fuori dal comune per non scivolare nella scontatezza.
Quante sono le imitazioni beatlesiane che diventano irrimediabilmente stucchevoli
già al secondo ascolto? Giusto il tempo per finire in qualche spot
di telefonia e poi dritte nel dimenticatoio.
Le canzoni di Andrew Bird, invece, fanno parte di quelle magie che, nonostante
la loro apparente immediatezza, conservano la capacità di sorprendere
con nuovi dettagli a ogni ascolto. Certo, ci sono voluti un po' di tentativi,
al violinista e songwriter di Chicago, per trovare la formula magica di questo
equilibrio. Le atmosfere swing e jazz degli esordi con i Bowl Of Fire hanno
lasciato spazio a un intrigante pop cameristico, che unisce la dimensione
cantautorale di Rufus Wainwright ed Ed Harcourt allo zucchero filato di Sondre
Lerche: un'evoluzione a cui deve avere sicuramente contribuito la collaborazione,
nel corso degli anni, con gente come Will Oldham, Howe Gelb e Ani Di Franco,
che l'ha voluto con sé anche nel suo ultimo tour.
- Gabriele Benzing - Onda Rock
Parola di Bielle
Andrew Bird esce dallo stesso mondo dove anni fa viveva Donovan, ma non il
primo Donovan, il menestrello, la risposta inglese (anzi scozzese) a Bob Dylan.
Stiamo parlando del Donovan di "A gift from a flower to a garden",
lo psico-cantore di "Wear your love like heaven". Andrew Bird usa
la stessa delicatezza e dolcezza, ma meglio ancora la stessa "obliquità",
la stessa capacità di essere "sghembo" nei confronti della
vita o quantomeno della musica con cui la racconta. I suoi brani non seguono
strutture lineari e non sono nemmeno sempre pacati. E' un folk-pop sognante
e gentile, ma non moscio. E' un piacere da ascoltare e anche da cercare di
decrittare. Non è musica così semplice come ptorebbe apparire
a un primo ascolto. Ma diciamo la verità: non basta la copertina per
conquistarvi? E il libretto prosegue all'interno illustrando ogni canzone
coi disegni di Jay Ryan, talentuoso
artista di Chicago (Bird invece viene dal Nord Illinois e questo è
il suo quinto disco in studio). E se volessimo anche sprecare il nome di Nick
Drake potremmo pure farlo senza grossi rischi. Nato violinista swing, approda
in questo album a una dimensione cantautorale che non toglie un'oncia di fascino
ai suoi lavori, né attuali, né precedenti. Tutto da ascoltare:
Masterfade in particolare.