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BiELLE articoli

Un sito per Franco Fanigliulo
di Alessio Lega

Gli ironici i poliedrici, quelli che hanno la buona abitudine di non prendersi troppo sul serio sono merce rara in Italia.
Un qual certo e drammatico gusto per la retorica del “maestro”, del distillatore di verità dall’alto, compiace “lo stivale” e chi ci sta dentro.
Piace alla gente il cantante che si prende sul serio, il “postino” che consegna “messaggi” di fine corsa; non piace chi riflette sui buchi della comunicazione con l’inevitabile arma dell’ironia.
In questa trappola cadde (e non si risollevò manco con la scomparsa) uno dei più interessanti provocatori che abbia mai attraversato so “Show-Biz” italico: lo spezzino Franco Fanigliulo


Apparve, bello e biancovestito come un gesucristo beat, al Festival di Sanremo del 1979 cantando

A me mi piace vivere alla grande già
Girare fra le favole in mutande ma
Il principe dormiva la strega s’è arrabbiata
E dai tuoi occhi verdi quella lacrima è spuntata

Fu la rivelazione dell’anno. La canzone faceva intravedere una profondità, senza svelarla, era orecchiabilissima e sembrava un pezzo allegro. Senonchè:

Ho un nano nel cervello e un ictus cerebrale
Foglie di cocaina…

O anche

Il padre di mia moglie mi aveva sempre detto
Portala dove vuoi ma non portarla a letto
A letto dove dormo, dove se posso sogno
Dove non so capire se ho voglia o se ho bisogno…

Parole che facevano invece intuire un’angoscia sottile, una specie di mal di vivere, un disagio gaglioffo. Era un veleno a scoppio ritardato quella canzone. L’istrionica interpretazione tutta recitata del cantante (nonché l’arrangiamento del maestro Reverberi) la trasformarono in una bomba. Seguì un LP di grande bellezza (interamente co-scritto con Riccardo Borghetti) “Io e me”, dove, attorno al singolo di successo, continuavano a gravitare, ad alternarsi e a ritornare due temi contrapposti: l’artista intrappolato come un giocattolo a molla della società che vede dall’interno il suo ruolo meccanico (“L’artista”, “Buffone”) e la marginalità di vite perdute nel fiume del tempo (“Marco e Giuditta”, “La Giovanna”) che cercano un momento di verità, di bellezza.
Il tutto interpretato alla perfezione da una voce che riusciva a farsi, da sola, teatro.

I tentativi successivi (Ratata pum pum, il Q-disc Benvenuti nella musica, qualche singolo e poi il disco postumo Goodbye mai), non riuscirono a tirar fuori Fanigliulo da un ingiusto oblio.
Apprezzatissimo dai suoi colleghi (in particolar modo da Vasco e da Zucchero) faceva la vita del poeta-contadino, e nutriva progetti di ritorno alla ribalta, quando un ictus lo uccise nel 1989 a 44 anni.

Da allora il buio è calato: i suoi dischi sono introvabili, le sue tracce sembrano perse per sempre nel cimitero del collezionismo.
Del tutto casualmente è sorta una piccola “brigata” di appassionati (nessuno dei quali, se non vado errato, aveva conosciuto Franco in vita) che da qualche anno sta facendo di tutto per grattare via l’oblio dalla sua figura. Il miglior risultato di questo sforzo è un bellissimo sito: in questo momento lo strumento indispensabile per la conoscenza di questo personaggio.
Il sito “l’artista Franco Fanigliulo” è una mappa del tesoro, una serie di indicazioni, un’affannosa ricerca, un atto d’amore e di stima che rappresenta il commosso omaggio alla memoria e alla vita di un artista… anzi, di un uomo.
http://fanigliulo.altervista.org

Ultimo aggiornamento: 10-10-2004
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