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Ascanio Celestini: sarà "scemo (di guerra)" ma è meraviglioso
di Francesco Scarrone

Cominciamo a liberare il campo da ipotesi spurie e da facili conclusioni: “Scemo di Guerra”, di Ascanio Celestini, è qualcosa di oggettivamente meraviglioso. E lo sarebbe stato anche se visto andare in scena per la strada o in un teatro barocco dai pesanti drappeggi. Il fatto che nella serata racconigese, la cornice del parco dell’ex-ospedale psichiatrico, abbia fatto da sfondo all’opera, non ha potuto far altro che donare una suggestione in più.

Chiarito ciò, veniamo allo spettacolo vero e proprio. Veniamo ad Ascanio Celestini. Per chi non lo conoscesse, Ascanio, è un portento della natura. Ma lo è anche per chi lo conosce. Anzi, soprattutto. E’ un turbine di dialettale strascicata calata romana di periferia- ma che nulla ha a che vedere con gli stereotipati coattazzi capitolini-, una strascicata calata romana che arriva a toccare il cuore con una facilità impressionante.

E lo spunto da cui Ascanio Celestini muove, in questa sua ultima fatica teatrale è, come sempre, quello veridico di storie raccontate o di sentite raccontare: da suo padre, in questo caso. E la storia, nello specifico, è quella del giorno della liberazione di Roma. Meglio, è la storia della liberazione, certo, ma non solo. E’ una storia che si svolge in quel giorno, in quel giorno lì in cui la storia grande dei libri viene data alle stampe, ma Ascanio Celestini l’assottiglia in una miriade di storie sminuzzellate; le storie dei tanti piccoli protagonisti che l’hanno attraversata: dall’interno di un cortile, dalle finestre d’una casa, da una strada.

Ma definire questa, di Ascanio Celestini, semplicemente una storia pare impresa impossibile. Sono dieci, cento, mille storie, una dentro l’altra, proprio come quella matrioska che il suo soldato russo si portava al fronte per conservare un granellino di neve. Ecco, così è lo spettacolo di Ascanio Celestini, una storia dentro l’altra, ed in fondo, quando arrivi al cuore di legno dell’ultima matrioskina ci trovi sempre qualcosa, come un granellino di neve, che ti emoziona e ti stupisce. Diciamolo: qualcosa che ti strappa fuori dalla gola il morso di qualche lacrima.

“Cambia la prospettiva- ci dice l’attore- ma la storia è una sola, é sempre quella. Poi, purtroppo, solo una diventa quella “ufficiale”, quella “vera”, ma alle sue spalle ne esistono migliaia”.
Così, proprio così è questo “Scemo di Guerra”, l’incontrarsi di tanti piccoli personaggi, ognuno grande sopra il palco della propria vita, e qui, l’intrecciarsi assurdo di una narrazione che Celestini scioglie tra il riso e la poesia.

Darne un resoconto puntale sarebbe impossibile, ma su tutto, sarebbe riduttivo. Perché non è solo la trama, solo l’oggetto del suo narrare, che fa di ogni appuntamento con Celestini un momento unico e sublime, è lui, il suo muoversi, il suo tenerti incollato ad accenti di parole per un’ora e mezza, sullo sfondo di una scenografia ridottissima al poco più del niente, ma in quello, su quella scenografia che diventano, in vero, le immagini del suo raccontare, lui prende la fantasia, e se la porta a spasso, per tutti gli spazi del mondo e per tutti i luoghi del tempo.

Allora non c’è più Racconigi, non c’è manicomio, non c’è parco, non c’è teatro, né pubblico, né spettatori. Ma c’è sol più il magico mondo di Ascanio Celestini, dei suoi personaggi fatati: il barbiere dalle mani belle, la mosca parlante, il tedesco dalla voglia sul volto e l’altra metà della sua goccia gemella, i soldati, gli american e i tedeschi, ed il babbo di Ascanio, da bambino, lui, sullo sfondo della guerra, ma lui, dentro la sua storia, che è poi la storia che tutto il mondo conosce attraverso i libri di scuola, quella scritta con i caratteri di stampa. Fino a quando, per lo meno, non si impara a conoscerla attraverso le parole di Ascanio Celestini. Allora diventa qualcosa di diverso, qualcosa che ti strappa fuori dalla gola il morso di qualche lacrima, su cui qualcuno, come per magia, ha sciolto l’emozione di un granellino di neve.

Ultimo aggiornamento: 10-10-2004
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