Cominciamo
a liberare il campo da ipotesi spurie e da facili
conclusioni: “Scemo di Guerra”, di Ascanio
Celestini, è qualcosa di oggettivamente meraviglioso.
E lo sarebbe stato anche se visto andare in scena
per la strada o in un teatro barocco dai pesanti drappeggi.
Il fatto che nella serata racconigese, la cornice
del parco dell’ex-ospedale psichiatrico, abbia
fatto da sfondo all’opera, non ha potuto far
altro che donare una suggestione in più.
Chiarito ciò, veniamo allo spettacolo vero
e proprio. Veniamo ad Ascanio Celestini. Per chi non
lo conoscesse, Ascanio, è un portento della
natura. Ma lo è anche per chi lo conosce. Anzi,
soprattutto. E’ un turbine di dialettale strascicata
calata romana di periferia- ma che nulla ha a che
vedere con gli stereotipati coattazzi capitolini-,
una strascicata calata romana che arriva a toccare
il cuore con una facilità impressionante.
E lo spunto da cui Ascanio Celestini muove, in questa
sua ultima fatica teatrale è, come sempre,
quello veridico di storie raccontate o di sentite
raccontare: da suo padre, in questo caso. E la storia,
nello specifico, è quella del giorno della
liberazione di Roma. Meglio, è la storia della
liberazione, certo, ma non solo. E’ una storia
che si svolge in quel giorno, in quel giorno lì
in cui la storia grande dei libri viene data alle
stampe, ma Ascanio Celestini l’assottiglia in
una miriade di storie sminuzzellate; le storie dei
tanti piccoli protagonisti che l’hanno attraversata:
dall’interno di un cortile, dalle finestre d’una
casa, da una strada.
Ma definire questa, di Ascanio Celestini, semplicemente
una storia pare impresa impossibile. Sono dieci, cento,
mille storie, una dentro l’altra, proprio come
quella matrioska che il suo soldato russo si portava
al fronte per conservare un granellino di neve. Ecco,
così è lo spettacolo di Ascanio Celestini,
una storia dentro l’altra, ed in fondo, quando
arrivi al cuore di legno dell’ultima matrioskina
ci trovi sempre qualcosa, come un granellino di neve,
che ti emoziona e ti stupisce. Diciamolo: qualcosa
che ti strappa fuori dalla gola il morso di qualche
lacrima.
“Cambia la prospettiva- ci dice l’attore-
ma la storia è una sola, é sempre quella.
Poi, purtroppo, solo una diventa quella “ufficiale”,
quella “vera”, ma alle sue spalle ne esistono
migliaia”.
Così, proprio così è questo “Scemo
di Guerra”, l’incontrarsi di tanti piccoli
personaggi, ognuno grande sopra il palco della propria
vita, e qui, l’intrecciarsi assurdo di una narrazione
che Celestini scioglie tra il riso e la poesia.
Darne un resoconto puntale sarebbe impossibile, ma
su tutto, sarebbe riduttivo. Perché non è
solo la trama, solo l’oggetto del suo narrare,
che fa di ogni appuntamento con Celestini un momento
unico e sublime, è lui, il suo muoversi, il
suo tenerti incollato ad accenti di parole per un’ora
e mezza, sullo sfondo di una scenografia ridottissima
al poco più del niente, ma in quello, su quella
scenografia che diventano, in vero, le immagini del
suo raccontare, lui prende la fantasia, e se la porta
a spasso, per tutti gli spazi del mondo e per tutti
i luoghi del tempo.
Allora non c’è più Racconigi,
non c’è manicomio, non c’è
parco, non c’è teatro, né pubblico,
né spettatori. Ma c’è sol più
il magico mondo di Ascanio Celestini, dei suoi personaggi
fatati: il barbiere dalle mani belle, la mosca parlante,
il tedesco dalla voglia sul volto e l’altra
metà della sua goccia gemella, i soldati, gli
american e i tedeschi, ed il babbo di Ascanio, da
bambino, lui, sullo sfondo della guerra, ma lui, dentro
la sua storia, che è poi la storia che tutto
il mondo conosce attraverso i libri di scuola, quella
scritta con i caratteri di stampa. Fino a quando,
per lo meno, non si impara a conoscerla attraverso
le parole di Ascanio Celestini. Allora diventa qualcosa
di diverso, qualcosa che ti strappa fuori dalla gola
il morso di qualche lacrima, su cui qualcuno, come
per magia, ha sciolto l’emozione di un granellino
di neve.