Altri Ascolti - Parola di Bielle

James McMurtry: "Childish Things"
McMurtry è un vecchio eroe che nel cuor mi sta. Desolate e polverose musiche suonate su chitarre senza remissione. Accordi sospesi e testi declamatori, pregni, belli e cantati con una voce vissuta che va diritta al cuore. Quando poi, come in questo caso, oltre al cuore le parole parlano anche all'intelligenza, al servizio di canzoni che "sono" politiche tanto più quanto vengono dal profondo sud dell'America, dal Texas, casa dello stesso Presidente guerrafondaio della dinastia di petrolieri Bush. James McMurtry non conosce perdono e spara parole che fanno male ai fascisti. Questa è un'altra America, queste sono le storie di un'altra America, scarna, disidratata, isolata, che non ha di sicuro votato per Bush.

Chumbawamba: "Singsong and a scrap"
Innanzitutto stanno a sinistra e sanno dove stanno (oltre a starci benissimo). In secondo luogo hanno tirato fuori un album intriso di umori folk., di cui sulla stampa anglosassone non si trova traccia (e questa è la prima volta da quando curiamo questa rubrica), tranne in un'intervista sul sito della BBC. I Chumbawamba non hanno molto da spartire con le suggestioni del loro hit milionario Tubthumping. Hanno dato una decisa svolta folk alla loro musica che però non perde un'oncia in carica rivoluzionaria. Le canzoni rivoluzionarie non hanno tempo o data di scadenza e possono andare da "Bella ciao" dedicata a Carlo Giuliani, ad altre canzoni dedicate a personaggi delle lotte del passato, come Joe Hill o Alexander Berkman e Emma Goldman. Insomma, suona come un gioiello incastonato in un cameo, ma ci ricorda che è giusto ribellarsi. In alto i cuori!

Thelonius Monk with John Coltrane: "At Carnagie Hall"
Uno dice: tutto già sentito, tutto già noto. E poi cosa ci può essere di stupefacente in un concerto del 1957? Niente. E contemporaneamente tutto. In primo luogo perché due leggende del jazz suonano nello stesso disco: uno, John Coltrane, ancora all'inizio del suo viaggio e l'altro, Thelonius Monk all'apice della fama e non ancora inghiottito dal suo oceano di silenzio. La registrazione purissima e la sensazione di essere di fronte a un grande documento ritrovato fanno il resto. La magia si compie. Utile sia per chi già conosce il lavoro dei due, sia per i neofiti che possono cercare di capire da questo disco come il jazz abbia affascinato tanti cuori. Riscoperto ed ora imperdibile.

Ali Farka Touré & Toumani Diabaté: "In the heart of the moon"
Così si canta e si suona sulla luna. E così si canta e si cantava e si canterà suonando in Mali. Il risultato è emozionate. Angelico in certi passaggi. Due leggende della musica centro-africana che incidono un disco insieme, in equilibrio tra tradizione e studiate aperture d'avanguardia. Raga ipnotici di chitarra su cui ricama la kora nella ricerca di una profondità armonica che sa di natura e sa di spiritualità, come ben suggerisce la barca in viaggio sul fiume Niger riportata in copertina e nel bellissimo booklet che correda il disco. Musica per meditare, ma anche per sentirsi in armonia con l'ambiente circostante. Musica che parla, anche se accompagnata da rare e incompensibili parole. Ma non ce n'è bisogno perché parla al cuore e parla al corpo. Ricami infinite di perle inanellate che gocciolano dalle dita sensibili dei due straordinari esecutori ed autori. Uno dei dischi più affascinanti e importanti dell'anno.

Arctic Monkeys - I bet you look good on the dancefloor
Il primo singolo che mi avevano consigliato, Five Minutes with... Suonava bene, chitarre molto anni '80 ed un'ispirazione che arrivava direttamente dalla New York dei Television, la Londra dei Gang of Four e la Detroit dei White Stripes. Due canzoni carine, though niente di nuovo sotto il sole. Una settimana fa vedo che gli Arctic Monkeys, questo gruppo di adolescenti del nord dell'Inghilterra, aveva prodotto un altro mini-cd, I bet you look on the dance floor. Lo scarico soprattutto perchè mi piace il titolo, genialmente adolescenziale. Una specie di I saw her standing there 2005. E la canzone è esplosa nelle mie orecchie, un fuoco di artificio di chitarre, batteria che parte heavy e diventa un "middle of the road". "i bet that you look good on the dancefloor Don't know if you are looking for romance or else Don't know what you are looking for..." Un piccolo statement sul cambiamento di costumi, il ragazzino che si sente osservato, corteggiato piuttosto che il contrario. "Stop making eyes on me And i will stop making them on you..."

Iron Wine with Caleixico: "In the reins"
E' un extended play, dura circa mezzora. Ma è musica dolcissima. Dai deserti e dal cuore pulsante dell'America, quella che ci piace, quella del mito, quella che canta Guccini in Amerigo: "L'America era Atlantide, l' America era il cuore, era il destino, / l'America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata, / l'America era il mondo sognante e misterioso di Paperino". Vecchie canzoni che sembrano nuove ogni volta che le si ascolta. La bellezza dell'incontro tra composizioni scarne, ma intense, con la ricchezza di suoni che portano i Caleixico. E parole che galoppano nelle orecchie e panorami con un sole sempre al tramonto sullo sfondo. Il vecchio West come in un film di John Ford e melodie che sembra di avere già sentito tante volte, tanto da averle incise dentro in fondo al cuore, ma che invece stillano necessità di ora. Morbido sottofondo per pensieri da spazi ampi.

Devendra Banhart: "Cripple crow"
Sì, forse esagera. E stargli dietro diventa faticoso. Due dischi in poco più di un anno. Ma non bastasse quello, in "Criplle crow" i brani sono ventidue per 75 minuti di durata. E' impossibile restare ad alti livelli per un'ora e un quarto, ma ciò non toglie che i momenti gradevoli siano molti e che Banhart prosegua nel suo caratteristico stile di proporre questi abbozzi di canzoni, spunti creativi che altri non oserebbero trasformare in prodotti finiti, così coem sono. Low-fi, quasi un tratteggio: unite voi i puntini separati e cercate di vedere quale disegno apparirà. Per questo, ma non solo per questo Devendra Banhart assomiglia sempre più al Donovan degli inizi, quello di cui si trovavano già negli anni '60 manciate di vinili sulle bancarelle a mille lire con dentro quelli che Bob Dylan ha tenuto sotto chiave per trent'anni definendoli provini. Ciò non toglie che mi sia sempre piaciuto Donovan, quello di "The sun is a very magic fellow" o "Poems for the eyes" e che continuo a piacermi le cavalcate lo-fi di Devandra Banhart, così sospese tra esile poesia (oh, molto esile!) e psichedelia. Per gli altri c'è sempre la scelta di non ascoltarlo.

Broken Social Scene: "Broken Social Scene"
Difficile farsi subito un'idea dei Broken Social Scene. Ma ancora di più farsene un'idea sola! Tanti stimoli, tante citazioni, tante possibili vie di fuga che c'è bisogno di chiedere ancora un attimo prima di capire se ci piacciono veramente oppure no. Teniamo conto che loro sono al terzo disco, ma per me è solo la prima volta che li ascolto. L'effetto primario è positivo: di aria e libertà. A gioco lungo però un filo di stanchezza sembra emergere. Ma forse è solo la fatica di stare tesi all'ascolto. Schema classico con inizio scarno e intro orchestrale (diciamo così !) successivo. Può piacere. Può anche dispiacere. Dal lento quasi folk al rapper infoiato c'è di tutto.

Neutral Milk Hotel: "In the aeroplane over the sea"
Un incontro casuale. Su Amazon.com, di deviazione in deviazione, seguendo il fiume dei consigli che la più grande società di vendita on line del mondo propone. Dai Decembrist a un disco dalla bizzarra copertina, dalla bizzarra grafica, dalla bizzarra musica. L'ascolto on line dei frammenti offerti mi ha folgorato. Quel disco doveva essere mio! Togliamo il velo: il disco è "In the aeroplane over the sea" e il gruppo ha il nome inconsueto di Neutral Milk Hotel. Gruppo poi per modo di dire, perché il nome cela il chitarrista e cantante Jeff Mangum con l'aggiunta di un pugno di strumenti e non è nemmeno un disco nuovo, perché la prima edizione data 1998. Solo che dal 1998 Mangum non ha più inciso altra musica. Questo resta quindi il suo epitaffio in musica (per ora). Un epitaffio che è uno sberleffo, sospeso tra folk e punk, tra Tim Buckley e Devandra Banhart, tra liriche dolenti e sospiri irridenti. Un grande disco del passato prossimo che suona di una assoluta e suadente contemporaneità. Da non perdere.

Neil Young: "Prairie Wind"
Non devo certo stare a spiegarvi Niel Young! Sarebbe come stare a spiegare il vento della prateria (per l'appunto). La vicenda che sta alle spalle è quella di un disco registrato poco dopo la morte dell'amato padre (famoso giornalista sportivo che, dice Neil, gli ha insegnato a scrivere) e a cavallo di un'operazione per aneurisma cerebrale. Mica noccioline! Anziché rifugiarsi nel terrore e nella depressione o nell'isolamento, il bravo Neil ha impugnato penna e chitarra ed ha scritto un bellissimo disco, denso e intenso, in cui saluta tutte le cose che gli sono rimaste nel cuore: dal cielo del Canada, ai suoi affetti, a Elvis Presley. Ne esce una sorta di "Harverst", morbido, carezzevole, tutto velluto, chitarre acustiche, slide e armonica. Un piacere assoluto! E se qualcuno vi dicesse "il solito Young", invitatelo per favore a sentire quante volte, anche solo negli ultimi anni ha cambiato pelle. Un disco che è un vero piacere. Tra l'altro ascoltabile tutto "legalmente" su internet all'indirizzo http://www.neilyoung.com/prairiewind.html

Bettye LaVette: "I've got my own hell to raise"
Lo dico francamente e direttamente, ora potete accantonare tutti gli Antony del mondo, i Ruphus etc, Che c'e' un disco nuovo di questa (per me) semisconosciuta regina del soul. Carriera lunghissima, dice il suo sito. Non so niente. Mi ha attirato una copertina con la foto di questa persona virata in giallo, su campo nero. il disco si chiama "i've got my own hell to raise" Un disco che inizia con una voce incredibile, un brano a cappella. Da brividi. Mi si dice che Bettye non abbia avuto una vita facile, si capisce. Questo e' un disco di soul come avrebbe fatto Nina Simone, se avesse avuto una banda rock alle sue spalle. La stessa emozione quando ho scoperto il soul grazie ai Commitments. Otis Redding e tutto il Motown Sound. Un disco come campionario di suoni neri, caldi. La voce ci racconta di desiderio di felicita' e di amore. "i want my joy back". Una specie di Aretha Franklin che esce di chiesa e scopre che il marito le fa le corna, che le hanno rubato la macchina e che la sua migliore amica sta morendo di cancro. Quel senso di disperazione e di mancanza di chi dice, God tell me why...ma subito dopo esce truccata e vestita di tutto punto per andare a cantare in un club downtown Chicago. Questo disco ha turbato tutta la mia notte. Per la sua immediatezza ritmica, per la sua candida esplorazione di un'anima nera. Per la sorpresa di trovare -n suono antico rinfrescato e reso acido e vitale da una voce da brividi.

Willie Nelson: "Countryman"
Album contrastato ( e contrastabile). Dieci anni di gestazione e alla fine cosa si ha? Un album di reggae o un di country? O un mischione non meglio identificato? Tutte e tre le cose forse. I brani di raggae non sono che due o tre, il resto sono canzoni di Willie reggaeizzate. A volte funziona ed il risultato è scanzonato e allegro. A volte meno e si sfiora il pasticcio. Tutto questo in un disco che supera di pochissimo la mezzora e che, appena uscito, ha trovato polemiche e opposizione anche per la copertina (indovinate perché?). Tutte cose che semmai fanno simpatia, come la voglia di provarsi e sperimentarsi ancora di questo outlow del country americano, arrivato in leggerezza oltre la barriera dei settant'anni.

Ry Cooder: "Chavez Ravine"
La storia è quella di un quartiere satellite di Los Angeles, popolato da latino-americani, raso al suolo negli anni '50 per fare posto al nuovo stadio di baseball dei Dodgers. Il sobborgo si chiamava Chavez Ravine, il ragazzo di Santa Monica che aveva assistito alla demolizione del ghetto in una notte o poco più a metà del secolo scorso, si chiamava Ry Cooder e mezzo secolo dopo ha voluto narrare l'episodio da par suo. Ed eccoci di fonte al solito lavoro di grande pulizia, intelligenza, impegno e godimento estetico che ci propone Ry. Il quale ormai non si accontanta più di fare dischi o canzoni per narrare piccoli episodi, ha bisogno di spazi più estesi, di progetti culturali ampi e dilatati. Come la sorta di archelogia etno-musicale che ci imbastisce per la circostanza, pescando a piene mani motivi e interpreti dal periodo e dalla zona etnica. Ne viene fuori un disco intenso di musica latino-americana, imbastardita dal contatto troppo stretto con gli statunitensi, suonata e registrata come se si fosse di fronte a un disco di "allora per ora". Una macchina del tempo! Trovo bello quello che Ry Cooder ha dichiarato in una piccola intervista a "L'Unità". Magnifico il libretto allegato, ricco di foto d'epoca.

Richmond Fontaine: "The Fitzgerald"
Album delicato e in punta di penna. Pochissimi strumenti e anche quei pochi usati con parsimonia. Potrebbe sembrare un disco di un solista. Poi però quei pochi tocchi di violino, il basso e l'armonica, la batteria ogni tanto e fisarmonica e tastiere entrano a dare qualche pallida sfumatura di colore a un disco che è in bianco e nero. O virato seppia, come propone la foto di copertina. E' un disco sui perdenti e le atmosfere musicali che vi si respirano sono in linea con le attese. Su tutto sta il solido writing del front-leader (e autore di tutte le canzoni) Willy Vlautin. Fitgerald è il nome di un hotel di Reno, nel mezzo del nulla nell'Oregon, dove esistono solo Casinò e sabbia. Il Fitzgerald è l'hotel (con annesso Casinò) dei perdenti, di chi perde al gioco. Personaggi da racconto di Raymond Carver, al servizio di musiche che, nei momenti migliori, ricordano Nebraska. Disco lento e rarefatto. Non per tutti. Solo per gli aficionados del genere.

Calypso@Dirty Jim
I dischi di calypso hanno dentro il sole! Non so come facciano, ma riescono a imprigionarlo tra i solchi. Ed è una dolce prigionia. Il sole suona nei quatro, nei chac chac, nelle trombe mordibi, nei sax felpati, nelle congas e nelle chitarre. Il sole soprattutto brilla sulle voci di uomini e donne coinvolti in questa iniziativa che, nemmeno a dirlo, poteva venire in mente solo a un francese. Ebbene sì, è un progetto simile a Buenavista Social Club, ma questa volta trasferito a Trinidad e senza ibridazioni con musicisti provenienti da altrove. Solo vecchi "re e regine" del calypso come Calypso Rose o Mighty Sparrow, oppure Relator o Lord Superior. èer tacere di Bomber o Mighty Terror. A loro spetta rivitalizzare, spolverare, risciacquare e mettere a sciorinare al sole (ecco che ci risiamo!) brani degli anni '50/60, di cui l'unico celebre da noi è "Matilda" che era stato un hit di Harry Belafonte. Il Dirty Jim è un locale mitico di Port of Spain, Trinidad in cui si suonava questa musica. Il risultato è spiazzante, ma per nulla nostalgico. Il disco è bello non per quello che ha rappresentato, ma per quello che rappresenta ora. Sarebbe di monito a tutti gli innamorati nostrani della Campari Mixx Music! Questa è musica vera, questi sono i tropici e qui si salta (o si è tristi). Disco per l'estate! (e dvd allegato)

Tinariwen - "Anassakoul"
Ad "Amassakoul" dei Tinariwen, conviene dare più, molto più, di un ascolto distratto. Praticamente è blues che arriva dallo sprofondo del Mali. Musicisti-guerriglieri, armati degli strumenti occidentali (chitarra elettrica, basso e batteria). Sono Tuareg che suonano come John Lee Hooker, in grado di far convivere la slide guitar con il didgeridoo o il flauto di canne. Mi dicono che anche i testi, che si rifanno alle tematiche dell'esilio e della transumanza, tipiche del loro popolo, con l'aggiunta di un forte appello politico al risveglio delle coscienze, siano di alta qualità poetica. Ma su questo "passo". Non passo invece sulla musica che è coinvolgente e ricca e controcorrente. Diciamo che hanno capovolto gli stilemi della odierna "musica mediterannea", valicando loro, al contrario, il canale di Sicilia e l'Atlantico intero. Non per tutti. O forse sì. O comunque sarebbe meglio se per tutti fossero. Questo è il loro secondo disco. Esiste anche un "The radio Tisdsas sessions" che non sono riuscito a procurarmi.

Malachi Constant: "Infinite Justice"
Una scoperta casuale del mio Itunes. Un gruppo di Saint Paul, la citta' gemella di Minneapolis che gia' ci ha donato gli Husker Du e Prince. Per citarne due fra tanti. Un disco che parte come i Dismemberment Plan e che dopo diventa una visione Tarantinesca della musica Indie. Suoni e ritmi vari per un disco abbastanza riuscito nel suo voler esser originale. Suoni in liberta', echi di funky e di chitarre anni 70. Consigliato a chi ama tutto quello che sfugge al controllo delle majors, perche' troppo laterale per avere successo. Anche se son sicuro tutti vorrebbero ballare ad una canzone come the wind in the willows.

Sigur ros: "Takk"
Continuano a stupirmi questi islandesi. Se non li conoscessi, penserei di star ascoltando una canzone di Yossou n'Dour. il nuovo singolo di un disco che promette meraviglie e parole impronunciabili parte con un giro di basso pesante, come colpi di pagaia o passi nella neve. Una voce di un bambino e quella di un castrato si rincorrono a raccontarsi fantasmi. Sono sempre loro. Melodici e spettrali. Consigliatissimi come sempre. A chi ama la musica che ottura le orecchie, i suoni senza tempo e per questo modernissimi. La canzone alla fine impazzisce su un ritmo elettronico od ancora il rumore di mille passi di fanteria. il rumore bianco al suo massimo. Esplosioni nel cielo terso di un altrove.


Bob Dylan: "No direction home" Soundtrack
Cosa si può chiedere di più quando abbiamo un Bob Dylan da ascoltare? Per noi dylaniati la risposta è semplice: niente. In questo caso poi abbiamo contemporaneamente tra le mani un oggeto che è un doppio cd, che è la soundtrack del film di Martin Scorsese su Bob Dylan (anche se per nulla fedele) e che è pure un nuovo capitolo (il settimo) della Bootleg Series, che minaccia (promette) di essere pressocché infinita. Questa volta la scaletta allinea superclassici del calibro di Blowin' in the wind, Master of war, Hard rain's a-gonna fall, Mr Tambourine man, Desolation row, Like a Rolling Stones per non citare che i vertici dei vertici dei vertici. E tutte le canzoni sono o dal vivo o in versione alternata (alternativa). Non fosse altro l'acquisto sarebbe giustificato dalla foto sulla prima pagina del booklet dove si vede uno scatto di Bob e Suze Rotolo, immediatamente successivo ( o precedente) a quello storico che appare sulla copertina di The Freewheelin' Bob Dylan, secondo mitico album del nostro. Ma, in generale, tutto l'apparato iconografico è di prim'ordine, così come la cura storica nel comporre il libretto. Resta la musica. La fonte è svariata: parte live e parte in studio e le registrazioni coprono un arco di tempo tra il '61 e il '66. Non posso dire l'effetto che faccia questo disco ad un "non addict". Io sono dylaniato dalla nascita e questo disco per me è come il pane e le rose, zucchero e miele, vento e sole, musica e donne.


Bruce Springsteen: "Devils & Dust"
Una volta al decennio il Boss scatena la sua anima acustica e ci regala piccole gemme o veri capolavori. "E' qui che sono nato - pare abbia detto - e di qui mi piace ripassare". E, diciamolo subito, il disco è bello senza dubbi di sorta. Un grande lavoro dove il boss gioca di fioretto e di scimitarra, non dando mai l'impressione di essere un uomos eduto, né arrivato, ma ancora animato da passioni e da voglia di raccontarle: dallo smarrimento della title track che potrebbe essere una "With God on my side" riaggiornata ai tempi dei neo-con e di George W. Bush, dove si evidenzia lo smarrimento di chi uccide, convinto di avere Dio dalla sua parte e non si accorge di avere solo "Diavoli e polvere".

Mia: "Arular"
Mi avevano preparato, gli amici. Un disco rivoluzionario, non solo nei suoni, nelle dinamiche sonore. Ma nell'approccio. Hip-hop, ritmi sintetici, quasi, anzi, sicuramente da drum box. Una copertina che potrebbe essere una dei Mano Negra o di qualche posse indiavolata. Ma lei e' una ragazzina asiatica, giovanissima, con una faccia disarmante che arriva dalle periferie inglesi, seconda o terza generazione di emigranti asiatici. Non mi ricordo da dove, Bangladesh or similia. Mica per ignoranza lo dico. E' che questo disco e' perfettamente in linea con Public Enemy, De la Soul, Arrested Development schiantati a duecento all'ora con Ms. Dynamite e gli Asian Dub Foundation. Ho una profonda passione per gruppi come le Zap Mama, cui MIA assomiglia in qualche maniera. Ma questa ragazza fa qualcosa di completamente diverso. Nuovo. Non e' bludy world music, che a solo veder la sezione nei negozi di dischi mi viene l'itterizia. Razzismo o cageismo culturale. No. MIA e' diversa. Urla quel che vede nel mondo e che non ama. Non condivide. Non ama. Dalla guerra in Iraq fino alla violenza attorno a se, delle guerre fra gangs di ragazzini indiani contro quelli di colore. Mentre il principino Harry si veste da kapo' e nessuno dice niente. Il circolo dell'odio. Del mucchio. Del gregge di pecoroni. Appropriatamente, nel libretto del disco scrive in fondo: You can be a follower but who's your leader? Break that cycle or it'll kill ya. Concetto che si applica al ragazzino che entra nella gang o nella posse armata, all'elettore di Bush od a chi continua a guidare i SUV.


Andrew Bird: ""The misterious production of egg"
Andrew Bird esce dallo stesso mondo dove anni fa viveva Donovan, ma non il primo Donovan, il menestrello, la risposta inglese (anzi scozzese) a Bob Dylan. Stiamo parlando del Donovan di "A gift from a flower to a garden", lo psico-cantore di "Wear your love like heaven". Andrew Bird usa la stessa delicatezza e dolcezza, ma meglio ancora la stessa "obliquità", la stessa capacità di essere "sghembo" nei confronti della vita o quantomeno della musica con cui la racconta. I suoi brani non seguono strutture lineari e non sono nemmeno sempre pacati. E' un folk-pop sognante e gentile, ma non moscio. E' un piacere da ascoltare e anche da cercare di decrittare. Non è musica così semplice come ptorebbe apparire a un primo ascolto. Ma diciamo la verità: non basta la copertina per conquistarvi? E il libretto prosegue all'interno illustrando ogni canzone coi disegni di Jay Ryan, talentuoso artista di Chicago (Bird invece viene dal Nord Illinois e questo è il suo quinto disco in studio). E se volessimo anche sprecare il nome di Nick Drake potremmo pure farlo senza grossi rischi. Nato violinista swing, approda in questo album a una dimensione cantautorale che non toglie un'oncia di fascino ai suoi lavori, né attuali, né precedenti. Tutto da ascoltare: Masterfade in particolare.

Arcade Fire: "The funeral"
Ho scoperto di recente che questo genere musicale si chiama "sadcore". immaginabile l'etimo. E ho scoperto anche di essere un grande appassionato di "sadcore". Sarà la mia anima romantica e mitteluropea, saranno i retaggi di musica classica, saranno forse le canzoni popolari che hanno sempre un fondo di tristezza, quando non sono meste tout court. Un disco dedicato ai "Funerali" e ai vicini che se ne vanno non può brillare di allegria. Eppure di energia ce n'è e non da poco, in un disco intriso di elettronica tanto quanto di strumenti acustici, capace di dolcezze e (poco dopo) di asprezze altrettanto intese. Non è fondamental attribuire questa musica a uno stile oppure a un altro: è new wave, è pop, è folk anche, se vogliamo. Ma soprattutto è un disco di musica intensa e non è un caso che venga ancora una volta dal Canada, territorio che sembra destinato a exploit di questo tipo. Neighborhood #4 (7 Kettles) è la mia canzone preferita, ma è l'insieme che ha valore.

The Mars Volta: "Frances the mute"
E' un disco che divide e non che unisce. Indubbiamente è revival del progressive rock. indubbiamente può stancare, così come è concepito, con 5 lunghe suite che si intersecano e che sfumano l'una nell'altra. Ma forse tutto dipende da quanti scheletri avete lasciato nell'armadio del progressive rock. Se non ci sono cadaveri il disco non può non interessare (e infastidire, se volete, ma anche questo significa che non lascia indifferenti). Miranda merita un ascolto in più.

White Stripes: "Get behind me Satan"
Per fortuna, i White Stripes regolano il conto e fanno carte quaranta per dirci che in fondo this is only a bloody carnival of souls. Un sano rock n'roll, un disco incendiario e consapevolmente retro'. Rosso e nero, leggermente inquietante. La forza di mille mostri lovecraftiani, la forza bruta degli elementi naturali che stavolta trovano un pianoforte da torturare. Ed un vago senso di malessere tropicale, una milonga od una salsa come la potrebbe suonare un bluesman dei quartieri neri di Detroit.

Leonard Cohen: "Dear Heather"
Non convince questo nuovo Cohen. Bisogna ascoltarlo perché è Cohen. Ma anche così non convince. E non se ne capisce il motivo di andarsi a imbarcare nell'opera di un disco nuovo se (a settant'anni peraltro) non si è fortemente motivati. Fatti i debiti paragoni scuscita perplessità simili a quelle che può provocare Paolo Conte con "Elegia". Se non fosse che all'avvocato di Asti mancano forse forti motivazioni, ma la classe e la musicalità sono rimaste intatte. Qui Cohen sembra più che altro vittima delle circostanze. E mancano anche quei colpi d'ala che pure avevano risollevato "Ten new song" dalla noia di Mrs Robinson (la produttrice).

Tom Waits: "Real Gone"
Matto come un cavallo Tom Waits lo è sempre stato. E ti pareva che si dovesse smentire proprio ora? "Real Gone" è un grande bel disco di oggi, che suona musica attuale, anche se fatta da un uomo (geniale, comunque) che il mezzo secolo se l'è lasciato alle spalle da un bel pezzo. Non è solo la voce che gratta, perché sembra che non entri la prima (in realtà, l'abbiamo già detto, è in "folle") qui c'è la frizione tra un bel nocciolo di idee fondanti e i mezzi per realizzarle. Insomma, più che con gli ultimi due (Alice e Blood Money) e come con Mule Variations, si può dire che ci siamo. E Tom Waits c'è con noi.

Jolie Holland: "Escondida"
Guardate l'immagine di copertina. Racconta già tutto. E' tutto detto lì. Vedete bene la foto? I contorni sono nitidi? Riuscite a distinguere perfettamente le espressioni? E, soprattutto, vi è chiaro quando è stata scattata la foto? A che periodo appartiene? No? Ebbene, allora siete pronti per sentire il disco. Ne ricaverete la stessa sensazione. I suoni sembreranno fuori fuoco, l'audio distratto, chitarra e mandolino vi pizzicheranno l'anima (a proposito, non cercate il violino che vedete in copertina. Semplicemente non c'è nel disco!) . Ma potreste trovare un ukulele, un banjo, delle marimba, un basso verticale in alluminio e legno e anche una tromba e un sassofono che suonano tutti sottovoce.

U2: "How to dismantle an atomic bomb"
I dischi degli U2 assomigliano sempre più ad encicliche papali. Nell'attesa spasmodica dei "fedeli", nella nervosa tensione di critici e malavversi del gruppo irlandese, pronti a cogliere anche il minimo accenno di debolezza e di ritirata di fronte alla modernità. Ogni nuovo disco degli U2 sembra possa ridefinire un'epoca, un periodo della nostra storia. Da sempre, da "Boy" in poi. I quattro irlandesi hanno attraversato più di venti anni di vita a raccontarci le loro mutazioni umane ed a descriverci le urgenze del cambiamento.

Steve Earle: "The Revolution start now"
Grande disco a cospetto del cielo. Steve Earle è un eroe con la chitarra che non sbaglia colpo da anni e quando le esigenze poetiche e musicali si sposano con l'urgenza politica, la miscela spesso viene di ottima qualità. Non filtratelo e gustatevelo tutto così. Puro e senza zucchero.

Nick Cave: "Abattoir blues - The Lyre of Orpheus"
Se ci si mette a discutere Nick Cave si mettono in discussione le fondamenta stesse dell'edificio rock. E' un grande che disco dopo disco allunga la serie degli album imperdibili. In questo caso c'è anche troppo materiale (disco doppio, ma a prezzo onesto) e la Lira d'Orfeo è meno "necessaria" rispetto ad "Abattoir", ma è la discriminante tra il tonno e il pagello.

Tin Hat Trio: "Book of Silk"
Noi abbiamo trovato "i tesori nascosti" di cui parla Enrico. E non pochi, ma sparsi a piene mani per l'intero album. Noia? E' un'opzione. Chi la trova è perché sa dove andarsela a cercare. Il disco è di suprema delicatezza, esattamente come la seta citata nel titolo. Ascolti di seta per ascoltatori con l'anima di kashmir.

Marianne Faithful: "Before the poison"
La Marianne Faithfull che tutti volevamo, aspra e chiara come non la si ascoltava forse da Blazing Away, 1990. Una donna «lucida e distaccata come non mi era mai capitato in vita», forte della sua fragilità, che spande l'amaro miele della voce su un repertorio di calibrata bellezza che selezionati amici (Nick Cave, Polly Jean Harvey, Damon Albarn, Jon Brion) hanno scritto per lei.

Neil Young: "Greatest Hits"
Praticamente perfetto. Ma è il solito e solido vecchio Neil Young! Niente sorprese e forse non potevano essercene in un Greatest hits che si rispetti (ha senso un inedito su un Greatest Hits?). In questo caso abbiamo una caterva di ottima musica (1h e 16 minuti) senza un attimo di pausa. Manca poco, però qualcosa manca. Devo dire che per "economia d'ascolto" preferisco un singolo cd a due dischetti poco imbottiti. Ma forse si poteva rischiare con qualcosa tipo "facciata A" e "facciata B". Per chi non ha nulla di Young è imperdibile. Gli altri hanno già i singoli dischi.

British sea power - assolutamente unici, nella dedizione ad un rock melodico, inglese, eroico. canzoni da cantare nel mezzo della tempesta a tutta voce. Le intuizioni dei Litfiba riviste e cotte nella birra. Un altro bel disco da viaggio, British Sea Power "The Decline of British Sea Power". Consigliatissimo a chi ama la new wave anni ‘80 alla Bauhaus, David Bowie. Un disco quintessenzialmente inglese.

Musica caraibica in salsa Africana. Potrebbe non piacere. Potrebbe. Ma mi sembra difficile. Già la prima canzone “Seyin Djro” ti introduce di colpo in un mondo popolato di calypso, salsa e merengue, guidato da una sessione fiati di primo piano e di assoluto mood cubano. “Congoleo” non si può ascoltare senza ballare o almeno muoversi a tempo (e non a caso è il singolo dedicato). Grazia. E si arriva a “Bala bala” ormai preda del mondo di Angelique Kidjo che è africana (del Benin. Come si dice? Beninese?), ma ha deciso anni fa di dedicare una triologia a come la musica di origine africana si sia diffusa e dispersa per il mondo: dopo gli Stati Uniti e il Brasile ora è la volta della musica dei Carabi. Scommessa vinta. Io ballo. E voi?

Jolie Holland nel cuor mi sta. E Catalpa, se possibile, è ancora più avvicente di “Escondida”, che già era una piccola gemma, ma leggermente più curata (Escondida sarebbe il secondo disco, ma è quello da cui sono entrato nel mondo poetico e musicale di Jolie), ma leggermente più curata. “Catalpa” sembra un’opera a cui non ne frega niente di essere ascoltata. Buttata lì, senza cura, da una persona che subito se ne è disinteressata. Trasandata, diciamo, ma forse proprio qui sta la sua purezza. Suono assolutamente low-fi ed acustico, pochissimi strumenti, spesso solo la chitarra, ma anche dove entrano gli altri (armonica, banjo, percussioni) non fanno certo “rumore”. E la ex “Be Good Tanyas” parla con dolcezza ai nostri cuori o alle membra stanche da una giornata di lavoro o da una domenica di troppo ozio sotto il sole. Campagna d’estate potrebbe essere il sottotitolo ed un eventuale riferimento sonoro. Il lato B della vita, ma che piacere stare in ombra se il sole batte troppo forte!

Green day - ascoltatevi "american Idiot". i ragazzi, dal lato del loro flower punk, hanno costruito un disco coerente e politico. Vissuto. Sembra modaiolo. Ma li conosco da troppo tempo e sanno veramente piegare la materia a loro piacimento. Son loro i songwriters del futuro. Provare per credere.




E questo è veramente un grande disco! Indipendendemente da qualsiasi atteggiamento da piccolo fan, da qualsiasi piccolofannismo. basta ascoltarlo per capire che "Mercy now" ha le stimmate della diversità. Diversità che poi sta tutta nelle corde della sua autrice. Siamo nell'ambito della Louisiana profonda, quella che emerge dai romanzi affascinanti e imprescindibili (anche per capirne la musica) di James Lee Burke (non perdete "Sunset Limited", da leggere ascoltando questo disco). La voce è pesante e nera come se si trattasse di un Nick Cave al femminile o di un Tom Waits degli esordi. La musica è cajun, blues, roots music, ma suonata con una intensità e partecipazione quasi dolorosa. Da brividi l'iniziale "Falling out of love" e la malinconica "Empty space", ma è il disco nella sua totalità da non perdere. Ma il punto più alto sono i 6 minuti di "Prayer without words", che, contrariametne a quanto promette il titolo le parole invece le ha.

Massì, diciamolo: è un genio! O meglio c'è del geniaccio dietro a questo ragazzo poco più che ventenne e già riconosciuto in patria come stella emergente (o forse già emersa), il che non gli ha impedito di fare una data a Milano praticatamente in sordina e di riempire ugualmente il locale (il Transilvania). Forse non un modello di simpatia, però dotato, parecchio dotato, in quell'area di deriva che va da Bob Dylan (è come dire De André in Italia, imprescindibile per chiunque faccia musica con una chitarra tra le mani) e Beck, a cui, sinceramente mi sembra che si avvicini di più. I suoi brani sono anche versati sul lato low-fi, ma solo fino a un certo punto. Non è solo chitarra e voce. ci sono percussioni, batteria, basso, violino, fiati, tutto quanto serva a fare buona musica e suonata bene. Non è nemmeno Devaandra Banhurt, per intenderci: meno folle e meno spiazzante. Anche se, dei due dischi usciti in contemporanea, ho scelto di prenderne uno solo e quello che mi aspettavo mi avrebbe trovato su un versante d'ascolto affine. Resta da ascoltare il resto, ma questo "I'm wide awake, it's morning" è un ottimo disco di musica country-folk con sprazzi di rock. Non ci sono più, credo, ma non è molto dissimile dai "Lullaby for the working class". D'altra parte tutti ne parlano: che aspettate ad accattarvi il disco in modo da poterne parlare anche voi?

Eleganza! Quale altro termine usare? Francoise Hardy, oltre a sfoggiare una bellezza a tutta prova dei suoi 60 anni e oltre, anche musicalmente cerca di sedurci coi dolci suoni e la morbidezza delle parole con cui ci racconta delle "cose belle". E dio sa quanto abbiamo bisogno di sentirci raccontare che ci sono anche belle cose! La parte musicale è curata dal nuovo geniaccio francese di questo tipo di musiche e canzoni, ossia quel Benjamin Biolay, compagno e sodale di Chiara Mastroianni nel recente "Home", a cui questo disco deve più di qualcosa come atmosfere e clima complessivo. Sospeso e rarefatto, ogni tanto vagamente "rompicoglioni", ma in senso affettuoso. Insomma non ascoltatele se avete bisogno di una scarica di energia. Altrimenti,. in fase di relax, è l'album che può fare per voi.

Allora, per Emiliana Torrini, mutatis mutandis, potrebbero valere i discorsi fatti per l'ultimo cd di Francoise Hardy. Tanto delicata, tanto dolce, tanto rilassata ... ma un po' spaccamaroni! Se si riesce a non prendere l'onda negativa, il disco offre veramente delle oasi di pulizia e di dolcezza che è difficile trovarne altrettanta. Ma la dolcezza, quando si esagera diventa melassa. E la melassa a gioco lungo stanca. Il disco della Torrini non è lungo (neanche 40 minuti) ed è fatto tutto di canzoni brevi, ma il consiglio è sempre quello: accostatevi a un disco di questo tipo ben convinti di cosa state andando ad ascoltare! Altrimenti la crisi di rigetto potrebbe venire naturale. Voce delicata, al limite dello sfumato, arpeggi di chitarra e rumori di fondo naturali. Il tutto "fa molto" Nick Drake.. Qua e là qualche tastiera, di cui avrei anche fatto a meno. Niente percussioni o simili. Se presa per il verso giusto è grande gioia e aria pura.