Altri Ascolti - Parola di Bielle
James McMurtry: "Childish Things"
McMurtry è un vecchio eroe che nel cuor mi sta. Desolate e polverose
musiche suonate su chitarre senza remissione. Accordi sospesi e testi declamatori,
pregni, belli e cantati con una voce vissuta che va diritta al cuore. Quando
poi, come in questo caso, oltre al cuore le parole parlano anche all'intelligenza,
al servizio di canzoni che "sono" politiche tanto più quanto
vengono dal profondo sud dell'America, dal Texas, casa dello stesso Presidente
guerrafondaio della dinastia di petrolieri Bush. James McMurtry non conosce
perdono e spara parole che fanno male ai fascisti. Questa è un'altra
America, queste sono le storie di un'altra America, scarna, disidratata, isolata,
che non ha di sicuro votato per Bush.
Chumbawamba: "Singsong and a scrap"
Innanzitutto stanno a sinistra e sanno dove stanno (oltre a starci benissimo).
In secondo luogo hanno tirato fuori un album intriso di umori folk., di cui
sulla stampa anglosassone non si trova traccia (e questa è la prima
volta da quando curiamo questa rubrica), tranne in un'intervista sul sito
della BBC. I Chumbawamba non hanno molto da spartire con le suggestioni del
loro hit milionario Tubthumping. Hanno dato una decisa svolta folk alla loro
musica che però non perde un'oncia in carica rivoluzionaria. Le canzoni
rivoluzionarie non hanno tempo o data di scadenza e possono andare da "Bella
ciao" dedicata a Carlo Giuliani, ad altre canzoni dedicate a personaggi
delle lotte del passato, come Joe Hill o Alexander Berkman e Emma Goldman.
Insomma, suona come un gioiello incastonato in un cameo, ma ci ricorda che
è giusto ribellarsi. In alto i cuori!
Thelonius Monk with John Coltrane: "At Carnagie
Hall"
Uno dice: tutto già sentito, tutto già noto. E poi cosa ci può
essere di stupefacente in un concerto del 1957? Niente. E contemporaneamente
tutto. In primo luogo perché due leggende del jazz suonano nello stesso
disco: uno, John Coltrane, ancora all'inizio del suo viaggio e l'altro, Thelonius
Monk all'apice della fama e non ancora inghiottito dal suo oceano di silenzio.
La registrazione purissima e la sensazione di essere di fronte a un grande
documento ritrovato fanno il resto. La magia si compie. Utile sia per chi
già conosce il lavoro dei due, sia per i neofiti che possono cercare
di capire da questo disco come il jazz abbia affascinato tanti cuori. Riscoperto
ed ora imperdibile.
Ali
Farka Touré & Toumani Diabaté: "In the heart of the
moon"
Così si canta e si suona sulla luna. E così si canta e si cantava
e si canterà suonando in Mali. Il risultato è emozionate. Angelico
in certi passaggi. Due leggende della musica centro-africana che incidono
un disco insieme, in equilibrio tra tradizione e studiate aperture d'avanguardia.
Raga ipnotici di chitarra su cui ricama la kora nella ricerca di una profondità
armonica che sa di natura e sa di spiritualità, come ben suggerisce
la barca in viaggio sul fiume Niger riportata in copertina e nel bellissimo
booklet che correda il disco. Musica per meditare, ma anche per sentirsi in
armonia con l'ambiente circostante. Musica che parla, anche se accompagnata
da rare e incompensibili parole. Ma non ce n'è bisogno perché
parla al cuore e parla al corpo. Ricami infinite di perle inanellate che gocciolano
dalle dita sensibili dei due straordinari esecutori ed autori. Uno dei dischi
più affascinanti e importanti dell'anno.
Arctic
Monkeys - I bet you look good on the dancefloor
Il primo singolo che mi avevano consigliato, Five Minutes
with... Suonava bene, chitarre molto anni '80 ed un'ispirazione che
arrivava direttamente dalla New York dei Television, la Londra dei Gang of
Four e la Detroit dei White Stripes. Due canzoni carine, though niente di
nuovo sotto il sole. Una settimana fa vedo che gli Arctic Monkeys, questo
gruppo di adolescenti del nord dell'Inghilterra, aveva prodotto un altro mini-cd,
I bet you look on the dance floor. Lo scarico soprattutto
perchè mi piace il titolo, genialmente adolescenziale. Una specie di
I saw her standing there 2005. E la canzone è esplosa nelle mie orecchie,
un fuoco di artificio di chitarre, batteria che parte heavy e diventa un "middle
of the road". "i bet that you look good on the dancefloor Don't
know if you are looking for romance or else Don't know what you are looking
for..." Un piccolo statement sul cambiamento di costumi, il ragazzino
che si sente osservato, corteggiato piuttosto che il contrario. "Stop
making eyes on me And i will stop making them on you..."
Iron
Wine with Caleixico: "In the reins"
E' un extended play, dura circa mezzora. Ma è musica dolcissima. Dai
deserti e dal cuore pulsante dell'America, quella che ci piace, quella del
mito, quella che canta Guccini in Amerigo: "L'America era Atlantide,
l' America era il cuore, era il destino, / l'America era Life, sorrisi e denti
bianchi su patinata, / l'America era il mondo sognante e misterioso di Paperino".
Vecchie canzoni che sembrano nuove ogni volta che le si ascolta. La bellezza
dell'incontro tra composizioni scarne, ma intense, con la ricchezza di suoni
che portano i Caleixico. E parole che galoppano nelle orecchie e panorami
con un sole sempre al tramonto sullo sfondo. Il vecchio West come in un film
di John Ford e melodie che sembra di avere già sentito tante volte,
tanto da averle incise dentro in fondo al cuore, ma che invece stillano necessità
di ora. Morbido sottofondo per pensieri da spazi ampi.
Devendra
Banhart: "Cripple crow"
Sì, forse esagera. E stargli dietro diventa faticoso. Due dischi in
poco più di un anno. Ma non bastasse quello, in "Criplle crow"
i brani sono ventidue per 75 minuti di durata. E' impossibile restare ad alti
livelli per un'ora e un quarto, ma ciò non toglie che i momenti gradevoli
siano molti e che Banhart prosegua nel suo caratteristico stile di proporre
questi abbozzi di canzoni, spunti creativi che altri non oserebbero trasformare
in prodotti finiti, così coem sono. Low-fi, quasi un tratteggio: unite
voi i puntini separati e cercate di vedere quale disegno apparirà.
Per questo, ma non solo per questo Devendra Banhart assomiglia sempre più
al Donovan degli inizi, quello di cui si trovavano già negli anni '60
manciate di vinili sulle bancarelle a mille lire con dentro quelli che Bob
Dylan ha tenuto sotto chiave per trent'anni definendoli provini. Ciò
non toglie che mi sia sempre piaciuto Donovan, quello di "The sun is
a very magic fellow" o "Poems for the eyes" e che continuo
a piacermi le cavalcate lo-fi di Devandra Banhart, così sospese tra
esile poesia (oh, molto esile!) e psichedelia. Per gli altri c'è sempre
la scelta di non ascoltarlo.
Broken Social Scene: "Broken Social Scene"
Difficile farsi subito un'idea dei Broken Social Scene. Ma ancora di più
farsene un'idea sola! Tanti stimoli, tante citazioni, tante possibili vie
di fuga che c'è bisogno di chiedere ancora un attimo prima di capire
se ci piacciono veramente oppure no. Teniamo conto che loro sono al terzo
disco, ma per me è solo la prima volta che li ascolto. L'effetto primario
è positivo: di aria e libertà. A gioco lungo però un
filo di stanchezza sembra emergere. Ma forse è solo la fatica di stare
tesi all'ascolto. Schema classico con inizio scarno e intro orchestrale (diciamo
così !) successivo. Può piacere. Può anche dispiacere.
Dal lento quasi folk al rapper infoiato c'è di tutto.
Neutral
Milk Hotel: "In the aeroplane over the sea"
Un incontro casuale. Su Amazon.com, di deviazione in deviazione, seguendo
il fiume dei consigli che la più grande società di vendita on
line del mondo propone. Dai Decembrist a un disco dalla bizzarra copertina,
dalla bizzarra grafica, dalla bizzarra musica. L'ascolto on line dei frammenti
offerti mi ha folgorato. Quel disco doveva essere mio! Togliamo il velo: il
disco è "In the aeroplane over the sea" e il gruppo ha il
nome inconsueto di Neutral Milk Hotel. Gruppo poi per modo di dire, perché
il nome cela il chitarrista e cantante Jeff Mangum con l'aggiunta di un pugno
di strumenti e non è nemmeno un disco nuovo, perché la prima
edizione data 1998. Solo che dal 1998 Mangum non ha più inciso altra
musica. Questo resta quindi il suo epitaffio in musica (per ora). Un epitaffio
che è uno sberleffo, sospeso tra folk e punk, tra Tim Buckley e Devandra
Banhart, tra liriche dolenti e sospiri irridenti. Un grande disco del passato
prossimo che suona di una assoluta e suadente contemporaneità. Da non
perdere.
Neil
Young: "Prairie Wind"
Non devo certo stare a spiegarvi Niel Young! Sarebbe come stare a spiegare
il vento della prateria (per l'appunto). La vicenda che sta alle spalle è
quella di un disco registrato poco dopo la morte dell'amato padre (famoso
giornalista sportivo che, dice Neil, gli ha insegnato a scrivere) e a cavallo
di un'operazione per aneurisma cerebrale. Mica noccioline! Anziché
rifugiarsi nel terrore e nella depressione o nell'isolamento, il bravo Neil
ha impugnato penna e chitarra ed ha scritto un bellissimo disco, denso e intenso,
in cui saluta tutte le cose che gli sono rimaste nel cuore: dal cielo del
Canada, ai suoi affetti, a Elvis Presley. Ne esce una sorta di "Harverst",
morbido, carezzevole, tutto velluto, chitarre acustiche, slide e armonica.
Un piacere assoluto! E se qualcuno vi dicesse "il solito Young",
invitatelo per favore a sentire quante volte, anche solo negli ultimi anni
ha cambiato pelle. Un disco che è un vero piacere. Tra l'altro ascoltabile
tutto "legalmente" su internet all'indirizzo http://www.neilyoung.com/prairiewind.html
Bettye
LaVette: "I've got my own hell to raise"
Lo dico francamente e direttamente, ora potete accantonare tutti gli Antony
del mondo, i Ruphus etc, Che c'e' un disco nuovo di questa (per me) semisconosciuta
regina del soul. Carriera lunghissima, dice il suo sito. Non so niente. Mi
ha attirato una copertina con la foto di questa persona virata in giallo,
su campo nero. il disco si chiama "i've got my own hell to raise"
Un disco che inizia con una voce incredibile, un brano a cappella. Da brividi.
Mi si dice che Bettye non abbia avuto una vita facile, si capisce. Questo
e' un disco di soul come avrebbe fatto Nina Simone, se avesse avuto una banda
rock alle sue spalle. La stessa emozione quando ho scoperto il soul grazie
ai Commitments. Otis Redding e tutto il Motown Sound. Un disco come campionario
di suoni neri, caldi. La voce ci racconta di desiderio di felicita' e di amore.
"i want my joy back". Una specie di Aretha Franklin che esce di
chiesa e scopre che il marito le fa le corna, che le hanno rubato la macchina
e che la sua migliore amica sta morendo di cancro. Quel senso di disperazione
e di mancanza di chi dice, God tell me why...ma subito dopo esce truccata
e vestita di tutto punto per andare a cantare in un club downtown Chicago.
Questo disco ha turbato tutta la mia notte. Per la sua immediatezza ritmica,
per la sua candida esplorazione di un'anima nera. Per la sorpresa di trovare
-n suono antico rinfrescato e reso acido e vitale da una voce da brividi.
Willie
Nelson: "Countryman"
Album contrastato ( e contrastabile). Dieci anni di gestazione e alla fine
cosa si ha? Un album di reggae o un di country? O un mischione non meglio
identificato? Tutte e tre le cose forse. I brani di raggae non sono che due
o tre, il resto sono canzoni di Willie reggaeizzate. A volte funziona ed il
risultato è scanzonato e allegro. A volte meno e si sfiora il pasticcio.
Tutto questo in un disco che supera di pochissimo la mezzora e che, appena
uscito, ha trovato polemiche e opposizione anche per la copertina (indovinate
perché?). Tutte cose che semmai fanno simpatia, come la voglia di provarsi
e sperimentarsi ancora di questo outlow del country americano, arrivato in
leggerezza oltre la barriera dei settant'anni.
Ry
Cooder: "Chavez Ravine"
La storia è quella di un quartiere satellite di Los Angeles, popolato
da latino-americani, raso al suolo negli anni '50 per fare posto al nuovo
stadio di baseball dei Dodgers. Il sobborgo si chiamava Chavez Ravine, il
ragazzo di Santa Monica che aveva assistito alla demolizione del ghetto in
una notte o poco più a metà del secolo scorso, si chiamava Ry
Cooder e mezzo secolo dopo ha voluto narrare l'episodio da par suo. Ed eccoci
di fonte al solito lavoro di grande pulizia, intelligenza, impegno e godimento
estetico che ci propone Ry. Il quale ormai non si accontanta più di
fare dischi o canzoni per narrare piccoli episodi, ha bisogno di spazi più
estesi, di progetti culturali ampi e dilatati. Come la sorta di archelogia
etno-musicale che ci imbastisce per la circostanza, pescando a piene mani
motivi e interpreti dal periodo e dalla zona etnica. Ne viene fuori un disco
intenso di musica latino-americana, imbastardita dal contatto troppo stretto
con gli statunitensi, suonata e registrata come se si fosse di fronte a un
disco di "allora per ora". Una macchina del tempo! Trovo bello quello
che Ry
Cooder ha dichiarato in una piccola intervista a "L'Unità".
Magnifico il libretto allegato, ricco di foto d'epoca.
Richmond
Fontaine: "The Fitzgerald"
Album delicato e in punta di penna. Pochissimi strumenti e anche quei pochi
usati con parsimonia. Potrebbe sembrare un disco di un solista. Poi però
quei pochi tocchi di violino, il basso e l'armonica, la batteria ogni tanto
e fisarmonica e tastiere entrano a dare qualche pallida sfumatura di colore
a un disco che è in bianco e nero. O virato seppia, come propone la
foto di copertina. E' un disco sui perdenti e le atmosfere musicali che vi
si respirano sono in linea con le attese. Su tutto sta il solido writing del
front-leader (e autore di tutte le canzoni) Willy Vlautin. Fitgerald è
il nome di un hotel di Reno, nel mezzo del nulla nell'Oregon, dove esistono
solo Casinò e sabbia. Il Fitzgerald è l'hotel (con annesso Casinò)
dei perdenti, di chi perde al gioco. Personaggi
da racconto di Raymond Carver, al servizio di musiche che, nei momenti migliori,
ricordano Nebraska. Disco lento e rarefatto. Non per tutti. Solo per gli aficionados
del genere.
Calypso@Dirty Jim
I dischi di calypso hanno dentro il sole! Non so come facciano, ma riescono
a imprigionarlo tra i solchi. Ed è una dolce prigionia. Il sole suona
nei quatro, nei chac chac, nelle trombe mordibi, nei sax felpati, nelle congas
e nelle chitarre. Il sole soprattutto brilla sulle voci di uomini e donne
coinvolti in questa iniziativa che, nemmeno a dirlo, poteva venire in mente
solo a un francese. Ebbene sì, è un progetto simile a Buenavista
Social Club, ma questa volta trasferito a Trinidad e senza ibridazioni con
musicisti provenienti da altrove. Solo vecchi "re e regine" del
calypso come Calypso Rose o Mighty Sparrow, oppure Relator o Lord Superior.
èer tacere di Bomber o Mighty Terror. A loro spetta rivitalizzare,
spolverare, risciacquare e mettere a sciorinare al sole (ecco che ci risiamo!)
brani degli anni '50/60, di cui l'unico celebre da noi è "Matilda"
che era stato un hit di Harry Belafonte. Il Dirty Jim è un locale mitico
di Port of Spain, Trinidad in cui si suonava questa musica. Il risultato è
spiazzante, ma per nulla nostalgico. Il disco è bello non per quello
che ha rappresentato, ma per quello che rappresenta ora. Sarebbe di monito
a tutti gli innamorati nostrani della Campari Mixx Music! Questa è
musica vera, questi sono i tropici e qui si salta (o si è tristi).
Disco per l'estate! (e dvd allegato)
Tinariwen
- "Anassakoul"
Ad "Amassakoul" dei Tinariwen, conviene dare più, molto più,
di un ascolto distratto. Praticamente è blues che arriva dallo sprofondo
del Mali. Musicisti-guerriglieri, armati degli strumenti occidentali (chitarra
elettrica, basso e batteria). Sono Tuareg che suonano come John Lee Hooker,
in grado di far convivere la slide guitar con il didgeridoo o il flauto di
canne. Mi dicono che anche i testi, che si rifanno alle tematiche dell'esilio
e della transumanza, tipiche del loro popolo, con l'aggiunta di un forte appello
politico al risveglio delle coscienze, siano di alta qualità poetica.
Ma su questo "passo". Non passo invece sulla musica che è
coinvolgente e ricca e controcorrente. Diciamo che hanno capovolto gli stilemi
della odierna "musica mediterannea", valicando loro, al contrario,
il canale di Sicilia e l'Atlantico intero. Non per tutti. O forse sì.
O comunque sarebbe meglio se per tutti fossero. Questo è il loro secondo
disco. Esiste anche un "The radio Tisdsas sessions" che non sono
riuscito a procurarmi.
Malachi Constant: "Infinite Justice"
Una scoperta casuale del mio Itunes. Un gruppo di Saint Paul, la citta' gemella
di Minneapolis che gia' ci ha donato gli Husker Du e Prince. Per citarne due
fra tanti. Un disco che parte come i Dismemberment Plan e che dopo diventa
una visione Tarantinesca della musica Indie. Suoni e ritmi vari per un disco
abbastanza riuscito nel suo voler esser originale. Suoni in liberta', echi
di funky e di chitarre anni 70. Consigliato a chi ama tutto quello che sfugge
al controllo delle majors, perche' troppo laterale per avere successo. Anche
se son sicuro tutti vorrebbero ballare ad una canzone come the wind in the
willows.
Sigur ros: "Takk"
Continuano a stupirmi questi islandesi. Se non li conoscessi, penserei di
star ascoltando una canzone di Yossou n'Dour. il nuovo singolo di un disco
che promette meraviglie e parole impronunciabili parte con un giro di basso
pesante, come colpi di pagaia o passi nella neve. Una voce di un bambino e
quella di un castrato si rincorrono a raccontarsi fantasmi. Sono sempre loro.
Melodici e spettrali. Consigliatissimi come sempre. A chi ama la musica che
ottura le orecchie, i suoni senza tempo e per questo modernissimi. La canzone
alla fine impazzisce su un ritmo elettronico od ancora il rumore di mille
passi di fanteria. il rumore bianco al suo massimo. Esplosioni nel cielo terso
di un altrove.
Bob Dylan: "No direction home"
Soundtrack
Cosa si può chiedere di più quando abbiamo un Bob Dylan da ascoltare?
Per noi dylaniati la risposta è semplice: niente. In questo caso poi
abbiamo contemporaneamente tra le mani un oggeto che è un doppio cd,
che è la soundtrack del film di Martin Scorsese su Bob Dylan (anche
se per nulla fedele) e che è pure un nuovo capitolo (il settimo) della
Bootleg Series, che minaccia (promette) di essere pressocché infinita.
Questa volta la scaletta allinea superclassici del calibro di Blowin' in the
wind, Master of war, Hard rain's a-gonna fall, Mr Tambourine man, Desolation
row, Like a Rolling Stones per non citare che i vertici dei vertici dei vertici.
E tutte le canzoni sono o dal vivo o in versione alternata (alternativa).
Non fosse altro l'acquisto sarebbe giustificato dalla foto sulla prima pagina
del booklet dove si vede uno scatto di Bob e Suze Rotolo, immediatamente successivo
( o precedente) a quello storico che appare sulla copertina di The Freewheelin'
Bob Dylan, secondo mitico album del nostro. Ma, in generale, tutto l'apparato
iconografico è di prim'ordine, così come la cura storica nel
comporre il libretto. Resta la musica. La fonte è svariata: parte live
e parte in studio e le registrazioni coprono un arco di tempo tra il '61 e
il '66. Non posso dire l'effetto che faccia questo disco ad un "non addict".
Io sono dylaniato dalla nascita e questo disco per me è come il pane
e le rose, zucchero e miele, vento e sole, musica e donne.
Bruce
Springsteen: "Devils & Dust"
Una
volta al decennio il Boss scatena la sua anima acustica e ci regala piccole
gemme o veri capolavori. "E' qui che sono nato - pare abbia detto - e
di qui mi piace ripassare". E, diciamolo subito, il disco è bello
senza dubbi di sorta. Un grande lavoro dove il boss gioca di fioretto e di
scimitarra, non dando mai l'impressione di essere un uomos eduto, né
arrivato, ma ancora animato da passioni e da voglia di raccontarle: dallo
smarrimento della title track che potrebbe essere una "With God
on my side" riaggiornata ai tempi dei neo-con e di George W.
Bush, dove si evidenzia lo smarrimento di chi uccide, convinto di avere Dio
dalla sua parte e non si accorge di avere solo "Diavoli e polvere".
Mia: "Arular"
Mi avevano preparato, gli amici. Un disco rivoluzionario, non solo nei suoni,
nelle dinamiche sonore. Ma nell'approccio. Hip-hop, ritmi sintetici, quasi,
anzi, sicuramente da drum box. Una copertina che potrebbe essere una dei Mano
Negra o di qualche posse indiavolata. Ma lei e' una ragazzina asiatica, giovanissima,
con una faccia disarmante che arriva dalle periferie inglesi, seconda o terza
generazione di emigranti asiatici. Non mi ricordo da dove, Bangladesh or similia.
Mica per ignoranza lo dico. E' che questo disco e' perfettamente in linea
con Public Enemy, De la Soul, Arrested Development schiantati a duecento all'ora
con Ms. Dynamite e gli Asian Dub Foundation. Ho una profonda passione per
gruppi come le Zap Mama, cui MIA assomiglia in qualche maniera. Ma questa
ragazza fa qualcosa di completamente diverso. Nuovo. Non e' bludy world music,
che a solo veder la sezione nei negozi di dischi mi viene l'itterizia. Razzismo
o cageismo culturale. No. MIA e' diversa. Urla quel che vede nel mondo e che
non ama. Non condivide. Non ama. Dalla guerra in Iraq fino alla violenza attorno
a se, delle guerre fra gangs di ragazzini indiani contro quelli di colore.
Mentre il principino Harry si veste da kapo' e nessuno dice niente. Il circolo
dell'odio. Del mucchio. Del gregge di pecoroni. Appropriatamente, nel libretto
del disco scrive in fondo: You can be a follower but who's your leader? Break
that cycle or it'll kill ya. Concetto che si applica al ragazzino che entra
nella gang o nella posse armata, all'elettore di Bush od a chi continua a
guidare i SUV.
Andrew
Bird: ""The misterious production of egg"
Andrew Bird esce dallo stesso mondo dove anni fa viveva Donovan, ma non
il primo Donovan, il menestrello, la risposta inglese (anzi scozzese) a Bob
Dylan. Stiamo parlando del Donovan di "A gift from a flower to a garden",
lo psico-cantore di "Wear your love like heaven". Andrew Bird usa
la stessa delicatezza e dolcezza, ma meglio ancora la stessa "obliquità",
la stessa capacità di essere "sghembo" nei confronti della
vita o quantomeno della musica con cui la racconta. I suoi brani non seguono
strutture lineari e non sono nemmeno sempre pacati. E' un folk-pop sognante
e gentile, ma non moscio. E' un piacere da ascoltare e anche da cercare di
decrittare. Non è musica così semplice come ptorebbe apparire
a un primo ascolto. Ma diciamo la verità: non basta la copertina per
conquistarvi? E il libretto prosegue all'interno illustrando ogni canzone
coi disegni di Jay Ryan, talentuoso artista di Chicago (Bird invece viene
dal Nord Illinois e questo è il suo quinto disco in studio). E se volessimo
anche sprecare il nome di Nick Drake potremmo pure farlo senza grossi rischi.
Nato violinista swing, approda in questo album a una dimensione cantautorale
che non toglie un'oncia di fascino ai suoi lavori, né attuali, né
precedenti. Tutto da ascoltare: Masterfade in particolare.
Arcade
Fire: "The funeral"
Ho scoperto di recente che questo genere musicale si chiama "sadcore".
immaginabile l'etimo. E ho scoperto anche di essere un grande appassionato
di "sadcore". Sarà la mia anima romantica e mitteluropea,
saranno i retaggi di musica classica, saranno forse le canzoni popolari che
hanno sempre un fondo di tristezza, quando non sono meste tout court. Un disco
dedicato ai "Funerali" e ai vicini che se ne vanno non può
brillare di allegria. Eppure di energia ce n'è e non da poco, in un
disco intriso di elettronica tanto quanto di strumenti acustici, capace di
dolcezze e (poco dopo) di asprezze altrettanto intese. Non è fondamental
attribuire questa musica a uno stile oppure a un altro: è new wave,
è pop, è folk anche, se vogliamo. Ma soprattutto è un
disco di musica intensa e non è un caso che venga ancora una volta
dal Canada, territorio che sembra destinato a exploit di questo tipo. Neighborhood
#4 (7 Kettles) è la mia canzone preferita, ma è l'insieme
che ha valore.
The
Mars Volta: "Frances the mute"
E' un disco che divide e non che unisce. Indubbiamente è revival del
progressive rock. indubbiamente può stancare, così come è
concepito, con 5 lunghe suite che si intersecano e che sfumano l'una nell'altra.
Ma forse tutto dipende da quanti scheletri avete lasciato nell'armadio del
progressive rock. Se non ci sono cadaveri il disco non può non interessare
(e infastidire, se volete, ma anche questo significa che non lascia indifferenti).
Miranda merita un ascolto in più.
White
Stripes: "Get behind me Satan"
Per fortuna, i White Stripes regolano il conto e fanno carte quaranta per
dirci che in fondo this is only a bloody carnival of souls. Un sano rock n'roll,
un disco incendiario e consapevolmente retro'. Rosso e nero, leggermente inquietante.
La forza di mille mostri lovecraftiani, la forza bruta degli elementi naturali
che stavolta trovano un pianoforte da torturare. Ed un vago senso di malessere
tropicale, una milonga od una salsa come la potrebbe suonare un bluesman dei
quartieri neri di Detroit.
Leonard
Cohen: "Dear Heather"
Non convince questo nuovo Cohen. Bisogna ascoltarlo perché è
Cohen. Ma anche così non convince. E non se ne capisce il motivo di
andarsi a imbarcare nell'opera di un disco nuovo se (a settant'anni peraltro)
non si è fortemente motivati. Fatti i debiti paragoni scuscita perplessità
simili a quelle che può provocare Paolo Conte con "Elegia".
Se non fosse che all'avvocato di Asti mancano forse forti motivazioni, ma
la classe e la musicalità sono rimaste intatte. Qui Cohen sembra più
che altro vittima delle circostanze. E mancano anche quei colpi d'ala che
pure avevano risollevato "Ten new song" dalla noia di Mrs Robinson
(la produttrice).
Tom
Waits: "Real Gone"
Matto come un cavallo Tom Waits lo è sempre stato. E ti pareva che
si dovesse smentire proprio ora? "Real Gone" è un grande
bel disco di oggi, che suona musica attuale, anche se fatta da un uomo (geniale,
comunque) che il mezzo secolo se l'è lasciato alle spalle da un bel
pezzo. Non è solo la voce che gratta, perché sembra che non
entri la prima (in realtà, l'abbiamo già detto, è in
"folle") qui c'è la frizione tra un bel nocciolo di idee
fondanti e i mezzi per realizzarle. Insomma, più che con gli ultimi
due (Alice e Blood Money) e come con Mule Variations, si può dire che
ci siamo. E Tom Waits c'è con noi.
Jolie
Holland: "Escondida"
Guardate l'immagine di copertina. Racconta già tutto. E' tutto detto
lì. Vedete bene la foto? I contorni sono nitidi? Riuscite a distinguere
perfettamente le espressioni? E, soprattutto, vi è chiaro quando è
stata scattata la foto? A che periodo appartiene? No? Ebbene, allora siete
pronti per sentire il disco. Ne ricaverete la stessa sensazione. I suoni sembreranno
fuori fuoco, l'audio distratto, chitarra e mandolino vi pizzicheranno l'anima
(a proposito, non cercate il violino che vedete in copertina. Semplicemente
non c'è nel disco!) . Ma potreste trovare un ukulele, un banjo, delle
marimba, un basso verticale in alluminio e legno e anche una tromba e un sassofono
che suonano tutti sottovoce.
U2:
"How to dismantle an atomic bomb"
I dischi degli U2 assomigliano sempre più ad encicliche
papali. Nell'attesa spasmodica dei "fedeli", nella nervosa tensione
di critici e malavversi del gruppo irlandese, pronti a cogliere anche il minimo
accenno di debolezza e di ritirata di fronte alla modernità. Ogni nuovo
disco degli U2 sembra possa ridefinire un'epoca, un periodo della nostra storia.
Da sempre, da "Boy" in poi. I quattro irlandesi
hanno attraversato più di venti anni di vita a raccontarci le loro
mutazioni umane ed a descriverci le urgenze del cambiamento.
Steve Earle: "The Revolution start now"
Grande disco a cospetto del cielo. Steve Earle è un eroe con la chitarra
che non sbaglia colpo da anni e quando le esigenze poetiche e musicali si
sposano con l'urgenza politica, la miscela spesso viene di ottima qualità.
Non filtratelo e gustatevelo tutto così. Puro e senza zucchero.
Nick
Cave: "Abattoir blues - The Lyre of Orpheus"
Se ci si mette a discutere Nick Cave si mettono in discussione le fondamenta
stesse dell'edificio rock. E' un grande che disco dopo disco allunga la serie
degli album imperdibili. In questo caso c'è anche troppo materiale
(disco doppio, ma a prezzo onesto) e la Lira d'Orfeo è meno "necessaria"
rispetto ad "Abattoir", ma è la discriminante tra il tonno
e il pagello.
Tin
Hat Trio: "Book of Silk"
Noi abbiamo trovato "i tesori nascosti" di cui parla Enrico. E non
pochi, ma sparsi a piene mani per l'intero album. Noia? E' un'opzione. Chi
la trova è perché sa dove andarsela a cercare. Il disco è
di suprema delicatezza, esattamente come la seta citata nel titolo. Ascolti
di seta per ascoltatori con l'anima di kashmir.
Marianne
Faithful: "Before the poison"
La Marianne Faithfull che tutti volevamo, aspra e chiara come non la si ascoltava
forse da Blazing Away, 1990. Una donna «lucida e distaccata come non
mi era mai capitato in vita», forte della sua fragilità, che
spande l'amaro miele della voce su un repertorio di calibrata bellezza che
selezionati amici (Nick Cave, Polly Jean Harvey, Damon Albarn, Jon Brion)
hanno scritto per lei.
Neil Young: "Greatest Hits"
Praticamente perfetto. Ma è il solito e solido vecchio Neil Young!
Niente sorprese e forse non potevano essercene in un Greatest hits che si
rispetti (ha senso un inedito su un Greatest Hits?). In questo caso abbiamo
una caterva di ottima musica (1h e 16 minuti) senza un attimo di pausa. Manca
poco, però qualcosa manca. Devo dire che per "economia d'ascolto"
preferisco un singolo cd a due dischetti poco imbottiti. Ma forse si poteva
rischiare con qualcosa tipo "facciata A" e "facciata B".
Per chi non ha nulla di Young è imperdibile. Gli altri hanno già
i singoli dischi.
British sea power - assolutamente unici, nella dedizione ad un rock melodico,
inglese, eroico. canzoni da cantare nel mezzo della tempesta a tutta voce.
Le intuizioni dei Litfiba riviste e cotte nella birra. Un altro bel disco
da viaggio, British Sea Power "The Decline of British Sea Power".
Consigliatissimo a chi ama la new wave anni ‘80 alla Bauhaus, David
Bowie. Un disco quintessenzialmente inglese.
Musica caraibica in salsa Africana. Potrebbe non piacere. Potrebbe. Ma mi
sembra difficile. Già la prima canzone “Seyin Djro” ti
introduce di colpo in un mondo popolato di calypso, salsa e merengue, guidato
da una sessione fiati di primo piano e di assoluto mood cubano. “Congoleo”
non si può ascoltare senza ballare o almeno muoversi a tempo (e non
a caso è il singolo dedicato). Grazia. E si arriva a “Bala bala”
ormai preda del mondo di Angelique Kidjo che è africana (del Benin.
Come si dice? Beninese?), ma ha deciso anni fa di dedicare una triologia a
come la musica di origine africana si sia diffusa e dispersa per il mondo:
dopo gli Stati Uniti e il Brasile ora è la volta della musica dei Carabi.
Scommessa vinta. Io ballo. E voi?
Jolie Holland nel cuor mi sta. E Catalpa, se possibile, è ancora più
avvicente di “Escondida”, che già era una piccola gemma,
ma leggermente più curata (Escondida sarebbe il secondo disco, ma è
quello da cui sono entrato nel mondo poetico e musicale di Jolie), ma leggermente
più curata. “Catalpa” sembra un’opera a cui non ne
frega niente di essere ascoltata. Buttata lì, senza cura, da una persona
che subito se ne è disinteressata. Trasandata, diciamo, ma forse proprio
qui sta la sua purezza. Suono assolutamente low-fi ed acustico, pochissimi
strumenti, spesso solo la chitarra, ma anche dove entrano gli altri (armonica,
banjo, percussioni) non fanno certo “rumore”. E la ex “Be
Good Tanyas” parla con dolcezza ai nostri cuori o alle membra stanche
da una giornata di lavoro o da una domenica di troppo ozio sotto il sole.
Campagna d’estate potrebbe essere il sottotitolo ed un eventuale riferimento
sonoro. Il lato B della vita, ma che piacere stare in ombra se il sole batte
troppo forte!
Green day - ascoltatevi "american Idiot". i ragazzi, dal lato del
loro flower punk, hanno costruito un disco coerente e politico. Vissuto. Sembra
modaiolo. Ma li conosco da troppo tempo e sanno veramente piegare la materia
a loro piacimento. Son loro i songwriters del futuro. Provare per credere.
E questo è veramente un grande disco! Indipendendemente da qualsiasi
atteggiamento da piccolo fan, da qualsiasi piccolofannismo. basta ascoltarlo
per capire che "Mercy now" ha le stimmate della diversità.
Diversità che poi sta tutta nelle corde della sua autrice. Siamo nell'ambito
della Louisiana profonda, quella che emerge dai romanzi affascinanti e imprescindibili
(anche per capirne la musica) di James Lee Burke (non perdete
"Sunset Limited", da leggere ascoltando questo
disco). La voce è pesante e nera come se si trattasse di un Nick Cave
al femminile o di un Tom Waits degli esordi. La musica è cajun, blues,
roots music, ma suonata con una intensità e partecipazione quasi dolorosa.
Da brividi l'iniziale "Falling out of love" e la
malinconica "Empty space", ma è il disco
nella sua totalità da non perdere. Ma il punto più alto sono
i 6 minuti di "Prayer without words", che, contrariametne
a quanto promette il titolo le parole invece le ha.
Massì, diciamolo: è un genio! O meglio c'è del geniaccio
dietro a questo ragazzo poco più che ventenne e già riconosciuto
in patria come stella emergente (o forse già emersa), il che non gli
ha impedito di fare una data a Milano praticatamente in sordina e di riempire
ugualmente il locale (il Transilvania). Forse non un modello di simpatia,
però dotato, parecchio dotato, in quell'area di deriva che va da Bob
Dylan (è come dire De André in Italia, imprescindibile
per chiunque faccia musica con una chitarra tra le mani) e Beck,
a cui, sinceramente mi sembra che si avvicini di più. I suoi brani
sono anche versati sul lato low-fi, ma solo fino a un certo punto. Non è
solo chitarra e voce. ci sono percussioni, batteria, basso, violino, fiati,
tutto quanto serva a fare buona musica e suonata bene. Non è nemmeno
Devaandra Banhurt, per intenderci: meno folle e meno spiazzante.
Anche se, dei due dischi usciti in contemporanea, ho scelto di prenderne uno
solo e quello che mi aspettavo mi avrebbe trovato su un versante d'ascolto
affine. Resta da ascoltare il resto, ma questo "I'm wide awake, it's
morning" è un ottimo disco di musica country-folk con sprazzi
di rock. Non ci sono più, credo, ma non è molto dissimile dai
"Lullaby for the working class". D'altra parte
tutti ne parlano: che aspettate ad accattarvi il disco in modo da poterne
parlare anche voi?
Eleganza!
Quale altro termine usare? Francoise Hardy, oltre a sfoggiare una bellezza
a tutta prova dei suoi 60 anni e oltre, anche musicalmente cerca di sedurci
coi dolci suoni e la morbidezza delle parole con cui ci racconta delle "cose
belle". E dio sa quanto abbiamo bisogno di sentirci raccontare
che ci sono anche belle cose! La parte musicale è curata dal nuovo
geniaccio francese di questo tipo di musiche e canzoni, ossia quel Benjamin
Biolay, compagno e sodale di Chiara Mastroianni nel
recente "Home", a cui questo disco deve più
di qualcosa come atmosfere e clima complessivo. Sospeso e rarefatto, ogni
tanto vagamente "rompicoglioni", ma in senso affettuoso. Insomma
non ascoltatele se avete bisogno di una scarica di energia. Altrimenti,. in
fase di relax, è l'album che può fare per voi.
Allora, per Emiliana Torrini, mutatis mutandis, potrebbero valere i discorsi
fatti per l'ultimo cd di Francoise Hardy. Tanto delicata,
tanto dolce, tanto rilassata ... ma un po' spaccamaroni! Se si riesce a non
prendere l'onda negativa, il disco offre veramente delle oasi di pulizia e
di dolcezza che è difficile trovarne altrettanta. Ma la dolcezza, quando
si esagera diventa melassa. E la melassa a gioco lungo stanca. Il disco della
Torrini non è lungo (neanche 40 minuti) ed è fatto tutto di
canzoni brevi, ma il consiglio è sempre quello: accostatevi a un disco
di questo tipo ben convinti di cosa state andando ad ascoltare! Altrimenti
la crisi di rigetto potrebbe venire naturale. Voce delicata, al limite dello
sfumato, arpeggi di chitarra e rumori di fondo naturali. Il tutto "fa
molto" Nick Drake.. Qua e là qualche tastiera,
di cui avrei anche fatto a meno. Niente percussioni o simili. Se presa per
il verso giusto è grande gioia e aria pura.