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Le BiELLE RECENSIONI
Luigi Maieron : “I Turcs tal Friul"
Incontri Pasolini e capisci che è il momento di imparare
di Elisabetta Malantrucco
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Crediti:

I Turcs Tal Friul
di Pier Paolo Pasolini.
Da prosa a forma di canzone.
Rivisitazione musicale di Luigi Maieron.
Luigi Maieron - Voce narrante, voce e chitarra
Gabriella Gabrielli - Voce
Ivan Cossetti - Basso melodico
Franco Giordani - Mandolino, percussioni e voce
Daniele Masarotti - Violino, percussioni e fisarmonica
Coro dai "Turcs" di Cleulis - Lucia Boschetti, Alice Maieron, Rosalina Maieron, Tullio Maieron, Arnaldo Puntel, Erwin Puntel, Hans Puntel, Mario Puntel
Michel Gazich - Viola e violino in Crist Pietàt e Biel Zuvinìn
Dall'opera sono stati tratti 12 brani musicali.

Su Bielle

Sul web

Maieron: "I Turcs tal Friul"
GoodFellas - 2015
Reperibile ai concerti
e online

Tracklist

01 Crist pietat
02

Madonauta

03 Jo i soi vecia
04 Il grumàl
05 Dami il to grumal
06 Alc ta la man
07 Il gardilín
08 Sanc cristian
09

Verzin beada

10 No sino duciu in pont di muart?
11 In pont di muart
12

Pietat di nu ?

13 Cristians
14 Sin rivas apena a s'ciampa
15 Mil ciavài
16 In silensi
17

Coro dai Turcs

18 Puora zent
19 Verzin Santa e Beada
20 Se vino mai capit
21 Meni al è muart
22 Ti vevis resòn
23 Miracul?
24 Mil ciavài
25 Biel Zuvinín
“Chi parte da Venezia dopo un viaggio di due ore, se prende l’accelerato (magari quello del sabato sera, pieno di studenti e di operai) giunge al limite del Veneto e per dissolvenza entra nel Friuli; il paesaggio non sembra mutare, ma se il viaggiatore è sottile qualcosa annusa nell’aria: è cessata sulla Livenza la campagna dipinta da Palma il Vecchio e da Cima, le montagne si sono scostate a nord, con vene di ghiaioni e nero di boschi appena percettibile, contro il gran velame, e il primo Friuli è tutto pianura e cielo; poi si infittiscono le rogge, le file dei gelsi, i boschetti di sambuchi; i casolari si fanno meno rosei sui cortili spazzati come per una festa, coi fienili fra le cui colonne il fieno si gonfia duro e immoto, ma è specialmente l’odore che fiotta dentro lo scompartimento svuotato ad essere diverso: odore di terra romanza, di area marginale. Sulla dolcezza dell’Italia moderna c’è come il rigido fresco riflesso di un’Italia alpestre, dal sapore neolatino, ancora stupendamente recente”.

Così Pier Paolo Pasolini descrive il Friuli in una trasmissione radiofonica Rai (Paesaggi e scrittori) molto lontana nel tempo. E noi proveremo a raccontare di lui, del Friuli, del dialetto, dell’arte e della musica, parlando dell’opera giovanile ‘I Turcs tal Friul’ e del grande lavoro che su questa opera ha realizzato il cantautore Luigi Maieron, musicandola, mettendola in scena nel 2006 e realizzando un album tre anni dopo dallo stesso titolo, il tutto in collaborazione con l’Associazione Gentes.

Era il 1944 quando il giovane poeta scrisse i Turcs, la storia dell’invasione turca in Friuli nel 1499 e della piccola comunità di Casarsa che miracolosamente riesce a salvarsi dalle distruzioni feroci dell’invasore. L’idea era proprio quella di mettere in scena – in piena Guerra Mondiale e in terra di confine - un atto teatrale che si muovesse tra la Tragedia greca e la rappresentazione sacra. I riferimenti alla guerra in corso sono evidenti e i personaggi protagonisti del dramma, i fratelli Pauli e Meni – il primo che sceglie di rimanere in paese a pregare insieme con tutta la comunità riunita, il secondo che invece parte ed eroicamente si sacrifica e muore in battaglia – ricordano tragicamente e profeticamente proprio Pier Paolo e suo fratello Guido, che era partito da partigiano e che morirà nel 1945, ucciso dal fuoco di altri partigiani, i comunisti fedeli a Tito, in quella triste, drammatica, fratricida storia di confine che fu la lotta per la Liberazione in Friuli.

E la scelta del dialetto si inseriva già in quella costante pasoliniana della ricerca – nella scrittura - del realismo dell’origine, della naturalezza e della immediatezza del mondo contadino e popolare, ovvero la ricerca della poesia nella vita. Una ricerca che Pasolini tentò di testimoniare in tutte le sue opere, fino ad arrivare al cinema. In una intervista ad Achille Millo, del 1967 egli infatti dichiarava: ‘La poesia è nella vita, cioè io penso che la vita stessa sia un linguaggio che delle volte si esprime in prosa e delle volte si esprime in poesia; ci sono momenti della vita che di per sé sono poetici. (…) Ora noi possediamo una lingua scritta e parlata, che scriviamo, che parliamo, per testimoniare questi momenti di poesia della vita. Questa lingua è fatta di simboli. (…) Il cinema invece non ha bisogno di questi simboli (…) ecco perché ho scelto il cinema: perché il cinema mi consente di rappresentare la realtà con la realtà e quindi la poesia della realtà con la poesia della realtà; non ho bisogno di mediazioni linguistiche: trovo la realtà nella sua bellezza e nella sua poesia così com’è, quindi è un po’ una continuazione del mio lavoro di poeta.’


Ma venti anni prima, quando scrisse I Turcs, il percorso realista era appena cominciato, anche se già era evidente; è forse uno dei primi segni che il cantautore Maieron ha ritrovato, non solo impegnandosi in questo lavoro, ma anche incontrando nella sua vita di uomo e di artista un personaggio importante e scomodo (anche per le coscienze dei singoli) come Pier Paolo Pasolini: ‘Quando incontri Pasolini capisci che quello è il momento di imparare. Quando ti imbatti in lui ti cambiano molte cose, perché hai non solo la percezione ma anche la prova di essere davanti a un uomo che metteva il realismo prima di ogni altra cosa, un uomo che è stato capace di raccontare quello che è successo al nostro popolo dal Dopoguerra in poi. Pasolini ci ha mostrato quello che siamo diventati, il meccanismo che ci ha traformato da popolo a massa.

Luigi Maieron ci ha detto molto su come sia nato il suo lavoro per I Turcs. Ha letto più volte il testo per entrarci dentro e per fortuna ha scoperto – grazie ad un ricercatore universitario – che Pasolini voleva musica per questa sua opera. Ma quale? Questo non lo spiegava. Quale era la vera intenzione del poeta? Una domanda fondamentale per il cantautore friulano, alla ricerca di una verità antica e perduta su un uomo che dava un senso non solo ad ogni suo lavoro, ma anche ad ogni sua parola. Proprio grazie alla ripetuta lettura del testo (tra l’altro in un dialetto diverso dal suo: ‘quello di Pasolini è il dialetto di Casarsa: l’ho dovuto studiare. Il nostro, il carnico, è duro mentre quello di Pasolini no, è molto più dolce, più leggero, meno gutturale come suono’) la risposta è arrivata: ‘c’è un testo che scorre, però ci sono dei punti in questo testo dove si può fermare il parlato e si può cominciare a cantare. Pasolini era un grande cultore della villotta, un nostro canto tipico e secondo me era così che il poeta immaginava la musica per i Turcs.

Così Maieron senza cambiare una virgola, senza aggiungere ma solo togliendo parole, più che canzoni ha creato delle piccole villotte, con una melodia più attuale, muovendosi e creando un equilibrio tra musica d’autore e folk. Una operazione pienamente riuscita perché il disco mantiene un’aria popolare ma in senso letterario e intellettuale: ci riferiamo proprio alla musica, al di là del testo. Un testo che poi mantiene, con gli accordi di Maieron, levità e gravità, sacralità e popolarità, realtà e ritualità. Un album che nell’insieme contiene perciò brani contemporanei… dal sapore antico! E per questo dobbiamo ritornare al Friuli e al dialetto. Come spiega giustamente il cantautore della Carnia, Pasolini non voleva usare la lingua della borghesia ma quella del popolo, ‘era il suo giardino dove respirare’, quello dei contadini, della terra dei padri: ‘Per l’epoca era una grande intuizione. Se si pensa a Pasolini ci si dimentica spesso del suo candore, della sua innocenza, della sua delicatezza d’animo profonda e del suo amore per il popolo, che amava e che negli anni vide mano mano scomparire’ .

Maieron di quel popolo sa molto e molto potrebbe dire del Friuli e della musica popolare. Si capisce dalle sue canzoni, si capisce dai suoi Turcs e definitivamente si capisce conoscendo la sua biografia; la sua è una famiglia di musicanti; suo nonno suonava il contrabbasso, sua madre la fisarmonica, la soffitta era una specie di stanza dei sogni delle note, piena di strumenti da provare e suonare. La casa sempre piena di cantanti e musicisti della zona; Il luogo dove tutto questo accadeva è Cercivento, un paesino della Carnia a 18 km dall’Austria; una storia quindi di suoni e di confini, popolata da persone particolari in una zona geograficamente isolata e montana; uno di quei luoghi che amava Pasolini, con ‘questa gente che aveva la cultura del fare, con queste schiene piegate a forma di preghiera quasi, con queste mani operose ma con questo senso della carità, con questa capacità di amare, gente fatta ognuno a suo modo, senza omologazioni’, gente che sentiva forte il senso religioso, quello di un Dio immanente che accompagnava le fasi della vita individuale, collettiva, naturale. Appare chiaro che per un uomo che ha trascorso una simile infanzia in simili luoghi, toccato dalla Grazia (sacra) della musica, l’incontro con un poeta come Pasolini era inevitabile. Il saperlo interpretare con sapienza e con grazia (umana) come ha fatto in questo disco ormai datato, ma che non perde nulla in bellezza e incanto ad ascoltarlo oggi, appare a chi scrive naturale. L’incontro con questo mondo friulano, infine, è un toccasana per ogni animo confuso dai rumori del tempo.

Una parola a parte va detta sul brano Biel Zuvinìn, che non fa parte dei Turcs ma de ‘El testament coràn’; è tra le canzoni più belle e importanti del disco: il testo poi meriterebbe un discorso a sé per come riesce a sintetizzare più di quanto potrebbero mille saggi, i temi dell’ingiustizia, del lavoro, della giovinezza tradita, della povertà, della dicotomia servo/padrone.

7

Ultimo aggiornamento: 25-05-2016