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Le Bielle interviste 2016

Tito Schipa Jr.: «Orfeo, un avviso a una generazione»

"Dylan è come Dante, è come Shakespeare, è un poeta vero, universale, un maestro, un riferimento per chiunque voglia scrivere oggi". Allo studio un "Dylaniato 2 - Nel fango di Firenze"

di Alberto Marchetti
22/12 - Incontro Tito Schipa Junior nella sede di una piccola associazione presso la quale è prevista una proiezione dell’Orfeo 9, la prima mitica opera pop, divenuta nel tempo un cult. E’ l’occasione per un viaggio che parte lontano, in quei primi anni 60 che stavano già stravolgendo il mondo.

A – Finalmente la riedizione di Orfeo 9 ha visto la luce, com’è andata?

Tito - Lo sforzo per la riedizione di Orfeo 9 è tutto di Ermanno Manzetti, è stato lui a trovare me.


Manzetti – Io sono letteralmente inciampato in Orfeo 9, in un negozio di dischi. Un giorno ho trovato, fuori posto, questo cd che mi ha catturato e di cui al primo ascolto mi sono innamorato. Cercai notizie e sul sito di Tito, alla fine del 2004, si annunciava così l’uscita del dvd: “Se avete idee per gli extra che vi interessano scrivete ecc.”. E io ho scritto una mail, lunga 4 pagine. Poi, alla Feltrinelli della Galleria Colonna, dove avrebbe fatto la presentazione dell’autobiografia di Dylan, lì ci siamo conosciuti.
Io producevo già i dvd dei miei spettacoli teatrali, in breve sono stato investito del compito di realizzare il suo. Abbiamo impiegato 10 anni per i mille accadimenti della vita, per vicende che esulavano dalla nostra volontà. Ma alla fine ecco il risultato. L’edizione è eccezionale, con 8 ore di documenti preziosi e inediti come quelli dello spettacolo al Piper del 1967 da cui tutto partì, quello del 1970 al Sistina, filmati della lavorazione, libretto con testi e così via.
Tito – Orfeo 9 nasce al Piper proprio nel momento in cui si realizza l’Opera beat “Then an Alley”, con le canzoni di Bob Dylan. La combinazione tra la scoperta del locale, straordinario, la passione per Bob Dylan e la sua musica, e la mia voglia di ritrovare qualcosa che somigliasse al melodramma, che ho sempre amato, e che fosse al contempo nuovo, produsse quell’esperimento che durò, in quel 1967, sette giorni appena, in maniera davvero unica, stimolante, e che fu interrotto purtroppo per volontà dello stesso Dylan, che ci scrisse “Ma che state a fa? Un’opera con le mie musiche?” e quindi ci siamo dovuti fermare.
Ma l’idea ormai era nata, il germe era entrato in azione, e quello spettacolo nato quasi per gioco ebbe un successo incredibile. Aveva infatti trovato l’entusiasmo del direttore artistico del Piper, Fabrizio Bogianchino, grandissimo, e il giorno dopo il debutto la notizia rimbalzò ovunque, anche fuori dai confini nazionali. Tutti ne parlarono, inconsapevolmente avevamo fatto la cosa giusta nel giusto momento.
Questa grande attenzione mi portò a progettare una riedizione italiana di “Porgy and Bess” di Gershwin, che, pensa, a tutt’oggi non è stata ancora fatta. Volevo accentuare la parte della commedia musicale, tagliando via la zavorra dovuta al tempo, perché quell’opera, a tratti così pesante, nasconde una commedia musicale di una bellezza pazzesca. Volevo affidare gli arrangiamenti ai grandi della musica contemporanea, tenendo conto dell’evoluzione musicale, di Miles Davis e di tutto quello che era accaduto dagli anni 30 in poi.
Anche lì però gli eredi di Gershwin sollevarono, come Dylan la volta prima, qualche obiezione a una revisione anche minima del testo. Sia chiaro, ne comprendo il valore come caposaldo della cultura nera, ma resta un’opera legata a un tempo diverso, e chi ne ha fatto bandiera la desidera ancora uguale a se stessa, nota per nota, senza quegli aggiustamenti che per me si rendono ormai necessari. Pensa, un ebreo scrisse una storia d’amore tra due neri, che erano un monco e una drogata, un’invenzione pazzesca, una storia straordinaria, incredibile per quell’epoca dai profondi e violentissimi contrasti razziali, e fu un successo clamoroso, fu e resta un capolavoro assoluto.
Io avevo già prenotato il Sistina per questo nuovo lavoro, Garinei e Giovannini mi avevano dato l’ok, poi arrivò il no dall’America. Cosa potevo fare a 23 anni, col Sistina prenotato? Furono giorni febbrili, pensando al lavoro già realizzato al Piper, dopo quello stop imprevisto, progettai un’opera con testi e musiche originali, ero in una fase di grande creatività. Andammo così in scena con un cast improvvisato, quaranta personaggi, i più vari, presi dalla strada, alcuni addirittura barboni, e pochi professionisti, peraltro molto bravi. Abbiamo trasformato il Sistina in una comune.
Esordire al Sistina, un teatro da 1600 posti, con un’opera di avanguardia, fu una pazzia, avevamo 400 persone a sera, che in se è un ottimo risultato, in un altro teatro più piccolo sarebbe stato un successo strepitoso, lì invece sembrava di avere un teatro vuoto. Per fortuna un funzionario Rai era presente a una delle repliche e comprese il valore dello spettacolo. All’epoca la Rai aveva un settore sperimentale gestito con grande intelligenza. Nel 1972 produssero quindi l’album, e fu una fortuna, c’era tutta un’orchestra sinfonica dentro. Oggi Orfeo 9 è considerato tra i 100 album fondamentali della musica italiana del 900.
Quando arrivai al film e al disco potei permettermi di scegliere dei nomi diversi, persone che erano importanti per me, perché nessuno di loro (Loredana Berté e Renato Zero tra i tanti) era ancora famoso, ma mi piacevano. Serviva gente che sapesse anche cantare, per esempio se avessi preso Thomas Milian, che si era offerto per fare Orfeo 9, forse non sarebbe andata come andò.


L’idea buona fu quella di traslare il mito di Orfeo appunto ai giorni moderni, una storia che continua ad affascinare ancora oggi, a distanza di millenni, un archetipo immortale. Ripartii quindi da Esiodo e scrissi in poco tempo tutta l’opera.


All’epoca dello spettacolo al Sistina avevo meno di 24 anni, allora chi aveva un’idea facilmente la realizzava, si creava subito intorno un certo interesse, nasceva con facilità un gruppo di collaboratori, di amici. Un mito come quello di Orfeo è decisamente attuale, qualcosa di vissuto e valido nel momento in cui è stato vissuto, dovrebbe insegnarci come la felicità vada riscoperta attimo per attimo perché è sempre diversa e adatta al momento in cui si vive. Il passato va conosciuto e analizzato, ma non dovrebbe costituire un prototipo, una regola, un’ideologia.
Allora mi lasciai risucchiare da certe esperienze, ci entrai a piedi pari, per quei tempi era normale, ho provato l’acido lisergico, ne conosco il fascino e l’orrore, perché devi capire che Lucifero è un angelo caduto, ed è bellissimo. Chi ha capito il fascino e il pericolo che quella bellezza comporta, può meglio mettere sull’avviso chi si avvicina alle droghe.
Orfeo era anche questo, un avviso efficace a una generazione, fatto da uno che a quella generazione appartiene, vivendone tensioni ed errori. Orfeo ha i suoi problemi, vive isolato, ha difficoltà di comunicazione, poi incontra una ragazza che per lui è la soluzione, la felicità, il contatto, la gioia.
A un passo dal matrimonio un venditore di fumo, con un trucco semplice e tremendo, gli vende quello che ha già, facendogli perdere il piacere di quello che stava vivendo. Rifiuta così tutte le offerte di felicità legato com’è ormai a quello stereotipo che lo ha condizionato, gli ha fatto perdere il presente. Questo era un po’ il sottotesto del mito, la necessità di vivere il momento, il resto non ha valore perché non è. O si comprende questo o si rischia la dannazione, per sempre, come accade a Orfeo.
Io sono un musicista che sa improvvisare bene con la macchina da presa, con la musica scrivo con fatica, con la macchina da presa so improvvisare, sono orgoglioso di come ho girato questo film, a vederlo oggi non ci si accorge di quanto questo modo di filmare fosse avanti, i videoclip veri e propri arriveranno soltanto sei, sette anni dopo.


Quindi nel film, in una scala di valori personale, va valutato il testo, poi il girato, poi la musica e ultima l’interpretazione. Io non sono un attore, avrei preferito non farlo, accadde, non ne avevo il desiderio.
Per il film, non appena qualche censore scoprì come uno dei temi trattati fosse l’uso e l’abuso di droghe, la Rai non fece più nulla per continuare produzione e promozione, anzi, a film finito ne accelerò censura e rapida scomparsa, non fu mai mandato in onda, se non anni più tardi, di notte, e in bianco e nero.
Chiesi aiuto a Mario Orfini, produttore, che ci mise del suo e finalmente finimmo anche il film, con il cast che aveva prestato volti e voci al musical “Hair”, con un budget limitato e in 16 mm, finché un certo Fiorenza stampò 2 copie in 35 mm e le spedì ai cinema d’essai.
E’ stato riscoperto poi, e voluto, 35 anni dopo, al 65° festival di Venezia dal direttore Marco Muller su suggerimento di Marco Giusti, e da allora l’attenzione s’è fatta di nuovo forte. Nota dolente, una delle due copie andò perduta durante il viaggio verso Venezia. Malgrado sia considerato ormai un cult per l’edizione in Dvd abbiamo dovuto fare il giro delle sette chiese, collezionando una lunga serie di rifiuti.
Orfeo 9 ha avuto il no di quindici case discografiche prima di essere accettato, e perché? Io mi sono sentito dire da un discografico nazionale: “Non si può fare un disco dove c’è la parola costellazioni perché la gente non la comprende”.
Orfeo 9 per me è soprattutto il suo libretto, tant’è vero che questa sera lo proiettiamo con i sottotitoli, soprattutto per godere meglio i testi, la musica è al loro servizio, non sono un musicista, sono uno che usa la musica, è diverso, non concepisco una musica che non sostenga un elemento testuale, non saprei scrivere otto battute di musica pura. Anche i grandi dell’opera italiana, Verdi, Puccini, dicevano la stessa cosa, noi siamo autori per il teatro, la musica pura è un altro mestiere.
Io avrei dovuto andare all’estero prima, sono vissuto a Los Angeles, un mio zio mi disse di andar via con lui, avevo dodici anni, se fossi andato lì la mia vita sarebbe sicuramente stata diversa in quel paese dove la commedia musicale ha davvero un senso. Però avrei anche potuto morire in Vietnam, chissà… Ma amo l’italiano, sono bravo con la mia lingua
Mio padre andò via dall’Italia e morì prima che io cominciassi a fare qualsiasi cosa, non abbiamo mai avuto uno scambio in tema, lui è morto nel 1965 e la mia carriera è iniziata nel 1966, non so’ cosa avrebbe pensato di Orfeo 9, magari gli avrebbe fatto schifo, lui intorno al 1920 stava meditando di scrivere un’opera jazz, si trova nelle interviste dei giornali americani dell’epoca, notare che “Porgy and Bess” è del 1935. Ha scritto dei tanghi bellissimi, molte musiche, magari avrebbe voluto metterci le mani, sicuramente utile. In ogni modo la sua voce nella mia opera c’è, si sente.
Il titolo ha un chiaro riferimento al brano Revolution n. 9 dei Beatles, dall’album bianco, quei Beatles che avevano cambiato la musica del ‘900. Mi ero reso subito conto, pur essendo io più interessato alla west coast, a Dylan, oppure a Donovan, che i Beatles erano ancora più avanti, merito anche di Martin, a tutti gli effetti il quinto beatle, un musicista straordinario che elaborava arrangiamenti fantastici.
A - Cos’è accaduto in tanti anni alla nostra canzone d’autore?
T - La canzone d’autore ha fatto la fine di tutto quello che è cominciato 50 anni fa, un momento di grande spontaneità, di profonda riflessione, di introspezione, di grande creatività e apertura al nuovo. Ora l’introspezione è finita, la spontaneità non c’è più, la libertà di scegliere è diventata libertà di omologazione… bisognerà aspettare qualche generazione prima di vedere i frutti, dopo le rivoluzioni c’è la repressione, il riflusso, poi quel che deve viene fuori, ma non saremo noi a vederla, come tutte le generazioni rivoluzionarie.
A - Il tuo periodo da cantautore ha visto poche pubblicazioni…
T - Il mio periodo da cantautore lo affrontai come una parentesi della mia vita che non mi rappresentava del tutto, io sono uno da teatro musicale, questo io faccio nella mia vita, e come hai visto tutto è impostato in quel modo. Il mio momento da cantautore è stato un momento che io chiamo dolce alienazione, quando la scoperta della West Coast, di Bob Dylan, dei Beatles, mi sconvolsero tanto da farmi pensare: ”Ci devo provare”, ma in realtà non stavo seguendo la mia vera natura, che rimane quella di teatrante. La canzone d’autore per me è cominciata e finita nel giro di qualche anno, soffrivo troppo a cantare le mie canzoni, era troppo coinvolgente.
A - Sei un ammiratore sfegatato di Dylan, uno dei tuoi album più conosciuti è “Dylaniato”, dimmi della tua passione per Bob…
T - Bob Dylan è considerato il più grande poeta popolare del ‘900, e molti mi chiedono perché canto le sue invece che le mie canzoni, “Bob non ha bisogno di te!”, Infatti, sono io che ho bisogno di lui, sin dal primo momento che ci siamo incontrati, nel 1966, in un jukebox sul lungotevere, quindi senza conoscerci veramente, io 16 anni e lui 21, quando un mio amico mi disse “devi ascoltare Like a rolling stone”, pensai alla solita menata, poi partì il pezzo che mi ha cambiato la vita. Quel giovane appena arrivato a New York suonava in club che questo teatro di oggi è il San Carlo di Napoli (ride)… e suonava e cantava le sue canzoni che sarebbero state le fondamenta del modo moderno di fare canzone, e aveva già composto un pezzo che Fernanda Pivano avrebbe detto: “Mi ha cambiato la vita” e non solo a lei. Era un pezzo che un gruppo chiamato Byrds aveva riarrangiato in modo mirabile, con la chitarra 12 corde e dei coretti intriganti, un arrangiamento che la fece esplodere,“Mr Tambourine Man”.
Era l’idea che nelle canzoni si potesse cantare non solo l’amore, l’amore certo, ma anche il proprio disprezzo, la propria rabbia, la contestazione, la ribellione.
A - Sei un ottimo traduttore di Dylan…
T - Non sono tutti d’accordo, molti si sono scagliati contro il mio modo di tradurre Bob Dylan. Sto pubblicando a Lecce il Making dell’Opera beat, e lì “Like a rolling stone” l’ho analizzata battuta per battuta, così come l’ho percepita io. Ho iniziato a tradurre Dylan nel 1966 quando ancora non si sapeva chi fosse, neanche lui sapeva chi era, e cosa sarebbe diventato (ride)… Io avevo un amico ebreo fantastico, americano, Frederick Mario Fales, librettista di Opera Le polemiche vennero dopo. Non erano d’accordo sul mio tradurre conservando metrica e rima, e considera che Bob Dylan ha sempre preteso che le traduzioni delle sue canzoni conservassero queste caratteristiche, immagina poi quando, come nel caso di LOVE MINUS ZERO, ho sostituito lo slang usato da Dylan con un più agile romanesco, che con le sue tronche mi permetteva una traduzione meno forzata. Apriti cielo. E invece il dialetto ti permette maggiori libertà, l’italiano è una lingua bellissima ma ricca soprattutto di parole piane.
Sono state dette cose tremende di queste traduzioni, anche quando, per conservare il senso di frasi idiomatiche o legate a immagini normali per l’immaginario americano ma oscure per un italiano, ho traslato le similitudini con significanti più vicini e comprensibili per la nostra cultura. Ma c’è chi le ha apprezzate e con l’Arcana ho tradotto l’intera opera del cantautore.
La fedeltà è una parola strana, ogni traduzione è in realtà un tradimento. Per esempio tradussi Highway 61 con Firenze Mare, per molti una forzatura, in realtà la necessità di rendere in italiano questo senso del viaggio, di una via che portasse lontano. Altri l’hanno pensata come me, Bubola e De André tradussero lo spagnolo di Romance in Durango con il napoletano, traslando perfettamente un linguaggio americano diverso con un diverso italiano, senza tradire il senso.
beat, e in parte anche di Orfeo 9, che mi cantava quei brani meglio di come li cantava Bob, e me ne ha fatto innamorare. Cominciai subito lì a tradurre il grande Dylan.
A - E’ sempre attuale l’opera di Dylan?
T - Dylan è come Dante, è come Shakespeare, è un poeta vero, universale, un maestro, un riferimento per chiunque voglia scrivere oggi. Con Fernanda Pivano, che presentò il mio dylaniato, ci siamo dannati l’anima per fargli prendere il Nobel, ma non c’è verso, almeno in vita, credo, la parola rock nella sua vita non lo favorisce. Ma è un peccato, è un riconoscimento che dovrebbero dargli adesso, senza aspettare prima che muoia.


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"Dylaniato"


A - Come mai, vista l’attenzione con cui fu accolto “Dylaniato”, non è mai stato realizzato un seguito?


T - Quell’album, come tutte le cose che ho fatto, ha una strana storia, era nato con l’entusiasmo dei discografici che poi, una volta realizzato, l’hanno un po’ dimenticato, anche se poi è stato ristampato in cd ed è reperibile tutt’ora presso la MP Records. Io avevo già iniziato a fare altre cose, sono tornato in America, a Broadway, la mia vita è stata un turbine, ma poi, vedi, col tempo quel disco è rimasto nella memoria di molti, e questo è un buon segno… tanto che sto finalmente realizzando un Dylaniato 2, con Roberto Righini che già era presente nel primo album dedicato, e che si chiamerà quasi sicuramente “Dylaniato 2 - Nel fango di Firenze”. Quest’anno infatti è anche il cinquantennale dell’alluvione di Firenze, e io, prima ancora dell’Opera beat, ero intento a tradurre Desolation Row e l’avevo ambientata proprio lì, a Firenze, in quei giorni drammatici. E’ la prima traduzione che ho fatto, di più, la prima cosa che ho scritto nella mia vita, e lì a Sarzana la eseguirò per la prima volta in assoluto. Righini, che non è un tipo indulgente, mi chiama spesso per ripetermi “Non sarà la cosa più bella che hai scritto, questa?” Ecco, il traslato di Desolation row a Firenze dà un’idea chiara del mio modo di intendere traduzione e traslato di un testo.
A - La domanda è quasi scontata, cosa pensi delle traduzioni nell’ultimo album di De Gregori?
T - Francesco traduce benissimo, le scelte tecniche sono ineccepibili, non dimenticare che fece con De André una traduzione meravigliosa di Desolation Row. Ho solo trovato tutto un po’ troppo, come dire, rilassato, la scelta dei brani è diretta a un Dylan meno arrabbiato, anche nell’amore. Insomma è un Dylan carino, piacevole, all’acqua di rose, quello che io, beninteso, amo di meno. Ecco, il nuovo Dylaniato sarà rivolto ancora al suo primo periodo, sarà presente “To Ramona” per esempio, che per me è un brano meraviglioso, poi ci sarà “Lily, Rosemary and the Jack of Hearts”, e questa trascritta in romanesco, poi “Chimes of Freedom” da Another Side of B.D.”, “Visions of Johanna” da Blonde on Blonde, “Farewell Angelina” che tanti ricordano cantata da Joan Baez. Non farmi dire tutto però.
Adesso faccio regia d’opera, insegno un nuovo modo di fare il melodramma, sto scrivendo un’altra opera rock…
A - Bella notizia, un ritorno al vecchio amore, sarà un’opera tipo Orfeo 9?
T - Eh, si, ci sto lavorando infatti, da prima di Orfeo 9, pensa un po’, un’idea che precede Orfeo, non sono ancora riuscito a chiuderla, il tempo mi vola via, si chiamerà “Gioia”, il nome della protagonista, ed è la storia del “coccolone” religioso di una sedicenne, e della reazione della famiglia. Ecco, questo è più nelle mie corde, mi somiglia di più, infatti molte delle canzoni scritte nel tempo, mai registrate, mai incise, sono tutte lì, dentro questa futura opera, e funzionano molto meglio. Il musical è un ottimo contenitore, peccato per il degrado anche lì, Cocciante aveva fatto un buon lavoro, che piaccia o meno, aveva riportato la gente in teatro, col Gobbo si sono viste cose dei tempi belli dell’opera, gente che si è mossa coi pullman per vedere lo spettacolo. Ci si sono buttati sopra i soliti squali, hanno visto i soldi e hanno clonato l’idea con qualche musichetta insignificante, hanno ammazzato il fenomeno, il povero pubblico ha preso due, tre musate e ora sarà difficile smuoverlo di nuovo. Non tutti possono fare un buon musical, il teatro musicale è difficile.
A Sarzana tra l’altro, in occasione del 75 di Dylan, a maggio, nell’Acoustic Guitar Meeting, manifestazione specializzata che si tiene ormai da 15 anni, a cura di Alessio Ambrosi, con focus sulla chitarra acustica e musica d’autore, sarà organizzato uno speciale chiamato “I figli di Bob Dylan”, e naturalmente io sarò lì, a omaggiare il maestro, e ci sarà Francesco De Gregori. Sicuramente ci incontreremo.

Intervista del 28 febbraio 2016
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