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Le Bielle interviste 2016

Stefano Saletti: «I suoni delle città di frontiera»

"Izzo diceva: «Il Mediterraneo sono strade per mare e per terra, strada e città. Collegate»
Una frase che mi ha fatto pensare. Normalmente siamo portati a pensare a un mare che divide"

di Elisabetta Malantrucco
03/07 - Stefano Saletti è un compositore di grande raffinatezza artistica e culturale; ama le musiche e gli strumenti del Mediterraneo, che suona con maestria. Ha realizzato con il gruppo da lui fondato, La Banda Ikona, un disco di raro valore etico ed estetico: si chiama Soundcity. Suoni dalle città di frontiera; lo ha realizzato lasciandosi ispirare da dieci anni di registrazioni di suoni e rumori, per le vie delle città che si affacciano sul nostro grande Mare.
E ne abbiamo parlato insieme in un pomeriggio di tiepida primavera, con un caffè davanti, tra storie di migrazioni, speranze, strumenti e antiche lingue franche.
Non chiamatele chiacchiere da Bar!

Come è cominciato questo viaggio tra i suoni delle città?

Ho suonato per anni nei luoghi del Mediterraneo e quindi girando per posti e città venivo catturato dai rumori, da melodie rubate qua e là: suoni dalla radio, cantanti per la strada … e scoprivo un tessuto sonoro comune, perché alla fine i rumori di Istanbul son simili a quelli di Tangeri o di Sarajevo e queste suggestioni sonore mi hanno fatto pensare che forse poteva essere proprio quello il legame tra le varie città del Mediterraneo.
Poi mi sono imbattuto in quella frase di Jean-Claude Izzo che dice: «Il Mediterraneo... sono delle strade. Strade per mare e per terra. Collegate. Strade e città. Grandi, piccole. Si tengono tutte per mano. Il Cairo e Marsiglia, Genova e Beirut, Istanbul e Tangeri, Tunisi e Napoli, Barcellona e Alessandria, Palermo e...» . Ecco questa frase mi ha fatto pensare, perché invece normalmente siamo abituati a pensare al Mediterraneo come a un mare che divide o che unisce; Izzo invece, parlando di strade, ha avuto proprio l’idea giusta; e quindi da quel tessuto sonoro comune che riscontravo nelle strade, tra le melodie, gli strumenti, le scale musicali e tra i linguaggi, è nato questo progetto; spesso facevo delle riprese video oppure usavo piccoli registratori portatili e catturavo suoni; poi, partendo da questi, ho composto i brani.

Lo hai fatto perciò una volta tornato a casa
Sì , usando e facendomi ispirare da dieci anni di registrazioni; una volta gli etnomusicologi andavano nelle campagne a trovare i suoni della tradizione. Io non sono etnomusicologo, sono un curioso, però!

Quindi un progetto che arriva da lontano nel tempo e nello spazio
L’idea finale è di due, tre anni fa, forse anche quattro, appena finito il precedente disco, Folkpolitik. Avevo tra le mani questo materiale registrato in dieci anni, la passione c’era già anche prima; ho messo in fila tutti questi suoni e ho cercato di raccontare Istanbul, Tangeri, Sarajevo, Ventotene, Lampedusa; ho cercato di raccontare delle storie legate a questi luoghi, cercando di trovare un punto comune che riunisse il Mediterraneo.

Potremmo perciò dire che Soundcity è anche un progetto politico-culturale, almeno nel senso che si oppone all’immagine che abbiamo del Mediterraneo in questa nostra epoca: un mare che divide, un mare che si fa tomba, mentre storicamente il suo bacino è stato luogo d’incontro e di scambio; tra l’altro noi siamo concentrati sul concetto di Europa continentale: l’idea di un Mediterraneo unito - senza essere in contrasto - è una idea differente; in qualche maniera questo disco racconta proprio questo, no?
Hai centrato in pieno: in questo progetto c’è proprio l’idea di un’Europa mediterranea, di un’Europa del Sud e Lampedusa ne è la porta, o meglio dovrebbe dovrebbe esserne la porta; purtroppo oggi questa porta è chiusa, sbarrata: è divenuta una frontiera invalicabile; proprio per questo il disco si apre con Lampedusa andata. Chi arriva dall’Africa spera di trovare una vita migliore no? uno non abbandonerebbe mai la famiglia, la mamma, i figli e tutto quel poco che ha se non fosse mosso dalla speranza di futuro; sappiamo benissimo che poi questa speranza viene spesso frustrata o perché il viaggio si conclude tragicamente o perché ci sono i respingimenti o perché l’agognata Europa è meno bella e accogliente di quello che si poteva pensare. Allora mi chiedo: ma è questa l’Europa che volevamo noi? L’Europa che aveva pensato Altiero Spinelli? Non credo. C’è un Europa egoista, chiusa nelle logiche economiche di Bruxelles. Il fallimento più grande dell’Europa è questo: si è unita economicamente e non socialmente, politicamente e culturalmente.

Forse i ragazzi l’Europa la vivono con l’Erasmus, una delle poche cose realmente positive di questi ultimi anni.

Se ci pensi gli attentati a Parigi a novembre hanno colpito loro e questa idea d’Europa
Certo, perché unisce giovani provenienti da posti diversi e li fa sentire cittadini europei. Chi odia ovviamente va a colpire proprio questa cosa: l’integralismo islamico, ma anche gli Occidentali che combattono contro il meticciato. Sono due forze minoritarie ma violente, che attaccano l’idea che è un po’ la base del lavoro che faccio io da anni, cioè quello della conoscenza e dell’integrazione, anzi preferirei dire dell’incontro perché poi anche integrazione è una parola ambigua. Io voglio invece parlare di incontro: noi siamo abituati a considerare il migrante e quello che porta con sé un problema e invece bisogna ribaltare la visione. Il migrante è principalmente una risorsa, una risorsa culturale; il migrante porta con sé tradizioni, storie e un bagaglio di conoscenze che ci hanno arricchito nei secoli: quello che noi siamo oggi è il frutto di millenni di contaminazioni. Pensiamo alla musica: i nostri strumenti vengono dal mondo arabo, dalla Turchia e per le melodie vale lo stesso discorso; da lì poi arrivano in Italia, si spostano in Francia, ritornano in Nord Africa. Potremmo fare mille altri esempi.




L’anno scorso sei stato direttore artistico di un Festival che si svolgeva in un luogo particolare e questa è una esperienza che vorrei tu raccontassi
Sì, fu una scommessa, in un centro di accoglienza per rifugiati, il Baobab, gestito da eritrei; lì abbiamo realizzato il Festival popolare italiano, abbiamo cioè portato la musica popolare italiana, dagli Agricantus, a Lucilla Galeazzi, da Riccardo Tesi a Nando Citarella: tanti artisti con storie diverse; è stato davvero divertente organizzare questa cosa in un centro di accoglienza gestito da africani. Poi il Baobab è stato travolto dall’ondata di migrazione del giugno scorso; infine il Comune non l’ha voluto difendere e il proprietario lo ha rivoluto indietro; c’è stato lo sgombero… insomma quell’esperienza si è persa. Molti poi hanno attaccato il Centro per la gestione, però il punto vero è che bisognerebbe far nascere centinaia di Baobab in ogni città. In quel posto si faceva musica; io per esempio facevo un corso di canto e di musiche del Mediterraneo, c’era una sala prove aperta ai ragazzi del quartiere, il ristorante eritreo, il Festival popolare e tanti concerti. C’era un reale incontro tra italiani e stranieri. Tutto questo oggi non c’è più: un impoverimento per la città.

E a proposito di incontri, facciamo un passo indietro e torniamo al disco, così ricco di collaborazioni. È un lavoro corale, è molto più che un album: è un progetto culturale
Beh ti ringrazio! E allora partendo dai suoni che avevo raccolto ho cominciato a comporre i brani e ho pensato, anche dopo l’esprienza del Festival Popolare, di coinvolgere per ogni città un musicista che in qualche modo vi fosse collegato; per esempio Lampedusa andata è interpretata anche da Emeka Ogubunka, cantante nigeriano, arrivato come migrante e da Awa Ly, cantante franco-senegalese. Oppure il brano Berkin’e Back - dedicato a Istanbul e a Berkin Elvan, ragazzo quattordicenne ucciso durante le manifestazione di Gezi Park - mi pareva giusto farlo raccontare da Yasemin Sannino, cantante italo-turca; e così per Padri di noi - l’esperienza di un Padre Nostro suonato a Ventotene - ho chiamato Lucilla Galeazzi e Nando Citarella: è un brano infatti molto ancorato alla cultura popolare, perché nasce dalla Madonna della Grazia suonata sulla spiaggia di Ventotene e da me registrata lì, sugli scogli, una notte: l’idea è stata quella di trasformare questa preghiera in un Padrenostro in Sabir, perché esiste davvero un padre nostro scritto in questa antica lingua mediterranea. Per Tangeri ho voluto ospite il violino di Jamal Ouassini, Direttore della Tangeri Orchestra; e poi ancora tanti altri musicisti: Pejman Tadayon e il suo Ney per Sarajevo Mon Amour ; insomma sì, mi piaceva l’idea di fare un disco molto corale, con tanti amici, con persone con cui ho lavorato in questi anni e che stimo; infatti la ‘Piccola Banda Ikona’ così è diventata Banda Ikona! Non voglio dimenticare gli altri: c’è Riccardo Tesi con il suo organetto, perché Riccardo è un musicista eccezionale e volevo condividere con lui questa esperienza e c’è anche Alessandro D’Alessandro… è come se fosse un passaggio di testimone tra il maestro e la nuova generazione: Alessandro è tra i nuovi organettisti sulla scena davvero uno dei più interessanti; ricordo ancora Gabriella Aiello che ha lavorato con noi nei Carmina Burana e Giuliana De Donno con l’arpa; lei è in Gaza beach, brano che ricorda il dramma di un bambino ucciso da un missile mentre sta giocando a palla sulla spiaggia. A volte il Mediterraneo ti porta a raccontare queste storie perché il Mediterraneo è così, sempre in contraddizione tra la gioia di vivere, la frenesia della musica che stordisce e ti fa dimenticare il dolore – pensa alle nostre tarantelle, alle verdiales spagnole, alla musica balcanica - e la sofferenza che invece è il nostro marchio, la violenza, la disperazione, il dramma che viene raccontato dai tempi degli Atridi.


Senti, prima accennavi al Sabir, questa lingua antica. Dove sei andato a trovarla?
Il Sabir lo scoprimmo con i Novalia alla fine degli anni Ottanta e ci piacque molto; ci piacque proprio il concetto di lingua del Mediterraneo, però era davvero solo un concetto, nel senso che a noi piaceva mischiare le varie melodie e i vari strumenti del Mediterraneo; quando poi si è chiusa l’esperienza dei Novalia e fondai la Banda Ikona, decisi di utilizzare proprio la lingua e cominciai a studiare il Sabir. È una lingua affascinante; non si chiamava così prima: era detta lingua franca, perché era la lingua dell’incontro tra quella che all’epoca si chiamava Barberia, cioè Algeri Tunisi Tripoli, e il mondo Occidentale. E siccome il mondo arabo spesso non voleva parlare la lingua degli europei, indicati come ‘franchi’, accettava questa mediazione, questa specie di Esperanto nato dall’incontro tra le persone; per questo si chiamava lingua franca, parola che poi ora si utilizza anche per indicare altre cose, cioè una lingua altra rispetto alla tua. Nel 1830 i francesi le danno il nome Sabir, che viene forse dallo spagnolo Saber (conoscere) oppure da un passo del ‘Borghese gentiluomo’ di Molière, quando il Muftì incontra il borghese e gli dice: ‘Se ti sabir
ti respondir, se non sabir, tazir, tazir.’ C’è un libro di uno studioso che si chiama Guido Cifoletti, ‘La lingua franca barbaresca’, dove sono raccolte tutte le esperienze in Sabir e c’è anche un dizionario franco-sabir realizzato dai francesi quando occuparono Algeri. Io ho questo dizionario e questo libro e allora a volte metto in musica testi in sabir oppure scrivo una cosa in italiano, la traduco in francese e poi dal francese al Sabir; e così una lingua che non parla nessuno – anche se esiste ancora ad Algeri – la capiscono tutti, perché ci ritrovi dentro lo spagnolo, il francese, l’arabo, l’italiano: quando senti le nostre canzoni ti sembra di percepirne anche il senso; a me piace proprio questa idea di una lingua che non è di nessuno e allo stesso tempo è di tutti.

Come lavora la Banda Ikona?
La Banda Ikona è un mio progetto e funziona perché io dopo l’esperienza con Novalia ho deciso di non fare più gruppi; un gruppo è come un matrimonio: o ti vuoi veramente bene o devi star insieme per interesse; altrimenti è meglio che ognuno vada per la sua strada. La Banda Ikona funziona perché è un mio progetto nel quale chiamo quasi sempre e coinvolgo quasi sempre gli stessi musicisti ma poi ognuno ha il suo progetto personale; Gabriele Coen ha la sua attività, Mario Rivera ha rimesso in piedi gli Agricantus, Barbara Eramo ha la sua storia di cantante, Carlo Cossu suona con tantissimi musicisti. Poi su questa ossatura principale si innestano tanti collaboratori; Leo Cesari ha suonato con noi la batteria per anni ma adesso mi serviva un suono più percussivo e perciò ho chiamato Giovanni Lo Cascio e Arnaldo Vacca; prima c’era Ramya, adesso ho cercato di allargare il discorso delle cantanti collegandole alle varie città.

Questo progetto della Banda Ikona lo porterai avanti?
Questo è il progetto con cui sono più coinvolto e quindi è un progetto che va avanti, però faccio anche tante altre cose: il Cafè Lotì con Nando Citarella e Pejman Tadayon è un progetto dove ognuno porta se stesso e condivide la sua esperienza con gli altri per cui io porto avanti il mio discorso dell’incontro mediterraneo, Nando la sua tradizione napoletana della tarantella e della musica popolare e Pejman porta invece la tradizione persiana e le musiche orientali e insieme con questo flusso sonoro realizziamo poi il Cafè Lotì, luogo di incontro della musica. Un altro progetto è quello con Valerio Corzani: Caracas; un progetto completamente diverso, world-reggae, un progetto strumentale nato un po’ per gioco; è stato divertente e ha avuto un’ottima accoglienza; adesso faremo un volume due con una serie di cantanti che interpreteranno gli stessi brani. Uscirà a fine anno.

Insomma non ti fermi mai
E qui mi sto anche limitando alle collaborazioni più grosse, ma faccio anche altre cose: colonne sonore per il teatro, ho fatto adesso la musica per la Mostra Caravaggio al Palazzo delle Esposizioni; mi piace molto lavorare per il cinema, per il teatro.

Soundicity avrà un seguito, una sua espansione, un suo secondo volume?
Non lo so, lo sai mi ci stai facendo pensare te ora. Di solito amo non ripetere le cose, voglio cambiare; il volume due di Caracas ha un senso perché era un disco strumentale è ci sembra buffo rifarlo con delle voci; Soundcity non so se avrebbe senso, a parte che è appena uscito quindi… io poi non voglio fare un disco ogni anno per ogni singolo progetto.

E che rapporti hai con i dischi una volta che sono usciti? Se ne vanno?
Sì se ne vanno, perché poi dal vivo mi piace cambiare: un pezzo si trasforma, cresce e non amo molto riproporre dal vivo le cose in maniera identica; il concerto è più ricco perché poi ogni musicista ha maggior spazio, mentre nel disco bene o male è tutto codificato; ma è normale che sia così: un disco è per sempre mentre in concerto anche l’errore ti dà un’emozione.

Ecco ma tu ti ascolti? Ti risenti?
Certo, mi risento, a parte che poi io sento un po’ di tutto e sono tanto curioso; risento i concerti per capire come ho suonato perché sono molto rigido e molto critico con me stesso, cerco sempre di migliorare; questo penso lo facciano tutti i muscisti ma è importantissimo. I dischi li risento di solito casualmente dopo magari un anno o due; è buffo perché a volte dico: ‘questo è perfetto o magari questo si poteva fare più veloce’; per esempio ci sono dei brani che dal vivo suoniamo molto più veloce di come sono nel disco per cui quando li sento nel cd mi danno fastidio; lo vedi come cambiano le percezioni?

Dicevi prima che sei curioso, che sei uno che ascolta musica. Quale? Ultimamente c’è qualcosa che t’ha entusiasmato? Ascolti musica d’autore per esempio?
L’altra sera sono andato a sentire Paolo Benvegnù che secondo me è uno dei migliori autori oggi in Italia, dal vivo mi ha davvero molto colpito: ha una voce incredibile e scrive dei testi molto, molto interessanti; ascolto molta musica contemporanea; la musica di Arvo Pärt mi dà emozioni fortissime e lo adoro; adoro anche i Radiohead per esempio ma magari mi capita di sentire alla radio Niccolò Fabi e scopro che il pezzo mi piace e che quel percorso creativo mi interessa e poi ho mio figlio che mi fa invece ascoltare tutti i classici del Rock. Per non parlare delle musiche del mondo: per esempiomi piace molto una cantante libanese che si chiama Jasmine Hamdan, in Italia poco conosciuta, ma ha fatto un disco bellissimo.

La seconda edizione del Festival popolare pensi che prima o poi si possa fare?
Beh quello era anche legato al Baobab e quindi era bella l’idea di farlo lì … non lo so, a me piaceva come situazione perché si era creata una comunità, prima si mangiava eritreo poi si assisteva al concerto… anzi apro una parentesi su questo: spesso vado nei posti dove si fa musica dal vivo e la musica viene considerata solo uno strumento per vendere birra. Lo trovo insopportabile: secondo me i musicisti dovrebbero rifiutarsi. Ci sono dei locali dove tu suoni in mezzo a una confusione pazzesca e la musica diventa un sottofondo; allora mi dico: perché non metti la musica? Perché devi chiamare i musicisti?

Esiste però questo problema dei luoghi dove fare musica, a Roma sicuramente
Esiste ma secondo me è colpa dei gestori, perché è il gestore che dà il ritmo al locale. Quando noi facevamo il Festival popolare, prima si mangiava poi ci si sedeva e si vedeva il concerto e non volava una mosca.

E sempre per restare al Festival, un direttore artistico è anche un operatore culturale. Una volta non se ne occupavano direttamente i musicisti, ma sempre più spesso artista e operatore culturale diventano la stessa cosa. Tu l’anno scorso hai fatto questa esperienza; ti resta la voglia di metterti in gioco per dare possibilità a altri e costruire una rete? Quando parlo con i musicisti si parla sempre di questa ipotetica rete, che poi però non si realizza mai
Ci penso spesso e secondo me andrebbe fatto e forse lo farò; quest’anno sono stato impegnatissimo perché sono usciti quattro dischi - dimenticavo quello di colonne sonore: In Search of Homero – e non avevo tempo di pensarci, però in realtà a me piacerebbe molto, anche perché crei spazi comuni, dove si incontrano le persone che vogliono ascoltare musica popolare e che si aprono anche al resto: questo era il bello al Baobab, spazio creativo. Una zona franca.

Una zona sabir
Sì una zona sabir dove avevi questo pezzo di Africa al centro di Roma. E libertà.


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"Soundcity"

Stefano Saletti ha viaggiato e suonato in molti luoghi del Mediterraneo. Munito di piccoli registratori e qualche videocamera, ha raccolto in dieci anni i suoni delle città: i rumori, i canti di strada, le grida. Ha poi deciso di trasformare questo tessuto sonoro comune in musica; ha scritto undici brani, li ha arrangiati, ha privilegiato la lingua franca detta Sabir: un esperanto che unisce arabo, francese, spagnolo e italiano e che veniva parlato nelle città di frontiera del nostro Grande Mare. E per completare il lavoro ha scelto per ogni pezzo una voce o uno strumento che coinvolgesse i suoi amici artisti, amanti della musica popolare. Tutto questo è Soundcity, un disco potente che arriva dritto al cuore e all’anima di chi ascolta; un disco quantomai attuale, perché risponde alla domanda di questi giorni sulle migrazioni e lo fa in modo netto, senza alcuna ambiguità: l’unica strada è aprire le porte e fare dell’Europa una zona franca, come il Sabir. (E. M.)

STEFANO SALETTI & BANDA IKONA
Soundcity.Suoni dalle città di frontiera
(Finisterre FT67/2016 - Distribuzione Felmay)


Banda Ikona
Stefano Saletti: bouzouki, oud, chitarre, piano, bodhran, talking drums, tammorra, marimba, cori , programming
Barbara Eramo: voce
Gabriele Coen: clarinetto, sax
Carlo Cossu: violino
Mario Rivera: basso acustico

con
Giovanni Lo Cascio: drums set, darbouka, davoul, riq, krakeb, talking drums
Arnaldo Vacca: bodhran, canjira, riq, darbouka, daf, udu, zucca, tamburello, talking drums, davoul, shaker, vibraton, castagnette

e
Awa Ly voce (1, 8)
Emeka Ogubunka: voce (1)
Yasemin Sannino: voce (2, 6)
Riccardo Tesi: organetto (2, 5, 6, 7)
Pejman Tadayon: ney (2), ney, daf (6)
Alessandro D’Alessandro: organetto (3)
Lucilla Galeazzi: voce (5)
Nando Citarella: voce, tammorra, bodhran (5)
Giuliana De Donno: arpa (7)
Gabriella Aiello: voce (9)
Jamal Ouassini: violino (10)

Prodotto e arrangiato da Stefano Saletti.
Produzione esecutiva Erasmo Treglia e Pietro Carfì
Registrato e missato al Four Winds Studio (Roma) da Stefano Saletti e Bertrand Morane
Registrazioni addizionali al Pijamasound Studio e al Bazgaz Studio (Roma)
Mastering Fabrizio De Carolis al Reference Studio (Roma).
Cover art e immagini Michel Collet
Artwork Roberto Saletti

I BRANI:
“Sono partito dalle registrazioni che in questi anni ho fatto in giro nelle tante città di frontiera del Mediterraneo: Tangeri, Istanbul, Lisbona, Lampedusa, Sarajevo, Ventotene, Jaffa... Suoni, rumori, radio, voci, spazi sonori, cantanti di strada che mi hanno ispirato melodie, testi, ritmi. Come sempre nelle mie composizioni uso il Sabir, la lingua del mare, insieme al turco, all'arabo, al francese, allo spagnolo, al napoletano, allo swahili africano, al rumeno, al macedone per raccontare la ricchezza, le speranze, il dolore che attraversano le “strade” del Mediterraneo.
Infine, essendo cresciuta non è più una Piccola Banda Ikona ma la Banda Ikona, un insieme di splendidi amici e musicisti con i quali condivo questo viaggio in musica”.
Stefano Saletti

1 – Lampedusa andata (S.Saletti) 4:05
2 – Berkin’e bak (S.Saletti) 6:15
3 – Balar tzigana (S.Saletti) 3:48
4 – Azinhaga (S.Saletti) 5:10
5 – Padri di noi (S.Saletti) 6:15
6 – Sarajevo mon amour (S.Saletti – G.Coen – Y.Sannino) 5:05
7 – Gaza Beach (S.Saletti – B.Eramo) 5:29
8 – Sbendout (S.Saletti) 5:02
9 – Balkan trip (S.Saletti – G.Coen) 5:24
10 – Tangeri (S.Saletti) 5:19
11 – Lampedusa ritorno (S.Saletti – G.Coen) 3:51


Intervista del 03 luglio 2016
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