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Le Bielle interviste 2016

Mimmo Locasciulli: «Grandi e piccoli cambiamenti»

"Ma sono i cambiamenti subiti dalla mia musica negli ultimi 40 anni. Un album che non ha nessuna velleità di analisi storica o di costume. Non è un The best of

di Alberto Marchetti
02/07 - Piccoli cambiamenti raccoglie 40 anni di vita con la musica a fare da colonna sonora della storia di questo paese, ma è anche il cerchio degli amici, la celebrazione delle vostre affinità elettive.

Questo album era stato pensato in tutt’altro modo; avevo cominciato a lavorare su un progetto diverso, più che altro per dare una risposta affettiva a certe richieste di appassionati della mia musica. Molti di essi, quasi si fossero sincronizzati, mi chiedevano un disco di canzoni già pubblicate, magari rivisitate, da vendere fuori dai canali ufficiali, esclusivamente a coloro che ne avessero fatto richiesta, con dedica personalizzata e autografata. Ho molta gratitudine per chi mi sostiene e mi segue, quindi non ho avuto bisogno di ripensamenti per decidere di accontentarli. Ho cominciato a selezionare quelle canzoni sulle quali poter lavorare senza grandi stravolgimenti e senza dover sostenere un impegno forse esagerato, in relazione al risultato da raggiugere. E’ stato così che mi sono riascoltato le tracce delle registrazioni di molti dei miei ultimi dischi, trovando molte sorprese, soprattutto in termini di tracce alternative registrate all’epoca e non utilizzate. Quando sono arrivato all’osso, più o meno un paio di dozzine di canzoni, ho cominciato a pensare ad una utilizzazione diversa, anche perché qualcuno mi ha ricordato che si avvicinava il ragguardevole traguardo del quarantennale della mia attività discografica. Ho riflettuto molto sul come e sul perché quelle canzoni avessero potuto giustificare il festeggiamento di tale evento e testimoniare il modo in cui io, attraverso i filtri della sensibilità, dei sentimenti, delle speranze, delle paure, dei sogni e delle percezioni, ho attraversato un’epoca riportandone, in qualche modo, un piccolo diario di bordo in forma di canzoni. L’album non descrive i “piccoli cambiamenti” succedutisi in quel determinato arco di tempo, ma gli effetti che essi hanno prodotto dentro di me, nelle mie risposte emotive, negli abbandoni all’ ispirazione.

Come è stata la scelta dei brani?

Inizialmente ho passato in rassegna quasi sessanta canzoni; quelle di cui possedevo le tracce delle registrazioni originali. C’erano anche altre canzoni di cui non possedevo neanche un frammento di registrazione, ma che per molti anni ho sognato di poter rielaborare. Tra queste ultime “I musicisti son così”, “Non voglio più” (di cui però conservavo un provino con la stesura che poi ho usato per la nuova versione), “Canzone di sera”, “Tra lo Utah e Tel Aviv” e “Siamo noi”. D’altra parte sapevo di non voler assolutamente pubblicare una sorta di “best of”, quindi a priori avevo deciso di lasciar fuori pezzi come “Pixi Fixie Dixi”, “Buona Fortuna”, “Sognadoro”, “Ballando”, “Gli occhi” o “Natalina”, che pur amo moltissimo e che tuttora mi destano emozioni forti a riascoltarle o a cantarle. E’ sempre difficile poter analizzare con obiettività una scelta ma credo che, in fin dei conti, le canzoni selezionate possano esaurientemente rappresentare dei campioni statisticamente significativi di come ho metabolizzato in musica questi quarant’anni. La “summa” degli intenti, l’indice programmatico di ogni perché contenuto nel disco è costituito dal brano inedito, appunto “Piccoli cambiamenti”. In particolare ho voluto affidare ad una frase la chiave di lettura delle interazioni tra il mio percorso artistico e il mio mondo interiore: “..ti presto la mia vita mascherata da canzone…”

Le collaborazioni umane e musicali?

Se ci penso, mi accorgo di essere stato davvero fortunato negli incontri. Quando ancora ero un perfetto sconosciuto, per la registrazione del mio secondo album (“Quello che ci resta”), ho avuto dei musicisti che mai e poi mai avrei pensato di poter coinvolgere: Roberto Gatto, Enrico Pierannunzi, Giancarlo Maurino… incredibile! Musicisti che incontravo in quel luogo magico che era il Folkstudio e con quali c’era una familiarità che prescindeva dall’equivalenza dei valori artistici. Grandi musicisti, gente per bene, disponibiità assoluta. E poi tre dischi prodotti da Francesco De Gregori (“Quattro canzoni”, “Intorno a trentanni”, “Sognadoro”), realizzati in un arco di tempo in cui ho forse vissuto la massima densità di ciò che può rappresentare una simbiosi artistica: lavorare in due album come “Titanic” e “La donna cannone” e stare su un palco davanti a decine di migliaia di persone a suonare e cantare con l’amico più caro e l’artista più grande e più affine…. roba da vertigine. E poi via via gli altri, con una profondità e una naturalezza che oggi mi disorientano. Una telefonata, una stretta di mano, un abbraccio e vai. Enrico Ruggeri, i Cetra, Alex Britti, Paola Turci, Frankie hi-nrg MC, Greg Cohen, Marc Ribot, Joey Baron, Büne Huber, ed ancora artisti italiani di fama internazionale, da Paolo Fresu a Stefano Di Battista, da Roberto Gatto (ancora) a Gabriele Mirabassi. Ma, oltre agli apporti che questi grandissimi artisti hanno regalato alle mie canzoni, molti insegnamenti, molti scambi intellettuali, molti punti di riferimento li ho registrati con altri artisti che ho avuto l’onore ed il piacere di produrre: Stefano Delacroix, Alessandro Haber, Claudio Lolli, Goran Kuzminac, Gigliola Cinquetti,… Da ognuno ho assimilato qualcosa di unico e grande, che ha contribuito non poco alla mia crescita artistica ed umana.


Quali sono i piccoli cambiamenti che ti hanno segnato?

In definitiva, come ho detto prima, “Piccoli cambiamenti” non ha alcuna velleità di analisi storica, o culturale o di costume… Ma negli ultimi quarant’anni si sono verificati dei cambiamenti che hanno prodotto delle incredibili reazioni emotive nel mio vivere quotidiano e, conseguentemente, nel mio modo di rappresentarle attraverso le canzoni. Si tratta di cambiamenti davvero epocali che in ogni altro periodo storico si sarebbero verificati in un arco di almeno centocinquanta anni. La tecnologia innanzitutto: oggi, il mondo viaggia e si trasforma alla velocità della luce grazie alle scoperte, alle innovazioni tecnologiche e alle conquiste scientifiche: dai trapianti di organo a Internet, dal telefonino alla stampa tridimensionale, dalla clonazione genetica al bosone di Higgs, tutto si traduce in una tempesta fantasmagorica che travolge ogni possibile resistenza del pensiero e dell’emozione. Sono cambiati i media e quindi la comunicazione. E’ cambiata, abbassandosi di molto, la quota di “sapienza culturale” che statisticamente viene attribuita ad ogni uomo la cui somma finale, malauguratamente, risulta oggi di numeri piccoli piccoli.


E’ cambiato il sentimento verso il prossimo; l’accoglienza (o la semplice tolleranza) si è trasformata in avversione, in fastidio, in intolleranza estrema.

E’ cambiata la morale: allora faceva scandalo parlare di divorzio e di aborto, oggi si discute disinvoltamente di unioni gay…. E’ cambiata la nostra idea della guerra, per molti anni, dalla fine del secondo conflitto mondiale, lontana dal nostro continente ed oggi, invece, devastante presenza sotto le nostre finestre. E’ cambiata anche la musica… da Woodstock ai talent, dai Beatles agli idoli a scadenza, insomma…. di carne al fuoco ce n’è, ce n’è tanta.

Parliamo adesso delle tue canzoni, quelle altrui che avresti voluto scrivere, e quelle che hai fatto tue

Non posso assolutamente fare una classifica delle mie canzoni, ognuna rappresenta un flash di vita…. Sarebbe come fare la classifica di certi momenti che hanno segnato la mia esistenza. Certo, ci sono canzoni che talvolta mi emozionano più di altre, a cantarle o anche solo a riascoltarle, ma questo dipende dal momento in cui mi trovo… Certe volte sono più predisposto al silenzio, alla meditazione, al sentimento tenue e quindi certe ballate mi prendono di più; altre volte sono un po’ crepuscolare, leopardiano e quindi mi lascio andare anche a sentimenti di blanda mestizia; altre volte, invece, vivo momenti energici, variopinti, tumultuosi e quindi prediligo le canzoni più schiettamente passionali…. Insomma, dipende….

Il fatto certo è che le canzoni che ascolto mi provocano emozioni profonde, vuoi che si tratti delle mie, vuoi che si tratti dei miei cantanti preferiti.

Beh, di canzoni avrei voluto scriverne una infinità… ascolto musica e mi ci nutro da quando ero bambino. Posso dire che ci sono delle canzoni che sono così vicine alla mia sensibilità che davvero avrei potuto scrivere io, avvicinandomi molto a come sono state composte. Una vecchia canzone di Paolo Conte, Virano e Pallavicini, “Insieme a te non ci sto più”, “Tu no” di Piero Ciampi e, forse soprattutto, “Caterina” di De Gregori. Per quella canzone ho una venerazione… durante la registrazione di Titanic avevo pensato ad un arrangiamento diverso, ma poi Francesco ha indirizzato la canzone in una dimensione più acustica. Quell’arrangiamento però mi rimbalzava dentro e così, dopo quattro anni, ho deciso di incidere “Caterina” col mio arrangiamento. Spero, ora per allora, che Francesco non abbia inteso questa mia scelta come una violenza.





Quali sono gli artisti che ti hanno formato?

Ho cominciato a studiare pianoforte all’età di cinque anni e su un animo vergine si posano le prime forme di imprinting. Ancora oggi mi stupisco a riconoscere certe influenze degli studi classici, soprattutto nell’uso dei ritardi di nona e di sesta e di certi abbozzi di contrappunto. Mi commuove la musica sacra dei grandi compositori, così come il travolgente romanticismo di Tchaikovsky o di Chopin. Poi ho incrociato l’era del beat, e quindi del rock. Non posso certo parlare di influenze beatlesiane nella mia musica, né degli Stones, ma l’aver suonato per anni nei dancing e nelle balere quel tipo di musica, i Kinks, i Procol Harum ecc.., ha certamente lasciato qualcosa nella mia concezione della musica, qualcosa di impercettibile ma reale. E poi i cantautori, dai francesi a Dylan, da Cohen a Tom Waits passando per Randy Newman ed Elvis Costello, o Springsteen…

Dove va la musica oggi, dove va Mimmo?

Dove va la musica proprio non lo so….me lo chiedo da almeno una ventina di anni, da quando cioè la discografia (italiana, soprattutto) ha mostrato tutta la sua inettitudine e la tutta la sua approssimativa competenza. I nostri discografici hanno fronteggiato il cambiamento prodotto dal digitale credendo di raccogliere utili soprattutto dallo sfruttamento del repertorio estero e del catalogo dei vari campioni di vendite.

In pochi anni sono state pubblicate infinite raccolte dei vari Vasco , Baglioni, De Gregori, Battisti… e così via, dai più grandi arrivando anche ai piccoli. Non hanno investito sulla innovazione, sul vivaio, sulla crescita editoriale. Sono diventati inoltre, un po’ alla volta, succubi dei grandi network radiofonici.. Insomma, si sono condannati con le loro mani. Ricordo gli stabilimenti della RCA, a Roma: centinaia e centinaia di impiegati, operai, produttori, manager… in una superficie di almeno quattro-cinque campi sportivi. Oggi resta un vago ricordo e qualche piccolo ufficio… Le grandi major si sono comprate a vicenda, si sono fuse in società sempre più piccole in una dimensione di scala… I loro uffici oggi sono degli anonimi luoghi dove vivono anonimi operatori della discografia, che tuttavia continuano a riempirsi la bocca con le più altisonanti qualifiche. E’ chiaro che il risultato non poteva essere che la situazione attuale: nessun progetto, nessuna strategia, nessun investimento. E quindi, allora, chi cerca di realizzarsi con la musica, per la maggior parte dei casi, deve affidarsi alla roulette russa e ai giochi precostituiti dei vari talent show… Una tristezza infinita, soprattutto pensando alle lacrime e ai sogni infranti di chi, in un battito d’ali, viene ricacciato nel nulla da dove era venuto.

Non sono tenero con i talent, è vero… auspico un loro rapido e definitivo tramonto.

In mezzo a tutte queste cose, quasi fossi all’incrocio dei venti, a volte mi domando dove va Mimmo…. Ho una bussola nella tasca sinistra, la prendo spesso ma il più delle volte funziona male, o non funziona affatto.


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"Piccoli cambiamenti"


Mimmo Locasciulli ne ha fatta di strada, da quando aveva intorno ai trent'anni e già da prima, dalle prime frequentazioni del Folkstudio, quello di Cesaroni, dove nascevano e crescevano quelli che cantavano i classici internazionali, da Dylan a Donovan a Brassens, insieme alle prime proprie canzoni. Era arrivato a Roma da Perugia, per conseguire nella capitale la laurea in medicina.

Al Folkstudio c'era lo stage aperto, nella rassegna “Domenica giovani” e lì cominciò a esibirsi, con l'intercessione di Ernesto Bassignano, che aveva trovato interessante la scaletta di quella sua prima serata, un Dylan tradotto, un brano proprio, una cover altrui di Brel. Era il 1971, e nel 1975, proprio con l'etichetta del Folkstudio, Locasciulli registrava il suo primo album “Non rimanere là”.

Verranno poi la collaborazione di vita con Francesco de Gregori, l'amicizia profonda con Greg Cohen fine contrabbassista di Tom Waits, le incursioni in cinema e teatro, mille variegati incontri musicali, sempre con un occhio attento all'amata professione chirurgica e alla forte famiglia.

Ne ha fatta di strada Mimmo Locasciulli, qualche volta su tratti trafficati, certo, ma più spesso ad andamento laterale, su quei tracciati carichi di vento e polvere, dove forse ti perdi qualcosa , ma “il prezzo di quello che perdi è lo stesso di quello che hai”, dove la voce non ha bisogno di urlare, dove non è assolutamente necessario vendersi (io non credo non piango / non rido non chiedo / non vendo più niente di me / io non chiedo non parlo / non sento non vivo / non vendo più niente di me); dove gli incontri sono più veri e diventano amicizie, ancorati ai tempi lenti di eredità contadina, tra un viaggio in America un pasto nel verde in provincia sempre accompagnato da un buon bicchiere di vino, sempre alla complicatissima ricerca di una vita in fondo semplice, elementare.

E' il tempo il protagonista di questo album che raccoglie le impronte lasciate per strada, quelle che altri hanno visto e quelle che sono sfuggite ai più, quelle evidenti e quelle quasi cancellate, con le pause, le attese, i ripensamenti, le corse dietro i cambiamenti impensabili solo un secolo fa, e le sedute ad aspettare e a ripensarsi un po', un tempo spesso incompreso, che corre come una vendetta, che ci vede a volte estranei e inadeguati e altre volte invece sulle barricate (allora era diverso / avevi il mondo nelle mani / i sogni nelle tasche / adesso che ci resta / e che sarà domani / un'ombra dietro un angolo / e non sai mai cos'è...)

Di fronte a queste rivoluzioni globali un uomo non può che aggiustarsi, cercando di comprendere, effettuando quei piccoli cambiamenti che non stravolgono la propria storia, non rinnegano le antiche spinte, ma che evolvono verso nuovo sentire.

Ed è l'amore l'altro protagonista del doppio album, l'amore passionale e quello dei ricordi, l'amore a cui chiedere aiuto, perché l'amore senza schemi è sempre più un atto rivoluzionario; l'amore per gli uomini e la partecipazione alle loro sofferenze (ho visto uomini discutere su chi doveva sparare per primo / uomini tirare a sorte il nome dell'assassino / e ho visto uomini in fila indiana nella notte di Natale / aspettavano fumando il suono delle campane); il dolore per la vita che ci sembra sempre incompleta e ingenerosa (giù nel fiume i contadini / hanno smesso di tirare l'acqua tanto è inutile / chi è rimasto è soltanto per morire qui / chi vuol vivere s'è già scelto una città); l'amore per la musica che ti rende randagio ogni giorno.

Ma i musicisti son così, e con ogni tempo, a ogni ora, continuano per la loro strada. E pensare che intorno ai trent'anni questo girovago musicale si diceva stanco....

Intervista del 16 giugno 2016
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