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Bielle Eventi 2016

Pier Paolo Pasolini, ritratto in canzone

Da De Gregori a Maieron, da La Rocca a Roberto Billi, da Modugno a De André

di Alberto Marchetti

03/07 -
Il 2 novembre 1975 moriva ammazzato Pier Paolo Pasolini, un omicidio premeditato, un’indagine fasulla, una storia sbagliata. Sono passati 40 anni da allora e, come per tutti gli altri misteri italiani, non s’è fatta ancora luce sulla dinamica, gli autori plurimi, i mandanti politici. Anche se sappiamo.
L’Italia migliore non ha mai smesso di rimpiangere quella voce fuori dal coro, capace di penetrare con sapienza e senza remore morali i vizi privati e le pubbliche virtù in un periodo di grandi cambiamenti, di sviluppo senza controllo, plumbeo, duro, violento, un periodo però capace ancora di guizzi etici e ideali oggi inimmaginabili e, anzi, miseramente scomparsi.
Le celebrazioni si rincorrono per tutta la penisola, molte degne di nota, la rai per l’impegno certosino di Elisabetta Malantrucco ha preparato 6 preziosi speciali da conservare gelosamente, un patrimonio di voci scaricabile in podcast qui:

Di un evento figlio di un dio minore vi voglio però parlare, perché spesso in sordina nascono iniziative che lasciano dei segni sul cuore che miracolosamente leniscono invece che far soffrire. E’ il caso della serata “Pasolini In-Forma Canzone” tenutasi all’Asino che Vola il 1 novembre sera, e che celebrava, proprio per questa scelta di tempo, il poeta ancora vivo.
Pasolini era attento a tutte le forme della trasmissione culturale, non disdegnava i media che utilizzava però con forme di provocatorie analisi dello scibile, di scomode ma incontrovertibili verità, mostrando l’altra faccia della spirale, il mondo dei diseredati, degli ultimi, degli emarginati, dei mondi paralleli senza luce di riflettori ma carichi di linfa vitale, di estrema e disumana voglia di vivere.
Anche la canzonetta, al tempo definita in modo così dispregiativo, finì sotto il suo sguardo indagatore, e non fu il suo uno sguardo malevolo, cattivo, anzi, egli ne comprendeva in pieno la seduzione e la capacità istantanea di farsi madelaine. Naturalmente ne auspicava un miglioramento lirico, come dibatteva con l’amico Rodari, direttore di Avanguardia, negli anni 50, cogliendo in pieno il fermento musicale dell’epoca. Quando la richiesta di Laura Betti lo coinvolse nella stesura di testi musicabili, insieme a Calvino, Arbasino, Buzzati, Flaiano, Moravia, considerando che in quegli stessi anni iniziava a Torino Cantacronache, ed esplodeva il Modugno del blu dipinto di blu, ecco lì la nascita della canzone d’autore italiana.
Anche se alla fine per Pasolini si tratta solo di una decina di brani, la rottura con le storie e le parole usate fino ad allora è epocale, riconoscendo la differenza tra segno grafico e segno vocale e riuscendo a colmare quell’abisso con testi già “orali”, derivati dal parlato, l’orecchio teso alla vita vissuta. E sono direttamente i protagonisti a parlare, dalle viscere del loro mondo ridotto, da una visione costretta che non lascia speranze, senza la mediazione di un osservatore esterno, senza giudizi nascosti, spesso senza possibilità di salvezza.
E’ stata la voce forte, calda e sofferta, coinvolta e senza eccessi di Valentina De Giovanni, accompagnata dalla devota chitarra di Gabriele Parrini, a mostrare come il desiderio di Pier Paolo di dare nobiltà alla canzonetta fosse un obiettivo possibile, necessario, non procrastinabile. Il tempo gli ha dato piena ragione.


“Il Valzer della Toppa” è la disperata e poetica illusione di una vita diversa, per poche ore, per un frammento di vita, almeno fino all’alba, di una puttana che, galeotto un quartino paradossalmente disinibitore, rompe la squallida routine per scoperchiare una nascosta alta sensibilità, ritrovare una integrità emozionale e godere le meraviglie di una splendida Roma notturna. Scritta per il “Giro a vuoto” di Laura Betti, musicata da Piero Umiliani, fu poi superbamente interpretata alla sua maniera dalla grande Gabriella Ferri, e sembra incredibile sia arrivata al grande pubblico nello spettacolo in prima serata “Dove sta Zazzà” nel maggio del 1973.
“Me so’ fatta un quartino
M’ha dato alla testa
Ammazza che toppa!
An vedi le foje!
An vedi la luna!
An vedi le case!
Echi l’ha mai viste co’ st’occhi?…
Va via moretto, fa la bella,
stasera godo la libertà…
me so’ presa la toppa
e mo so’ felice!
Me possi cecamme
Me sento tornata a esse un fiore
De verginità!”

“Macrì Teresa detta Pazzia” è altra visione della notte, una giovane diciottenne deviata alla strada da un amore bastardo che resta immutato e non tradisce anche nel baratro e davanti alla carcerazione, che resta amore, fino alla fine.
“Me s’è allumata ch’ero ciumaca, mentre che stavo a lavorà…
Pe’ più de n’anno tutta moina, io me te sposo qua e là…
None! None! Nun lo dico er nome!
Er nome suo nun l’aricordo!
Se chiama amore, e basta”.
Il Mandrione, oggi riqualificato, era un quartiere dove il sole del buon dio non dava i suoi raggi, una zona di baracche venute su durante la guerra, soprattutto per opera degli sfollati dopo i bombardamenti, abitata poi da zingari, disperati senza casa e emigranti del sud. “Cristo al Mandrione”, parte anch’esso di “Giro a vuoto”, musicato da Piccioni, è il canto disperato della miseria nera, quella che cancella anche l’alba in un livido tirare avanti.
“Ecchime dentro qua
Tutta ignuda e fracica
Fino all’ossa de guazza.
Intorno a me che c’è?
Quattro muri zozzi, un taolo, un bidè.
Filame se ce sei, Gesù Cristo,
guardame tutta zozza de pianto,
abbi pietà de me!
Io che nun so’ gnente
E tu er Re dei re!
Appena un mese dopo Giovanna Marini componeva il suo “Lamento per la morte di Pasolini”, a descrivere, sull’impianto dell’orazione di San Donato, gli ultimi respiri del poeta.
“E non può, non può, può più parlare,
persi le forze mie, persi l’ingegno”
Questo il set di questi bravi ragazzi, capaci di far vibrare l’aria e le corde del cuore.
Emilio Stella, bravo cantautore cresciuto nell’hinterland romano, ha presentato due pezzi, "Marcella" e "Puttana de quartiere", protagoniste due donne che in quelle zone periferiche continuano vite marginali e senza riscatto, vite sotterranee che la modernità non redime.
La lettura profonda del presente consentiva a Pasolini di immaginare sviluppi di raro realismo, cosciente di questo tanto che una prevista invasione di disperati dal sud del mondo è presente in una poesia dall’incredibile titolo “Profezia”.
“La recessione” è un’altra profezia che il comportamento umano sembra faccia autoadempiere, una corsa verso la distruzione che l’umanità non sembra in grado di deviare. Fu scritta in friulano, tradotta e adattata a canzone da Mino de Martino e inserita da Alice nell’album “Mezzogiorno sulle alpi” del 1992.

"I Turcs tal Friul"

“L’aria saprà di stracci bagnati
Tutto sarà lontano
Treni e corriere passeranno come in un sogno
E città grandi come mondi
Saranno piene di gente che va a piedi
Con i vestiti grigi
E dentro gli occhi una domanda
Che non è di soldi ma è solo d’amore”
La canta con trasporto Roberto Billi, ex dei Ratti della Sabina, insieme a “L’illusionista”, alla sua dolce “La luna e la stella” e “A Pa’” omaggio di Francesco De Gregori dall’album “Scacchi e tarocchi” del 1985, una lieve, struggente lirica di un poeta orfano di un poeta.
“Non mi ricordo se c’era la luna
E né che occhi aveva il ragazzo
Ma mi ricordo quel sapore in gola
E l’odore del mare come uno schiaffo.
A Pà
Tutto passa, il resto va.
E voglio vivere come i gigli nei campi
Come gli uccelli del cielo campare
E voglio vivere come i gigli dei campi
E sopra i gigli dei campi volare”

Alcune poesie di Pier Paolo sono state recitate da Sara Caldana, “Supplica a mia madre” da Francesco Zaccaro, e Alberto Di Stasio ha ipnotizzato tutti con “A li scopini” scritta in occasione di uno sciopero di categoria di quello che veniva considerato tra i più umili dei lavori.
“E oggi 24 aprile 1970
È giorno di rivelazione,
è caduta ogni separazione
tra il regno d’Ognigiorno
e il regno della Coscienza;
ciò che resta intatta è l’umiltà;
perché chi ebbe una vocazione vera
non conosce la violenza;
e parla con grazia
anche dei propri diritti”
“Mondezza” è il brano che dalla stessa opera ha tratto l’elettricombo di Marcondiro, un artista poliedrico, creativo, ideatore della bella serata, che ha poi eseguito due potenti twist “Ricotta “ e “Eclisse” tratti dall’episodio “La ricotta” del film corale RO.GO.PA.G, e la sua “Lettera del Vampiro (alla Vamp)”.
Chiude la serata ricca e intensa, la finale “Cosa sono le nuvole?” il cui testo è un omaggio all’Othello shakespeariano, musicato da Modugno per l’omonimo episodio nel film “Capriccio all’italiana”.
“Il derubato che sorride
Ruba qualcosa al ladro
Ma il derubato che piange
Ruba qualcosa a se stesso…
Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così”
Pier Paolo sembrava non avrebbe potuto mai più, ma continua, continua a parlare.

 

 

 
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