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Bielle Eventi 2016

Vinicio Capossela, presentando la Cupa

Parla Vinicio in prima persona: il folk è inquietante e non rassicurante. Lo dice Dylan

di Giorgio Maimone

05/05 -
"È un album doppio, un disco in due parti che si è sviluppato in due stagioni differenti di registrazione. Nel 2003 e nel 2014/15. Anzi, ê un disco in due lati: il lato esposto al sole, il lato che dissecca, che asciuga al vento: il lato della polvere. E poi il lato in ombra, il lato lunare, il lato dello sterpo e dei fantasmi, il lato degli ululati e dei rovi: quello in ombra".
“Lo presentiamo in un luogo popolare (l’ex albergo Diurno di Porta Venezia a Milano, affidato da poco al Fai), nascosto e sottratto alla quotidianità. Lasciando la polvere dove si è posata. Un'esperienza di bellezza non dirompente, non esplosiva, che ci fa pensar che altri sono passati di qui; il che ci pone al riparo del tempo. Una sedia da barbiere, una tenda, gli stucchi, le ceramiche, la polvere … Il lavoro sulle canzoni della cupa è stato simile. Andare a frugare in questo giacimento di cultura che gli antropologi chiamavano il giacimento delle storie: una sensazione di bellezza e inquietudine. Ci entriamo di notte, da clandestini, con perigliosi passi. Potremmo inciampare. Questo è quello che succede con la nostra tradizione folclorica: crediamo di avere le coordinate per riconoscere le nostre radici, ma poi ci smarriamo nelle inquietudini. È il nostro modo di accedere al mondo, un mondo che poi spesso, nella sua intima essenza, ci è precluso. Avvicinarsi alla musica che viene dalla terra è una esperienza molto particolare. È una questione di punti di vista. Bob Dylan ha detto “Non c’è nulla di rassicurante nella musica folk”. Aveva capito.

 


Per me oggi comunque è un giorno felice: siamo vicini al mio quartiere che è la trasfigurazione del paese in ambito cittadino e poi è il 5 maggio … una data da non trascurare. Infine ho fatto fuori … sono uscito da questo Western, che per me veste i caratteri dell'Irpinia. L’ho fatto perché sono sempre stato attratto dal folk; non questo, ma quello che conosciamo di più, quello di Dylan, delle ballad. Cercavo una chiave d'accesso al patrimonio popolare della mia terra e la chiave è stato Matteo Salvatore. Sono andato a trovarlo a casa, allora era ancora vivo, e così mi si è svelato tutto un patrimonio di storie, narrate con abilità. Un grande cantore vivente che con chitarra e voce era in grado di estrarre dalla sua terra queste storie che risalivano al passato, storie di sopraffazione, risalenti all’epoca fascista e ancora più indietro, storie di terra. Poi ho preso dalla tradizione tipica di Calitri, tutto questo giacimento di storie che sta sotto i piedi e che ancora dentro ci si meraviglia. Ne ho estratto i versi in italiano, in forma di ballata e di canzone, dandole la forma che sentivo più propria. La prima sessione di registrazione è stata molto scarna ed è rimasta nascosta a lungo. Ma nascoste stanno le cose che vogliamo proteggere. Questa musica ha lo stesso tempo della terra, un tempo immobile in cui ho cercato di infilarmi dentro. Scrivendo “Il paese dei Coppoloni” ancora più mi sono calato in queste storie, nelle leggende come quella del pumminale, della bestia del grano, del cane mannaro e altre, dove la civiltà della terra trova collegamenti con archetipi più arcaici che ci trasciniamo dentro.
Ho poi cercato di far fiorire in superficie agavi e cactus; quindi cercando altre frontiere e altri legami con culture diverse. Dalla frontiera del lupo, le vallate irpino lucane, alla terra del coyote che ho sempre amato, come la terra tra il Messico e la California, il deserto di Tucson, San Antonio in Texas. Un territorio avventuroso in cui avventurarsi. C'è anche una preziosa edizione in vinile, quattro vinili, quasi mezzo chilo di roba!
Questo album è, in fondo, un’esaltazione del dualismo: la polvere e l’ombra, due sessioni molto separate di registrazioni, due culture, tra l’Irpinia e il West. Ogni paese dell’Italia interna - le terre dell’osso non lambite da mare o città, terre dove i paesi si arroccano su dirupi quasi a difendersi dal mondo, circondati da mari di argille e di terre e di notte - conosce questa geografia dell’anima.
Ognuno di questi paesi è diviso in due lati, un lato in luce e uno in ombra, un dualismo che compone un’unità immobile. Ferma in un tempo circolare, che si ripete in eterno, come il tempo della terra e delle stagioni.
Ognuno di questi paesi ha una contrada detta Cupa, un lato meno battuto dal sole dove l’immaginario e l’inconscio hanno ubicato le Leggende, e un lato riarso sul dorso della terra, un lato chiarito dall’ordine del Lavoro. Un lato di polvere e sudore.

"La canzoni della Cupa"

Sono contento di liberarmi di questa creatura che se la lasciavo ancora lì rischiava di essere un parto trigemellare. È un disco che vale per tutto l'anno che dà spazio ai maestri ma anche a voci che non hanno rilevanza. È un patrimonio che ci appartiene profondamente, su cui la storia è passata senza scalfirne l'animo.
I miei lavori non sono eccentrici, ma hanno come terreno comune una verità di fondo che passa dal rebetiko ai marinai alla cupa.
Penso a un disco come un'opera e non come un insieme di canzoni. È normale che ci sia un traino, ma poi c'è tutto il resto dell'opera che richiede tempo, pèrche bisogna penetrare in questo mondo e bisogna lasciare che le canzoni abbiano il tempo di agire. Sono canti che ricompongono un rapporto tra cielo e terra, condizione in cui spesso stiamo sospesi incoscienti, inconsapevoli, come sonnambuli. Che ci fanno ancora sentire freddo, emozione, desiderio, paura, senso dell’avventura, euforia, lutto e morte. Che ci dicono di appartenere a un mondo più vecchio di noi, a cui la Storia cambia volto e superficie, ma che resiste, e ci ricorda di essere solo uomini sulla terra nuda. Terra cupa sfuggita al cielo”.



 

 

Conferenza stampa del 5 maggio 2016 al Diurno di Porta Venezia, Milano
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