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Cesare Basile: "Tu prenditi l'amore che vuoi e non chiederlo più"
L'artista coerente in rotta ostinata e contraria
di Alberto Marchetti
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Cesare Basile

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Crediti:
-Registrato al Zen Arcade, Catania, da Guido Andreani , Sebastiano D’Amico e Davide Lo Re nel Settembre del 2014.
-Prodotto e suonato da Cesare Basile, Guido Andreani, Luca Recchia, Massimo Ferrarotto, Fabio Rondanini, Rodrigo D'Erasmo, Manuel Agnelli, Enrico Gabrielli, Simona Norato.

Testi e musiche di Cesare Basile
“Franchina” testo di Dina Basso e Cesare Basile
“A Muscatedda” testo di Biagio Guerrera
“A Muscatedda” prodotta e suonata da F.lli La Strada.
Nicoletta Fiorina voce in “Ciuri”, “Di quali notti”.
Rita ”Lilith” Oberti voce in “La vostra misera cambiale” ,cori in ”Franchina”.
Marcello Caudullo chitarra elettrica in “Manianti”, diamonica in ”Filastrocca di Jacob detto il ladro”.
Andrea Castrogiovanni space drum in “Filastrocca di Jacob detto il ladro.
Copertina di Monica Saso

Le canzoni di questo disco non sono tutelate dalla S.I.A.E. né da nessuna altra società di collecting italiana o straniera. Il loro utilizzo è libero quando non contempli fini commerciali o di lucro ma deve essere sempre concordato direttamente con l’autore.

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Cesare Basile
"Tu prenditi l'amore che vuoi"

Urtavox - 2015
Nei negozi di dischi e ai concerti

Tracklist

01 Arazio stranu
02

Franchina

03 Tu prenditi l'amore che vuoi
04 Manianti
05 La vostra misera cambiale
06 Filastrocca di Jacob detto il ladro
07 Ciuri
08 Libertà mi fa schifo se alleva miseria
09

A muscatedda

10 U chiamnu travagghiu
11 Di quali notti
La Sicilia è terra che ammalia, e che indigna, coi suoi contrasti così violenti, così potenti. Natura, storia, architetture sorprendenti, e poi degrado, disordine, povertà. E tanta musica, buona, ottima. Negli ultimi tempi mi sono trovato per le mani molti album siciliani nei toni e nella lingua, e tutti hanno dentro voci di protesta, di rivolta, voglia di rivalsa, tutti suonati da dio, originali, forti, vitali.

E cito Giancarlo Guerrieri, Loredana Marino, Salvo Ruolo, Simona Norato, gli ultimi due a produzione Basile, Cesare Basile, senza ombra di dubbio uno dei migliori compositori di canzoni in questo momento in Italia.

L’inizio del nuovo album di Cesare Basile “Tu prenditi tutto l’amore che vuoi, e non chiederlo più”, l’ipnotica, avvolgente, indigena “Araziu stranu”, dà subito la misura del lavoro attento e profondo di questo grande cantautore, che dopo essersi cibato di musica per 30 anni, con intensi soggiorni a Bologna, Berlino, Milano, poliedriche collaborazioni dal rock internazionale alla canzone d’autore, da Hugo Race dei Bad Seeds a Nada alla regista slovena Petra Seliskar, è tornato a praticare il vernacolo apportando nel folk della fertile Sicilia tutto il patrimonio musicale acquisito, mentre è dalla Sicilia che parte questa rinnovata osservazione di un mondo malato


Siciliano è questo periodo di Basile, iniziato nel 2011 con “Sette pietre per tenere il diavolo a bada”, seguito dall’omonimo del 2013 che lo ha portato a vincere la targa Tenco non ritirata per le conosciute polemiche tra la Siae di Paoli e il Teatro Valle Occupato. Anche le canzoni di questo album inoltre non sono registrate alla Siae, coerentemente con il tema presente in ogni brano, questo rifiuto categorico, viscerale, verso tutte le manifestazioni del potere, contro sistemi che non garantiscono lo scopo per cui erano nati, contro un potere del denaro che schiavizza il bisogno, degrada le necessità, avvilisce la sopravvivenza.


Non è uomo dalle mezze misure Cesare Basile, non nasconde intendimenti e posizione politica, non svicola, non narra storie ruffiane e non sono ruffiani gli arrangiamenti dei brani. Cesare Basile, e si è visto nella querelle intorno ai diritti d’autore, è un uomo e un artista coerente, la sua è la rotta ostinata e contraria ereditata e compresa, i personaggi delle sue storie sono gli emarginati, i diseredati, coloro che non hanno scelta e quelli che, per non sapere, vengono manipolati e sfruttati, i lavoratori e i senza lavoro, gli artisti e le puttane, gli abitanti di un sud lasciato a marcire senza più speranze, quelli tagliati fuori a cui non resta che la preghiera o la rivolta. Sulla copertina campeggiano infatti una fionda e un rosario, la ricerca intima e il bisogno di riscatto popolare.

Araziu stranu” procede lineare, senza variazioni, ipnotica, primordiale, un passo e un canto che viene da un mondo di tradizioni sovrapposte come i popoli che hanno via via occupato lo stesso spazio senza cancellare il consueto, ed è quasi il manifesto politico del cantastorie, del narratore orale che viaggia di paese in paese passando storie innate, passioni controverse, lotte per la sopravvivenza, creando magia e pensiero. “Arrobba e ita su ti vo 'nsignari / allesti cunti si non voi 'n patruni / fatti lavina, cantunera e mari / e patri e matri e toccu di campani… ruba alle dita se vuoi imparare/ imbastisci racconti se non vuoi un padrone/ fatti rivolo, facciata e mare/ e padre e madre e tocco di campane ”, perché fare il cantastorie è un impegno sociale, e anche un modo, per quelli che furono come Orazio Strano, di evitare di finire sfruttati dai padroni e divorati dalla fatica. Orazio Strano, che girava su un carretto per una artrite deformante che gli impediva il cammino, fu il primo cantore siciliano a portare il folk dalle campagne alla visibilità e allo studio, fino al Piccolo di Giorgio Strehler e oltre, qui diventa lo spirito indomito che non può e non deve morire, mai.

Una banda da festa patronale paesana accompagna il valzer di “Franchina”, scritta in collaborazione con la poetessa Dina Basso, per il film “Gesù è morto per i peccati degli altri” della regista Maria Arena, uno spaccato dolceamaro su puttane, i travestiti e altre umane vicende del quartiere San Berillo di Catania, dal quale è tratto a sua volta il video. E di un transessuale sono i pensieri del protagonista, visitato da tanti uomini ma che si sente fedele di una fedeltà salvifica soltanto a Gesù.

Tra De André e Nick Cave la title track, sulla fauna non più di razza di un potere involgarito e comunque capace di sviare valori, distribuire favori e di generare ancora invidia di se, ma sarebbe ora di riprendersi tutto, perché ci spetta di diritto, mentre il brano a seguire tra folk e rumorismo waitsiano è dedicato ai “Manianti”, coloro che animano i pupi, creando quel mondo misterioso sulle gesta dei paladini di Francia, un mondo ancora capace di rapire grandi e bambini, e dove sono ancora chiari i ruoli e i sentimenti, anche se alla fine gli uomini valenti finiscono comunque per morire a Roncisvalle.

La brava Rita Lilith Oberti, già voce dei Not Moving, canta da sola “La vostra misera cambiale” cantautorale invettiva questa volta in italiano, la scura voce di Cesare marca invece l’altrettanto plumbeo blues “Filastrocca di Jacob detto il Ladro”, apologia del furto come riappropriazione del maltorto. Jacob fu un Robin Hood francese che derubava ricchi e prelati redistribuendo i proventi ai poveri e finanziando il movimento anarchico, tanto abile nei travestimenti e nelle tecniche di rapina da ispirare in letteratura l’edulcorato Arsenio Lupin.

Sempre con la sua originale unione di folk e musica nera ecco “Ciuri”, ed è bello questo contrasto continuo tra le piccole cose di natura e la rabbia verso i signori, i don, contro i loro soprusi e angherie “Ciuri, ciuri i gramigna / la tirannia 'ncarca li carcagna / meli di ficu sicca / l'abusu e lu putiri strica e curca / sucu, sucu d'agresta / ogni guvernu ca sta terra 'mpista / cocciu, cocciu di rina / ni scurcia l'arma e simina ruina… Fiore, fiore di gramigna / la tirrannia calca i talloni / miele di fichi secchi / l'abuso e il potere / strigliano e abbattono / succo, succo di uva agra / ogni governo che appesta questa terra / granello, granello di sabbia / ci scortica l'anima e semina rovina…

Si ribaltano i valori della rivoluzione francese, diventati garanzia di privilegi assodati e morte culturale, in “Libertà mi fa schifo se alleva miseria” dove “…fratellanza è la cena che decide il salario / uguaglianza è dei morti che hai costretto al fucile / libertà mi fa schifo se alleva miseria / è la pace a usura per la guerra che arriva”.

Al vino dolce “U muscadeddu” è dedicata la lirica di Biagio Guerrera, tra mandolino e violino, ancora a contrasto con l’amarezza della vita, mentre è il pianoforte di Manuel Agnelli ad accompagnare la triste “U chiamunu travagghiu / donu e duviri / donu ca suca l'arma / duviri vili / U chiamunu travagghiu / e zoccu spatti / su tonn'a pigghia 'ncuttu / di notti a notti… lo chiamano lavoro / dono e dovere / dono che succhia l'anima / dovere vile / lo chiamano lavoro / e tutto ciò che distribuisce / se lo riprende con insistenza/ da una notte all'altra

Onirico il canto in “Di quali notti”, quasi un canto di chiesa, quiete che si riapre nella ripetizione ossessiva che questo sistema non lascia possibilità, non ha compassione, non concederà mai spazi finché qualcuno non li pretenderà, a muso duro.


Ultimo aggiornamento: 07-07-2015