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BiELLE Film
"12 anni schiavo" di Steve McQueen


Titolo originale: “12 years a slave”
Nazione: Usa
Anno: 2013
Genere: Drammatico
Durata: 134'
Regia: Steve McQueen
Sceneggiatura: John Ridley dal libro “Twelve Years a Slave”, di Solomon Northup

Trailer ufficiale:

Distribuzione: Bim

Data di uscita: 20 febbraio 2014


Di cosa parla, ormai è noto: un musicista di colore, uomo libero, sposato e padre di due figli nella New York del 1841, cade nella trappola di due delinquenti che lo vendono a un mercante del Sud, dove la schiavitù è ancora legale. La sua odissea durerà 12 anni, prima dell’incontro con un abolizionista canadese (Brad Pitt, anche produttore del film). In mezzo, tutta la tragedia della perdita della libertà, il soffocamento della ribellione che avrebbe come prezzo la vita, l’umiliazione e la ferocia dei bianchi, beceri sfruttatori nel migliore dei casi, o veri perversi in altri. Da un regista inglese (e di colore) un altro tassello dopo Lincoln e Django unchained su quel periodo cupo della storia americana. Ciascuno ha scelto un’angolazione diversa. Quella di McQueen è tutta concentrata sullo sguardo, il suo e quello violentato dello spettatore. Estremo, come tutti i film del regista inglese e difficilmente dimenticabile.

Costretti a guardare, obbligati a vedere
di Erica Arosio

Su “12 anni schiavo” molti critici si sono accaniti, arrivando a parlare di “pornografia dello sguardo”. Gli stessi critici che non avevano avuto nulla da ridire su un altro film di McQueen, ugualmente violento, Hunger e che sorvolano su decine di altri lavori che certo non vanno per il sottile con sangue e squartamenti, sia al cinema che in televisione. Come mai questa alzata di scudi? Perché McQueen fa qualcosa di diverso dagli altri e quella diversità si chiama stile.

E’ a questo che non siamo più abituati e non ne faccio una questione estetica e neppure etica, ma di consumo psicologico. Gli schermi, grandi e piccoli, compresi i videogiochi, vomitano su spettatori di tutte le età milioni di scene insanguinate, reali e di finzione, ma ormai tutte così esagerate da essere percepite come un gioco, qualcosa che ha reso il pubblico incapace di distinguere la verità dalla messa in scena. Anche quando il sangue non è vernice, non ci crediamo più, perché a vincere è l’estetica patinata della sovrabbondanza e il ritmo adrenalinico del montaggio accelerato. Con un risultato “subliminale”. Le immagini non hanno il tempo di restare impresse sulla retina e vengono assorbite in modo passivo dal cervello, costruendo una base psichica che va man mano arricchendosi nel suo potere mitridatico che fa diventare tutti i soggetti (o gli oggetti dei messaggi, mettetela come volete) totalmente insensibili.

Mc Queen mette in gioco invece un’altra modalità e un altro sguardo: ogni suo fotogramma, ogni scena a camera fissa resta sullo schermo molto più a lungo di quanto accada nei film a cui siamo abituati, con uno stile che non è quello di derivazione colta da opera autoriale, quello per intenderci degli sfiancanti piani sequenza e trova piuttosto le sue radici nella pittura e nella fotografia. Se si analizzano senza pregiudizi i momenti violenti del film, ci si stupirà di constatare che sono inferiori a quelli contati dalla nostra percezione “emotiva”. E’ il modo in cui hanno colpito così violentemente i nostri occhi, quel loro costringerci a guardarli in modo non superficiale e affrettato, ma a inghiottirli e metabolizzarli, a farci ritenere che siano innumerevoli, fin quasi a coprire tutto il film, facendoci dimenticare persino le lunghe notti di quiete degli schiavi in cui il confronto scontro col bianco oppressore sfuma e si placa. Guardare è sgradevole, il modo in cui ti costringe a farlo McQueen diventa un atto d’accusa all’umanità tuta, alla sopraffazione, all’ignorare il diritto e la giustizia, all’avidità (la schiavitù si basava su precise ragioni economiche, le crudeltà erano solo un corollario possibile, ma di certo non necessario). Guardiamo e ci vergogniamo e non ci è permesso chiudere gli occhi: dobbiamo guardare, deglutire e … pensare.

Se un montatore riprendesse in mano il film di McQueen e intervenisse su tutte le scene, lasciando intatto il racconto ma sfrondando quella dilatazione dei tempi da “fruizione pittorica”, la storia rimarrebbe identica. La nostra percezione sarebbe però completamente diversa. 12 anni schiavo: uno sguardo etico creatore di uno stile parimenti etico, forse estremo, ma con una sua intrinseca necessità.

La carne, il sangue

Mc Queen è un regista materico, carnale. Il suo cinema parla di corpi e questi mette in scena. Che sia il militante dell’Ira di Hunger, che rivendica il suo libero arbitrio nella distruzione/scarnificazione del corpo, l’unica cosa che gli rimane o il Michael Fassbender (sempre lui, l’attore feticcio) di Shame, schiavo invece del corpo e della furia sessuale o adesso gli schiavi, privati della proprietà del corpo, è sempre intorno alla fisicità materiale che ruota l’interrogarsi di McQueen. I corpi come unica realtà attraverso la quale passa tutto il resto, che sia lotta politica, piacere o semplice vita, i corpi esibiti, amati, violati. I corpi, l’immanenza dell’esistere e la forza di gravità del pensiero e dell’agire. Per un cinema manifesto, per un cinema filosofia.

Le frasi: "Platt è mio e io ne faccio quello che voglio” (lo schiavista Paul Dano)
“Qualunque sia la tua situazione, sei un negro eccezionale, Platt” (Benedict Cumberbatch – padrone Ford)
“Il negro che non ubbidisce al Signore che è il suo padrone, quel negro verrà percosso innumerevoli volte: è nelle scritture” (Michael Fassbender – padrone Epps)

Perché vederlo: perché McQueen è un regista che sa mordere il cinema. Qualche volta anche lo spettatore

Cast
Regia: Steve McQueen
Con: Chiwetel Ejiofor, Paul Giamatti, Paul Dano, Benedict Cumberbatch, Michael Fassbender, Lupita Nyong’o, Brad Pitt.
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Sul web  
Trailer ufficiale

Ultimo aggiornamento: 25-02-2014
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