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Bielle Riflessioni 2014

Abbiamo perso gli "imperdibili"

Arriviamo a fine anno e ci voltiamo indietro. Cosa ci ha lasciato il 2013 in musica? Poco.
E quel poco è difficile da considerare imperdibile. Eppure qualcosa da conservare c'è ...

di Giorgio Maimone

01/01 -
Mi metto all’ascolto. Ben disposto. Ho ritagliato un piccolo nucleo di album da ascoltare. Non sono gli imperdibili. Imperdibili non ce ne sono più. Ci sono stati certo: imperdibile è “Creuza de ma” di De André, è “Titanic” di De Gregori, “La pianta del tè” di Fossati, qualcosa non ancora ben identificato di Paolo Conte (sceglierei una raccolta), “Lucio Dalla” di Lucio Dalla (quello con “Anna e Marco”), “Radici” di Guccini, “The freewhelin’ Bob Dylan”, “Song from a room” di Leonard Cohen, “Nebraska” di Springsteen. Insomma, ci siamo intesi? Gli In vivo veritas sono bravissimi, ma possiamo paragonarli? No, la musica è finita. La musica è cambiata, ma non è acora cambiata a sufficienza. Però, e ritorniamo a bomba, un piccolo drappello di album per permettermi di sopravvivere al 2013 me li sono ritagliati. Oh, attenzione, è un orticello molto piccolo e fragile. Non garantisco che sopravvivano all’ascolto di più persone, ma ci sono ancora dei dischi che emozionano e che faccio fatica a considerare “normali” o normalizzati. Qualcosa che galleggia sopra la marmellata delle fm, del wifi, degli Spotify e degli You Tube. Io ci provo a delineare la mia personale rotta di navigazione attraverso al 2013, senza pretesa di indottrinare nessuno. Lo so che la posizione di Bielle (e la mia in particolare) sono minoritarie, ma che volete farci? A essere minoranza combattiva sono allenato da 60 anni di opposizione: dal primo no al latte di mia madre all’ultimo no all’album di Niccolò Fabi. Posizione minoritaria, ma in fin dei conti semplice: la canzone d’autore deve essere un adeguato mix di testo e musica, dove il testo ha l’obbligo di rispettare categorie di impegno poetico, se si sposa con quello sociale ancora meglio e la musica ha l’obbligo altrettanto cogente di cercare di non essere copiativa e di proporre emozioni nuove, che sottolineino e accentuino le storie raccontate. Musica, soprattutto da cantare, essendo canzoni. Che esprimano quindi la gioia o l’intima necessità del canto.
Allora spariamo questi nomi e speriamo che non svaniscano come neve.
Il migliore album dell’anno è stato anche il primo ad uscire: “Nella prossima vita” di Federico Sirianni con gli Gnu Quartet. Il primo album in perfetto equilibrio di Federico che già ci aveva dato tanti spunti positivi in passato. Apparecchia la tavola sonora con gusto e competenza e ci adagia sopra storie che hanno sempre un finale (e anche un inizio, se vogliamo) aperto. Che raccontano qualcosa e ti portano da qualche parte, ma che possono anche non finire o non portare esattamente dove vuole l’autore, ma in questa apertura, in questo indeterminatezza ci sta quella patina di infinito che ti proietta oltre il contingente. Nella storia di un quarantenne su un crinale, tra dubbi e scelte, prossime vite e vite già vissute, si rispecchiano anche le ansie nostre e le nostre personali tribolazioni. E mi manca di sentire l’album di Natale! Accidenti, Federico, ci siamo mancati troppe volte negli ultimi tempi! Poi, ho già citato, gli In vivo veritas. Avevo sentito un loro demo qualche tempo fa (e ne avevo parlato su Bielle, sottolineando tutto il bene che si sottintendeva) e proprio sul finire del 2013 mi arriva dalle onde dell’etere questo affascinante “Laika”, 11 brani, se non li ho contati male (il disco mi è arrivato come un unico mp3), che sono un monumento a favore di quella “musica gentile” da noi coniata per identificare i Sulutumana, di cui gli In vivo veritas sono la proiezione 2013. Sono in tre: Nicolò Lovanio, Emiliano Berchio e Alessio Contadini, con la fattiva collaborazione di Adriano Vecchio e vengono da Cairo Montenotte, il paese di Gigliola Guerinoni, la mantide di Cairo. Inizialmente due chitarre e una batteria, il gruppo è cresciuto fino ad arruolare per “Laika” 8 persone più 5 ospiti. Curiosità: uno degli ospito è Simone Spreafico, già chitarra classica dei Mercanti di Liquore e “In vivo veritas” è stato il titolo del primo album dei Mercanti (1997). Credete alle coincidenze? Io no. E così Laika è un diario musicale, il diario di un viaggio, anzi di molti viaggi tra il 2010 e il 2012. In mezzo c’è spazio per cornamuse, violini, fisarmoniche, violoncelli e tanta musica acustica di alta qualità. Berchio e Lovanio si dividono i testi tra cui affiorano piccole perle: “Ma tanto tu lo sai come cercarmi / Sopra la panchina solo aspetto / La corriera che ritorni e spero / Che mi porti un poco di vertigine” (Si accosta e riparte), “Ti porto in dono, sul palmo di mano / Quel pezzo di notte che ignori / Ti mancano i sensi, le grida, i lamenti / Che furono gli anni di ieri” (“Quel pezzo di notte che ignori”). Sento / la terra / far la pace con l’aria e la guerra / sento il fischio del vento sull’erba”. (“La tregua”). “La logica dei porti /Vuole che si lasci di sé / L’impronta sempre uguale / Di un volto uguale a sé” (“Lontani dal mare”). Insomma, sono bravi e la loro è una musica che mi riconcilia con un mondo della canzone asfittico.


Poi, non vorrei farvela tanto lunga, ma un ascolto attento a Claudia Cantisani andrebbe dato. Il suo album si intitola “Storie d’amore non troppo riuscite” ed è un album piacevolmente swing con alle spalle dei testi intriganti e giocati benissimo tra le metriche stringenti che richiede il genere. Il titolo vale già da solo l’acquisto. E’ un concept sull’amore? Ma sì, diciamo così. Siamo dalle parti dello swing alla Sergio Caputo, con tanto umorismo e voglia di divertire e divertirsi. Compito assolto. Al suo servizio una formazione composta da grossi nomi del jazz nazionale come Massimo Moriconi, Massimo Manzi, Massimo Morganti, Felice Clemente, Felice Del Vecchio e Pietro Condorelli. La formazione del Massimo-Felice! Claudia è autrice delle sue canzoni, cantante dal timbro chiaro e puntuale, espressivo e centrato, oltre che armonicista. Ma sono anche altri i nomi di cui voglio parlare bene in questa vigilia di Natale che predispone alla bontà. Katres, ad esempio con il suo “Farfalle a valvole” non è affatto banale. Ascoltatela con attenzione, perché è un disco che ha bisogno del suo tempo per fare effetto. Avete presente quei vini rossi di qualità che vanno stappati per tempo, perché dispieghino la forza dei propri tannini? Ecco, la sensazione è un po’ quella. Poi abbiamo un imprevisto, un disco che fino ad oggi non aveva trovato la strada del lettore e che invece, una volta presala, si è allargato ed ha conquistato tutto lo spazio necessario. Si chiamano La linea del pane e l’album è “Utopia di un’autopsia”. Non è musica facile: a me ricorda Angelo Ruggiero, grande outsider pugliese. Marco Citroni al basso, Kevin Every alle batterie e percussioni, Teo Manzo alle chitarre armonica e voce. Che musica fanno? Su Facebook la definiscono Transgender. E’ rock ed è canzone d’autore e sono canzoni che fanno riflettere, che non passano in un lampo, appena una botta e via. No. Continuando con le metafore alcoliche, se Katres è un rosso importante, La Linea del Pane è un vino da meditazione. Un bel Sauternes. Non piace a tutti, ma a chi piace, abbinato alle giuste sostanze psicotrope (tranquilli: foie gras o erborinati), dà appagamento. Sono giovani e questo in epoca di rottamazione, è pure un vantaggio (due 26enni e un batterista 18enne) ma affrontano tematiche pesanti, come l’immigrazione (“L’urlo di Ismaele”) con una pregnanza che è difficile da ritrovare anche nei loro fratelli maggiori. Influenze? De André e Claudio Lolli, ma alcune timbriche rimandano piuttosto a Claudio Rocchi. Comunque una grandissima sorpresa di fine anno. Teneteli d’occhio. Hanno qualità a iosa. Sono invece più di una conferma, una bella realtà i Lou Tapage che arrivano da quel grande serbatoio di qualità che è il Piemonte di questi anni (strano che non si parli ancora di una scuola piemontese? Eppure da Paolo Conte, Giorgio Conte e GianMaria Testa o i Lou Dalfin, non mancano nemmeno i caposcuola). E’ musica etnica, ma che spazia verso il cantautorato italo-francese (“e un gran numero di padri ignoti”, suggeriscono su Facebook) di un gruppo che è nato nel 1999 che noi abbiamo già festeggiato in un primo disco omonimo del 2005, ma che ci siamo persi in una rivisitazione in lingua occitanica di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De André, uscito un paio di anni fa. “La libertà” è trascinante, “Il ne reviendre pas” pure, ma “Marseille” è quasi un brano di Jimmy Buffett, così carica di spezie e di profumi, mentre “L’uomo in nero” è un brano in lingua e “L’inconnue de la Limoise” è lento, delicato e d’atmosfera e “Comm la branches de l’albes” ricorda quella sospensione verso l’esistente che è tipica del miglior Maieron. Un piccolo consiglio: ascoltateli tutti gli album fino in fondo. O almeno ascoltate l’ultima canzone: spesso si tratta di piccoli gioielli, così delicati che vanno messi in fondo agli album per non sciuparli nei primi ascolti. Superato lo shock iniziale meritano attenzione anche gli Ossi Duri, gruppo torinese attivo da una ventina di anni e organizzato attorno ai fratelli Bellavia. Rock demenziale? O rock e basta? Comunque autori di una trilogia degna di attenzione: a) “Frankamente”, brani originali di Frank Zappa (nume ispiratore del gruppo) in occasione dei 20 anni dalla scomparsa. B) “riCoverati”, cover di famosi brani del progressive italiano (“Era inverno” e “Giochi di bimba” delle Orme, “Davanti agli occhi miei” e “Una miniera” dei New Trolls”, “Luglio, agosto, settembre nero” degli Area, “Avanguardia di merda” degli Skiantos”) a cui si uniscono “Svalutation” di Celentano e “Vengo anch’io, no tu no” di Enzo Jannacci, eseguito con FreakAntoni. C) “Senza perdere la tenerezza”, un album di inediti. Li ho catalogati in ordine di interesse, ma la scaletta di priorità è molto corta. La proposta è abbondante e dannatamente buona. Ma, si sa, oggi sono di buonumore. Poi abbiamo il trio delle corde. Corde pazze, Corde oblique e Sursum Corda. Tre corde come un bouzouki, come una balalaika, una corda in meno di mandolino e banjo. E’ casuale questa assonanza ed è casuale che siano usciti tutti nel 2013. Le corde oblique con “Per le strade ripetute” è il gruppo che ruota attorno alla personalità del chitarrista e autore Riccardo Prencipe, personalità ingombrante che comunque ha messo in piedi un gruppo che fa del progressive folk, come nei migliori anni ’70 e lo fa con grazia, energia e un pugno di ottime canzoni. Al maestro Prencipe fa difetto la modestia, ma la sua musica è bella, senza balle o ammennicoli aggiuntivi. Se si passa sopra alla smania di celebrazione del maestro, che fatica anche a fare i nomi di chi suona con lui e canta per lui, si ha il piacere di ascoltare un magnifico e scintillante album, nobilitato dalle voci di Floriana Cangiano, Caterina Pontrandolfo, Annalisa Madonna, Lisa Starnini, a cui si uniscono il violino di Edo Notarloberti, il contrabbasso di Umberto Lepore, la batteria di Alessio Sica, le percussioni di Francesco Manna, il cello di Manuela Albano, oltre alle splendide chitarre di Riccardo Prencipe. Il riferimento più prossimo che mi viene in mente (e penso possa far piacere a Prencipe) sono i Pentangle di Bert Jansch e John Renbourn, magici chitarristi a cospetto del dio della chitarra. Cordepazze invece sono un gruppo palermitano che, dopo una serie di successi al premio De André, a Musicultura, al Premio Buscaglione, hanno dato alle stampe quest’anno “L’arte della fuga”, un bell’album di sodo e adrenalico pop, ma quello “giusto”, non imbastardito, non sputtanato. Musica pop per la facilità dell’ascolto, per la ricerca della melodia, ma con batteria e basso che pompano forte, restando sempre sul bilico verso il rock, al servizio di testi molto interessanti. Arrangiamenti giusti, una voce intrigante, una ricerca insistita della musicalità, ma al servizio del senso e non in marcia contraria. Insomma, vanno ascoltati senza puzza sotto il naso, incominciando da “Svendimilano” o da “L’arte della fuga” o da “La rivoluzione”. Alfonso Moscato (voce e chitarra), Michele Segretario (fender rhodes, organo hammond, sintetizzatori) Vincenzo Lo Franco (batteria e percussioni) Francesco Incandela (violino) e Davide Severino (tromba) la formazione con il nome Cordepazze ispirato a Pirandello. La terza corda è quella dei SursumCorda. Sono dei vecchi amici del nostro sito, dove i loro “Albero dei Bradipi”, “In volo” e “La porta dietro la cascata” sono sempre finiti tra i dischi dell’anno. “Musica d’acqua” non fa eccezione. E’ l’altro versante dei Sursumcorda: non canzone d’autore, ma musiche d’autore al servizio di immagini reali o solo pensate. Renè Aubry il riferimento più prossimo che ci viene in mente, ma non il solo. In un’epoca avara i SursumCorda non lo sono mai. Hanno musiche che sgocciolano dall’anima e che sono sempre in grado di lasciarvi una traccia. Ma non abbiamo finito con i consigli: c’è anche Maria Giaquinto con “Voci di frontiera”. La ricetta è semplice: prendi una bella voce, uniscici degli ottimi musicisti, una manciata di brani della tradizione popolare del mondo, la produzione di don Peppino Di Trizio (la Giaquinto è la voce dei Radicanto) e il risultato balza alle orecchie. Un ottimo disco con molta musica dentro, al servizio di parole antiche o seminuove. “Laggiù”, “Soy giardino”, “Sto mi e milo” i brani migliori. E per ora ci fermiamo. Di qualcun altro vi abbiamo già parlato, come di Simona Gretchen e del suo “Post-Krieg”, di Rocco Rosignoli e del suo “Testuggini” o di Antonio Pigniatiello e del suo “Ricomincio da qui”; di altri speriamo di parlarvi ancora. E' stato l'anno delle cover. Indiscutibilmente: e tra gli album di cover ne dobbiamo segnalare almeno due: "Reds! Canzoni di Stefano Rosso" di Andrea Taquini, grande chitarrista e ora ottimo performer e Zibba con "... e sottolineo se", l'labum di omaggio a Giorgio Calabrese. Per adesso ci fermiamo qui, prima che il buonismo di Natale ci potesse spingere a parlare bene magari anche di Ligabue (difficile, ma non impossibile). Meglio aspettare e fare rotta verso il clima pungente di Capodanno e l’acredine per un anno che siamo ben lieti di lasciare. Sempre che ci si riesca.

Riassunto delle puntate precedenti

Simona Gretchen ha delle qualità. Il suo è un disco niente affatto banale. Che intriga, che attrae almeno tanto quanto respinge. Probabilmente è un album che ha delle pretese superiori alle sue qualità., ma vivaddio ha delle pretese! E non tutte mal riposte. Che devo dire? A me piacciono gli album con molto musica e poche parole (parlerò bene anche dei Sursum Corda). Simona Gretchen ha debuttato nel 2009 con un album dal titolo meraviglioso “Gretchen pensa troppo forte” e torna dopo 4 anni con un album ancora più forte, dove la voce sta costantemente in un secondo piano, in un altro piano, forse addirittura in un altro pianeta e le percussioni incalzanti, accoppiati col basso della stessa Gretchen, dominano tutto. Sarà anche un album del dopo guerra (“Post Krieg” in tedesco), ma non è di sicuro un album di canzonette! Forse non piacerà al primo ascolto, ma non vi lascerà indifferenti. Al limite potreste rigettarlo, non accettarlo, definirlo troppo scuro, troppo duro e tutto questo è anche vero, ma perché non provare a seguire il battito e a farlo proprio? La tonalità scelta è un unificante Do minore per quella che è, a tutti gli effetti, una lunga sonata. Vi ricordate “Tutti morimmo a stento” di De André? Il sottotitolo era “Cantata in Si minore per solo, coro e orchestra”. Non voglio fare alcun raffronto: dio me ne scampi e liberi. Solo sottolineare la peculiarità melodrammatica degli accordi in minore. Dice la Gretchen, guadagnandosi il mio voto tenchiano, in un’intervista al Mucchio Selvaggio: “Il cantautorato (per lo meno per come siamo abituati a concepirlo tradizionalmente) è morto, il cantautorato-indie era già moda prima di nascere e le parole da sole non mi sarebbero comunque bastate per comunicare quello che volevo comunicare. La mia voce è un coro lontano, un’eco che si sfalda. Come in certe preghiere, non si può rischiare che le parole o il loro significato intrinseco possano distrarre dal rito”. Siamo allineati e coperti, la Gretchen continua a pensare troppo forte, ma ha ragione! E’ una suite corposa e pesante, ma anche pensante. Lontana anni luce dalle banalità dei canzonettari più o meno di regime. Antonin Artaud, Chuck Palaniuk e James Ellroy costituiscono la base letteraria su cui si poggia il lavoro. Jung e Nietsche stanno sullo sfondo. Un parterre dei roi! Come pure di rilievo il ruolo dei collaboratori: Nicola Manzan, Paolo Mongardi (Ronin, Zeus!, Fuzz Orchestra, FulkAnelli) e Paolo Raineri (Junkfood), e la produzione artistica di Lorenzo Montanà. Sono 26 minuti ma di pelle scoperta e nervi volanti. Non canzoni, ma graffi sonori, fluido fiume musicale con un sottofondo di preghiere laiche. “La pena è negli occhi di ogni volto amico / per questo vacilla di fronte a un invito / raccoglie ogni giorno consenso e attenzione / sa solo che accade, non per quale ragione / e poi in ogni foto ritrova un’estranea / dispersa fra cento, mille freak e paria / e scandisce le sillabe della sua storia/fino quasi a crederci, ad averne memoria” (“Everted part.I”). “Persa com’era in dispute sull’accanimento terapeutico/non son bastate le librerie a salvarla dalla pornografia / in senso metaforico, s’intende / né i giornali a saziarne l’improvvisa fame di sventure / quando l’abbiamo vista l’ultima volta / i parassiti facevano incetta dei suoi disegni / deve aver atteso a lungo una linfa migliore / frutto di preghiera e di pazienza / o, me lo chiedo, solo di un colpo di fortuna / la saggezza, più che nel diffondere il verbo, nelle sue ultime parole:/ Dio, liberali, se proprio ci sei, dalla competizione /in fondo la sete di un qualche disegno / distorce il pensiero, corrode anche il sogno/confonde i colori, rimanda la scelta/fra voltarsi indietro e colpire nel segno” (“Post Krieg”). Li ho riportati tutti, perché altrimenti non era possibile rendere l’idea. Con pochi dubbi sale tra i migliori dischi ascoltati quest’anno. Per ora due e molto diversi tra loro: “Nella prossima vita” di Federico Sirianni e “Post Krieg” di Simona Gretchen.

Poi, ascolto, sempre per dovere, perché il piacere è andato a farsi un giro, il disco nuovo di quello tutto riccioli, quello famoso, come si chiama? Quello che tutti ne parlano bene … no, non Jovanotti. L’altro. Massì: Niccolò Fabi. Ecco, non mi risulta che abbia mai fatto canzone d’autore, ma tant’è: un ascolto non si nega a nessuno. Ascolto e trovo esattamente quello che mi aspetto: un buon album pop. Senza nessun guizzo, però fatto bene, molto professionale e quasi altrettanto inutile. Però, ad onore del vero, non dà nessun fastidio. Le metriche sono curate, le orchestrazioni ampie ed eventuali. “Mi basterebbe essere padre di una buona idea” chiede disperatamente nel primo brano “Una buona idea” e sono del tutto d’accordo con lui. Peccato che non gli venga qui. La freccia di Niccolò Fabi, riportata nelle copertina, viene incoccata, ma non scocca. Il comunicato stampa parla di brani in equilibrio tra soul e folk acustico: vi sfido a trovarne tracce, ma ognuno fa il suo lavoro per vivere e noi ci limitiamo ad ascoltare. Prima o poi qualcosa di buono arriva. E un pezzo piacevole, azzarderei anche a dire bello c’è ed ha un titolo normale normale: “Lontano da me”, ma vivaddio è una canzone! Non parla di massimi sistemi, ma del fatto che “a volte basta un autostrada, avere un pieno di benzina, vedere un angelo di schiena e un traghetto che è in partenza per un’isola siciliana”. “Io sto bene quando sto lontano da me”, ripete il ritornello e riesce a fartelo credere e sentire. La parte finale, vocalizzata e solo suonata, riporta alla mente reminiscenze addirittura Beatles. Una buona canzone, non ‘è che dire. Votiamola, come canzone. E’ semplice, ma bella. Bravo Fabi. Ecco, così.
Niccolò Fabi: “Ecco” (Universal – 2013)

24 agosto 2013
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