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Alessio Lega: "Mala testa"
Le parole della resistenza umana
di Alberto Marchetti
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Cesare Basile

Crediti:
Alessio Lega- voce
Rocco Marchi- pianoforte, eko tiger, pianet, synth
Andrea Faccioli- chitarre, banjo, autoharp
Francesca Baccolini- contrabbasso
Andrea Belfi- batteria, percussioni, fischi

Ospiti:
Paolo Pietrangeli- voce (brano 2)
Paolo Ciarchi- voci, percussioni, trombazzi, armonica a bocca (brani 2,6,7,15,16)
Tutti i brani di Alessio Lega/Rocco Marchi, ad eccezione di "Monte Calvario" di Ascanio Celestini, R. Boarini, G. Casadei, M. D'Agostino

Prodottuzione artistica di Rocco Marchi
Illustrazionie pèrogetto grafico Matteo Fenoglio
Registrato da Roberto Passuti, Francesca Baccolini, Rocco Marchi allo studio Obst und Gemuse di Cerro Veronese.
Mixato e masterizzato da Roberto Passuti allo studio Spectrum di Bologna

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Ascolti: "La scoperta di Milano"

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Alessio Lega
"Mala Testa"

Obst und Gemuse / Audioglobe - 2013
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Tracklist

01 Frizullo
02

Canzoni da amare

03 Frammento "Addio morettin "
04 Risaie
05 Monte Calvario
06 Spartaco
07 La scoperta di Milano
08 Icaro
09 Frammento "Dormi dormi "
10 I baci
11 Insulina
12 Matteotti
13 Rosa bianca
14 Framento "Corso Regina Coeli"
15 Isabella di Morra
16 Difendi l'allegria
17 Frammento "Esecuzione produttiva"
18 La piazza, la Loggia, la gru
Sospese a una gru - come un albero di natale postmoderno - si possono trovare nuove canzoni capaci di restituire energia e slancio a idee e visioni forse troppo presto accantonate.
La canzone di protesta, sociale e politica, di narrazione e denuncia, in Italia, vissuta per decenni in forme regionali per genesi popolare e perciò dialettale, dopo la grandezza degli anni sessanta (che avevano visto nascere i Cantacronache con pezzi da novanta come Calvino, Eco, Fo, Straniero, Liberovici, Amodei), cui fece seguito Il Nuovo Canzoniere Italiano, presente come libero laboratorio un po’ in tutta la penisola (Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Ivan della Mea) e l’esplosione dei primi cantautori, ha vissuto anni di ombre e anonimato, parte a causa di una evidente emorragia creativa data la ricorrente crisi politica nazionale e in particolare per le mutazioni di una sinistra ormai in metamorfosi kafkiana, e parte per una vampirizzazione degli spazi autonomi da parte del mercato discografico, che ha reso sterili molti dei canali di comunicazione alternativi e portato molti generi minori quasi alla scomparsa.


Alessio Lega si pone oggi, a dieci anni dall’esordio che gli valse il Premio Tenco, proprio come tratto d’unione tra quella scuola con la quale si è trovato spesso e volentieri a collaborare, e la nuova canzone di protesta, che proprio in questo ultimo anno sta mostrando evidenti segnali di forza e nuova vitalità, basti pensare a Cesare Basile e a Mario Incudine in Sicilia, ai Cranchi, ecc…

La gestazione decennale dell’album ha portato a una lista di brani cospicua, ben 18 sono gli episodi e le storie che danno ahimè un quadro livido e inquietante di questi anni confusi e senza grandi idee, un quadro plumbeo che dispone però il cuore di chi ascolta più alla rabbia controllata che alla rassegnazione, più alla riflessione sulle nuove inedite strategie necessarie per combattere un sistema che, seppur agonizzante, sa mantenere un incredibile controllo sociale, avendo dirottato nella sfera privata lo sfogo delle frustrazioni, e non è questo elemento secondario.

I protagonisti sono ancora gli ultimi, quelli che pagano sempre senza redenzione lo scotto di vite affrontate con coraggio ma sempre da posizioni marginali, anime belle e luminose soffocate da una società che nella corsa a un benessere sempre più esile e illusorio miraggio riesce a consumare tutto, anche e soprattutto se stessa. Alessio si fa accompagnare da una banda di vecchie conoscenze come Francesca Baccolini al contrabbasso, e di nuovi innesti come Andrea Faccioli a chitarre e banjo e Andrea Belfi alla batteria, con Paolo Ciarchi che offre inusuali cammei rumoristici e vocali, e la produzione del fido e bravo Rocco Marchi che riesce a dare un adeguato abito sonoro a un album che ha una trama di virulenta attualità, che spesso graffia, altre spinge, costringe sguardi su quello che passa sotto il ponte e che si preferirebbe non vedere, ci mette scomodi, fa soprattutto pensare, ed emoziona.


Comincio dalla seconda canzone, quella che apre la seziona “Tornare a bomba”, cantata dalla voce storica ed evocativa di Paolo Pietrangeli, una smaccata richiesta di qualità e passione, perché la canzone torni a emozionare e a far increspare la pelle, che faccia innamorare come quelle di questo album importante: "Vogliamo canzoni più vere / così come i sogni sognati / dal fondo di ogni bicchiere /?la nave di Jenny e i pirati. / Vogliamo canzoni più amare / della melassa per radio / che mente parlando di cuore / un miele di male e di jodio / canzoni al cloruro di sodio?/ miniere stillanti salgemma?/ di amanti sfondanti l’armadio / ribelli a ogni stratagemma…."

La prima, con un intro di banjo seguito dal recitar cantando di Alessio, è un anticipo del terzo atto, quello delle “storie cantate”, per l’urgenza di far capire subito direzione e potenza, ed è subito un centro, perché Frisullo, per coerenza e caparbia determinazione, fermato solo dall’ineluttabile, assurge per i migranti a dio protettore del viaggio, scritto in mille varianti sugli scafi improvvisati che “la notte color del vino ancora vomita”.

E’ importante la memoria storica, quella che racconta verità che qualcuno vorrebbe rivedere e trasformare, come faceva il grande fratello di Orwell rimuovendo dai documenti i personaggi storici divenuti scomodi. E’ importante la memoria mi ricorda a più riprese il figlio di un eroe del tiburtino che Roma ha quasi stupidamente dimenticato. E’ importante anche per Alessio che pone lungo il racconto cammei di antichi canti di lavoro, frammenti improvvisi come quello delle mondine, in un viaggio che corre sul margine tra spazio e tempo, canti che non si sentono più, sostituiti dal silenzio depresso e frustrato dei nuovi schiavi del precariato, che non hanno più nemmeno il senso della comunità. E’ poesia pura questa: “Va come Cristo un treno sopra l’acqua / la gazza è lì posata che non pesa / sta tutta ristagnante una risacca / della memoria in polvere sospesa”…

Monte Calvario” è opera di Ascanio Celestini, una geniale e sanguinosa, ironica parodia della Passione moderna, dove anche per un Cristo lavoratore non c’è più nessuna speranza: “Intanto la sera arriva pesante / e Cristo ritorna alla casa distante / la testa sul piatto gli apostoli stanchi / lo guardano appena lui mangia gli avanzi / dell’ultima cena. / E intanto il mattino ritorna veloce / e Cristo si sveglia riprende la croce / migliaia di cristi che vanno a lavoro / e pregano in coro per farsi ammazzare / per dio pendolare…
Mi ricorda, questo brano, proprio un pezzo dei Cantacronache, "La Madonna della Fiat" che, sulla vicenda di una statua della madonna finanziata dalla Fiat celiava così: se non vi basta la paga, operai,/ e se vi annoiate o disoccupati,/ venite a Torino, prendete il tranvai,/la nuova Madonna vi consolerà; A quei sorveglianti, un tempo sì truci/ han fatto dei corsi di fede profonda;/ ormai circonfusi di mistiche luci/ non fanno la spia, non fanno la ronda./ ma invece, con aria di pii sacrestani/ faran processioni, giungendo le mani…

E agli schiavi del terzo millennio non resta che sperare nel ritorno di uno "Spartaco", e che giunga il momento di in una nuova rivolta.
Nella circense “Scoperta di Milano”, che apre la sezione “Romanzo di formazione” (perché come dice Lega stesso “Non posso solo occuparmi di temi sociali, facendo finta che i miei dubbi, le mie pene, le mie allegrie, i miei amori non entrino a gamba tesa”), Ciarchi sfoga la sua creatività rumoristica, mentre Alessio canta l’innamoramento meneghino di un salentino.

E d’amore parla “Icaro”, di amore evitato, non voluto, ma che arriva lo stesso, prepotente come una bufera, a scombinare certezze e grigiore vitale: “e non rimpiango la vita d’ogni giorno / cui indifferentemente passo affianco / e incomprensibilmente non mi stanco / di questa mia tortura io amo ed ho paura
A un frammento di ninna nanna marchigiana segue “I Baci” che restano malgrado i tempi di rapido consumo la migliore dimostrazione d’amore, e come una cantilena i baci importanti, indimenticabili, accompagnano e danno un senso a questa insensata vita: “I baci son l’ultima barriera? / oltre la quale non ci si vede?/ quando al confino della sera / il buio t’abbraccia e poi si siede / ad aspettare baci alla riva?/ ho imparato a guardare il mare / il cavallone furioso che arriva / l’onda disfatta che scompare.
Una bella dichiarazione di amore realizzato è la languida ballata “Insulina” che recita: “me mi piace quando mi levo le lenti / e ti colgo d’ombra liquida e sfuocata / poi man mano che avvicino i passi lenti / ti fai coppa d’ambra languida e infuocata.”

Resta la terza sezione, le storie cantate, perché la memoria non si debba smarrire, ed è la sezione che prende alla gola, commuove, emoziona, forse perché in questo tempo così avaro di idee e ideali certe storie, le vite di certi uomini, certe azioni piene di coraggio, sono balsamo per l’anima confusa, sono squarci di sole nel cielo nero dell’inciucio immorale. Ricordare per rimuovere l’impasse, per ricominciare a progettare, perché dal passato viene la forza della bellezza., come diceva pure Peppino Impastato.
La ricerca di senso di un uomo inizia da quei piccoli passi che fanno già un cammino, così un uomo, annegato nel ventennio, decide di chiamare il figlio, appena annunciato dalla moglie, come l’on. "Matteotti", ammazzato dai fascisti.

Era giovane Sophia Scholl, giovanissima, con un cuore immenso pieno di indignazione per il suo paese precipitato nell’orrore del nazismo, tanto che pubblicò opuscoli libertari e di denuncia che distribuì, col fratello e pochi altri eroici giovani riuniti attorno alla figura del prof. Kurt Huber, in alcune città tedesche, soprattutto a Monaco, sua città natale. Catturati dalla polizia, torturati, non si pentirono e vennero addirittura decapitati il 22 febbraio del 1043. La forza morale era tale che Hans Scholl, fratello di Sophie, scrisse con una matita clandestina sulle pareti della cella, prima di essere condotto alla ghigliottina, le parole di Goethe «Vivere a dispetto di ogni male».

C’è un film con lo stesso nome di quel piccolo e coraggioso movimento, “Die weisse Rose”, "La Rosa Bianca", facilmente reperibile in ogni videoteca, certo non un capolavoro, ma necessario e comunque commovente: “Oggi c’era un sole che mandava braci / c’eran due ragazzi che si danno i baci / c’era un cielo splendido e un ricordo amaro / m’è sembrato tutto, tutto molto chiaro / m’è sembrato chiaro, bello e senza età / come rose bianche della libertà”.

Segue un frammento di canto di mondine che ricordano Matteotti, perché il canto era scuola, la maniera per passare cultura e memoria, personalmente ricordo che nel mio paese, tanti anni fa, c’era ancora un anziano capace di “cantare”, senza scolarizzazione, “La Gerusalemme Liberata” e “Il Guerin detto il Meschino”.

Quant’è attuale la struggente ballata dedicata a "Isabella di Morra", poetessa del 500 tenuta prigioniera e poi sgozzata dai fratelli, perché resta sempre troppo facile far violenza alle donne, è sempre la via più abietta utilizzata dai frustrati e dai violenti d’ogni tempo. Si alternano quartine in rima di Alessio e originali della fanciulla: “Sopra la rocca c'è Isabella, anima mia?/ consuma gli occhi e guarda il mare?/ messa in prigione dai fratelli, bella mia / chi può venirla a liberare? / Ma non veggo nel mar remo né vela, / così deserto è l’infelice lido / che il mare solchi o che lo gonfi il vento? / io non veggo nel mar remo né vela.
Difendi l’allegria” è una libera traduzione di una poesia dell’uruguaiano Mario Benedetti, bellissimo calipso dove riesplode la creatività di Ciarchi: "Difendi l’allegria come una bandiera/ dai colpi di fulmine e dalla malinconia?/ dai finti ingenui, dalle vere carogne / dai discorsi retorici, dagli attacchi cardiaci..”

Lascio a voi scoprire l’autore del piccolo intermezzo pseudo-manageriale che precede l’ultimo brano, vario e complesso come un romanzo, “La piazza la loggia la gru” ambientato a Brescia, con la geniale ed emozionante idea di un cambio di guardia, su quell’avamposto della ragione, dove sei estracomunitari erano saliti per protesta, e che, arresi infine al freddo e all’indifferenza, vengono sostituiti dalle otto vittime della strage di Piazza della Loggia.

Ci sono parole che non possono che essere dette, perché se restano dentro fanno ancora più male, dilaniano la carne e si depositano fastidiose per tornare improvvise, parole che ti disfano piano piano, e non ti danno mai pace, sono le parole della protesta, dell’indignazione, le parole non represse che ci sono necessarie perché dimostrano ancora la genuinità del nostro animo. Senza quelle parole della nostra umanità non resta nulla. Alessio Lega riesce a tirare fuori tutte le sue parole, e stimola le nostre, perchè abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo, al più presto, e certe canzoni sono necessarie come l’acqua e l’aria.

Quel mantra finale continua ben oltre la fine del brano e dell’intera opera:


“ma è amore che ancora ci porta
da quella piazza alla gru?
coraggio pietà non è morta
e resta aggrappata lassù.”

Ultimo aggiornamento: 20-05-2013