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BielleLibri
Fabrizio Canciani: "Acqua che porta via"
Microintrecci gialli tra un'orchestra di ricordi in musica
di Isabella Maria Zoppi
Luci
Dello stesso autore:
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Fabrizio Canciani
Stefano Covri
Delitti e Canzoni
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Milano 3.6.2005

Ultimo aggiornamento: 09-04-2013

Fabrizio Canciani
Acqua che porta via

Todaro Editore, “Impronte”,
2013,
pp. 237
Nelle librerie
A distanza di sei anni da "Il mio mitra è il contrabbasso", torna in pista Bruno Kernel, investigatore privato quasi ex, sempre sull’orlo di un collasso sentimentale o economico, affezionato accompagnatore di un dalmata sordo, orgoglioso guidatore di una decrepita Mini Minor aragosta, sardonico scrutatore del contemporaneo. Amante infedele e compagno inaffidabile, per ironia della sorte viene chiamato in campo per una causa di adulterio nell’hinterland milanese, dove ritrova Paola Martini, con cui aveva diviso una burrascosa vicenda sentimentale, ora comandante della Polizia municipale del paese e pendolare controcorrente, in fuga dall’asprezza della metropoli.

Lei è una single quarantenne – e da quelle parti già questo basterebbe per farne chiacchiere – bella da far girare le teste e suscitare invidie e gelosie. Ma non solo. È anche curiosa, sensibile, testarda, vagamente incosciente. Il loro cammino si incrocia di nuovo lungo le sponde dell’Olona, fiume inquinato, maltrattato, sottovalutato, tuttavia comunque vivo e spettatore – e spesso anche arbitro – di molteplici fortune, sulle cui rive viene ripescato un cadavere inatteso. Si tratta di un insegnante di chimica, giornalista a tempo perso, accompagnato alla morte per acqua da una botta in testa, che all’autopsia ne decreta l’omicidio.

Tocca scovare moventi e colpevoli nella vita di una provincia dall’apparenza sonnolenta e immutabile per un atto a tutta prima inspiegabile e assurdo, che torbidamente si vorrebbe risolvere come un piccolo dramma notturno tra amanti di pasoliniana memoria. La Martini si trova quasi suo malgrado, e rischiando l’abuso di autorità e lo sconfinamento nelle competenze altrui, ad inseguire una verità che, riflettendosi di specchio in specchio, risale radici anche molto lontane, nel tempo e nello spazio. Kernel si fa comprimario discreto, paladino quasi distratto e distante, e la comandante tenta di dipanare il filo di una memoria d’insediamento e sfruttamento che appartiene soprattutto alla terra e all’acqua. Dietro ogni traccia, alla fine di ogni inseguimento, dentro ogni ricerca sempre il fiume, murmure sotterraneo di ogni narrazione, protagonista raccolto e potente che si snoda lungo due piani temporali differenti e paralleli, ripercorrendo la cronaca di un’epidemia di carbonchio avvenuta in riva all’Olona nel 1919.

La scrittura di Fabrizio Canciani matura come il vino. La trama è intessuta di contrappunti, aperture, rimandi. Ogni scena nasconde micro-intrecci, e mette voglia di inseguirli e svilupparne le tracce in altri cento scenari che chissà a quale altrove porterebbero, rivoli d’acqua malandrina, come le disquisizioni filosofiche nel retrobottega di un liutaio, o la comparsa di un compìto alabardiere negli uffici del comando dei vigili, o la ribellione silenziosa di una commessa di libreria contro l’incultura, o come le passeggiate con il poeta locale che racconta ogni foglia e ogni famiglia mentre ridisegna il paesaggio. Che il lettore vada via veloce verso la soluzione dell’enigma, o che si fermi a rileggere e assaporare una frase, un passaggio, si resta spesso con l’incompiuto in bocca, il pensiero bloccato a mezz’aria per non aver potuto svoltare verso questa o quella porta che ci è stata mostrata socchiusa. Con la voglia di averne ancora, la curiosità di saperne di più.

E intanto la mente viaggia. Perché Canciani articola un’orchestra di ricordi mentre semina indizi ovunque, facendo risuonare nei titoli o nei capitoli versi di canzoni, filastrocche, classici della letteratura per ragazzi, poesie, romanzi d’avventura… ma a sottolineare la narrazione ritroviamo soprattutto la musica, un ventaglio di musica, la colonna sonora di una generazione, della sua generazione, fatta della presenza fondante di De André – come suggerisce il titolo stesso del libro – ma anche di Guccini, Lolli, Jannacci, Camerini, Rocchi, Finardi.

E di quel crogiolo misto creato dalla cultura pop rock che vede mescolarsi i Beatles e i Rolling Stones, i Pooh e i REM, i Nirvana e Viva la gente!, i canti alla boara e Gianna Nannini. E ancora ecco inseguirsi citazioni, allusioni e restituzioni di Re Nudo e di Rodari, dell’Odissea e del Manifesto del Futurismo, di García Marquez e Pinocchio, Don Chisciotte e Joseph Conrad. Una sfida da raccogliere fino alle ultime pagine con Strega comanda color e Non c’è Milano (Canciani/Covri), tutto bagaglio dell’autore ma anche dei suoi lettori, fotografie della sua cultura e della cultura del suo tempo.

La vena narrativa di Fabrizio Canciani si rivela ancora una volta felice e necessaria. Qui si scrive non solo per far divertire, evadere, rilassare, o quant’altro noi si possa chiedere alla compagnia di un romanzo giallo, ma si scrive anche per non lasciarci dimenticare chi siamo e chi eravamo. Per la memoria dell’uomo e del momento, e per la memoria della terra e dell’acqua, ultime testimoni.