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Le Bielle interviste 2013

Federico Sirianni: «Nella mia prossima vita
non soffrirò il mal di mare»

Il cantautore genovese racconta genesi, sviluppo e creazione del suo ultimo lavoro, ripercorrendolo con noi brano per brano: una preghiera laica di un uomo sul crinale


29/01 - La prossima vita di Federico Sirianni parte al volgere dei quarant'anni con il suo terzo disco (quarto se si considere anche l'opera semiclandestina, rilasciata ai concerti "Bonus Track"). E' stato un parto lungo e faticoso, uscito tramite tre fattori fondamentali: uno è GianGilberto Monti che è il produttore, poi Fabrizio Chiapello che è stato il mio alter ego in studio e ultimi, ma solo in ordine di tempo, gli Gnu Quartet che sono in vero grimaldello della riuscita di questo progetto, perché hanno dato un'apertura musicale che a me mancava. E' un disco con molta musica. A me piace dire che sono canzoni che prima navigavano su un fiume e adesso affrontano il mare aperto".

Definizione quanto mai appropriata, ma è un mare disteso, con poche increspature, un mare con un orizzonte sereno, magari da osservare verso sera, quando è più facile meditare. "Nella prossima vita" è infatti un disco riflessivo, di meditazioni e di suggestioni, un disco che cerca di staccarsi da terra e affrontare, ma lievemente, grandi temi della vita, il senso dell'esistenza, l'assoluto, il rapporto con il superno. Solo con pennellate leggere, con qualche tocco di colore, con degli acquarelli che non macchino troppo la tela, perché poi ognuno deve riempirla con le proprie riflessioni personali.

Ci sono dei gospel urbani, in cui in momenti di grosso buio l'unica cosa che resta è una sorta di preghiera, laica se vuoi. Io non riesco ancora a capire se definirmi credente o meno. So solo che mi capita di frequente di affidarmi a una specie di preghiera. Quando in un senso di dolore profondo cerchi qualcosa che ti tiri fuori dal buco, qualcosa di salvifico. In questi cinque anni di canzoni, in questi ultimi cinque anni di cammino c'è stato un momento di grande cambiamento che, se vogliamo associarlo a una canzone questa è "La neve nel bicchiere", un brano a cui sono molto legato. C'è una momento preciso in cui ti rendi conto di chiudere una fase e di aprirne una nuova. "L'anima di Dio" invece è un mio personalissimo omaggio a Leonard Cohen. L'ho scritta pensando molto a lui. Ed è l'unica vera e grande canzone d'amore dell'album. Se dovessi fare un The Best? Tempo dal primo disco e anche Caldo da impazzire. Dal secondo disco sicuramente "Perché la vita", che rappresenta anche il momento in cui è nata mia figlia e anche "Dal basso dei cieli" che è legata alla morte di un mio caro amico torinese. Da "Bonus Track" trarrei "Canti di Natale" che è una delle prime canzoni che ho scritto e da questo " Nella prossima vita" e "Nella stanza cinese"


"Una volta usavo l'espediente delle storie per parlare anche dei miei casi personali. Mi mettevo in gioco, ma fino a un certo punto. Questo disco è molto più diretto, più personale. Anche se non so in che misura i miei casi personali possano interessare. In ogni caso è diverso il modo di raccontare rispetto ai miei precedenti lavori. Mi piace ragionare ancora in termini di disco, anche se mi accorgo di essere anacronistico, ma le mie scalette sono molto pensate. Se si vuole capire l'atmosfera dell'album bisogna partire dal primo brano”.

"Nella prossima vita è una canzone che ho scritto sull'onda della profezia dei Maya. Poi i Maya hanno sbagliato tutto ... A parte gli scherzi, attorno ai trent'anni avevo scritto una canzone "Perché la vita" A trent'anni sono ancora molte le cose che uno può fare. Poi alcune cose sono accadute, altre no. Superati i 40 ho iniziato a portarmi avanti col lavoro: alcune cose che non sono riuscito a fare, magari nella prossima vita le farò. A me piace molto credere che ci sia una prossima vita per ciascuno di noi. E' anche un concetto religioso molto diffuso. ".


"E' molto difficile fare dischi nel momento in cui cerchi qualcuno che te li produca. Sono sempre stato dell'idea che ci voglia un produttore o una produzione dietro. Ci sono dei grossi problemi a livello di industria discografica, ma è anche vero che un figlio nasce quando deve nascere. E così un disco è pronto quando arriva a maturazione. Ci ho messo cinque anni a fare "nella prossima vita", ma se fosse uscito prima sarebbe stato diverso, non avrebbe avuto certe canzoni che per me sono importanti. Io sono fortunato perché faccio tantissimi concerti nel corso dell'anno e quindi ho un contatto costante con il pubblico. Posso fare concerti in gruppo, con gli Gnu Quartet, o anche solo col violinista o il percussionista. L'importante è che le canzoni tu possa farle anche quasi da solo ".


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"Nella prossima vita"

Federico Sirianni è un tipo serio. Tre album in dieci anni e dopo averli meditati bene. E per l’ultimo, uscito a cavallo dell’anno, ha scelto come compagni d’eccezione gli Gnu Quartet. Basta mettere assieme i fattori per capire di avere tra le mani un buon disco. Anzi, a tutt’oggi il miglior album ascoltato in questo quarto di stagione. “Nella prossima vita” è un album a tutti gli effetti. Non una collezione di singoli. Col coraggio di non proporre nemmeno una cover o un auto cover e col successivo coraggio (o la placida pazzia) di provare a farlo ruotare tutto attorno ad alcuni temi. Che sono quelli di una religiosità laica, di un esame di coscienza che tutti abbiamo fatto attorno al giro della vita, alla boa dei 40 anni.

Forse è stata Marina Lante della Rovere, poi Ripa di Meana, a darci la consapevolezza che una tale età la si potesse classificare sotto il logo dei “miei primi 40 anni” e dopo? Dopo c’è la prossima vita. Che è connessa a questa, ma che, in punta di principio, potrebbe anche essere completamente sconnessa. Federico vi si inoltra in punta di piedi, ben sorretto dagli Gnu Quartet che firmano gli arrangiamenti di tutto il disco. Non ci sono affermazioni roboanti, non c’è soprattutto quell’apodittica sicurezza di cui nei tempi recenti siamo tutti furiosi depositari. E’ un disco in cui si opera per sottrazione. C’è il nerbo: chitarre e batteria, ma c’è anche il miele del violoncello e dei violini e le canzoni più interessanti sono proprio quelle dove la simbiosi tra il mondo poetico e musicale di Federico e quello degli Gnu Quartet è più stretta, ma nei 51’27” dell’album non ci sono cedimenti o flessioni. Il discorso, pur nelle sue sfaccettature, continua brano dopo brano, fino a portarti alla naturale conclusione con il desiderio di schiacciare il magico tasto del repeat. (segue)

Intervista del 17 gennaio 2013
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