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Le BiELLE RECENSIONI
Francesco Guccini: "L'ultima Thule"
Capitolo finale. Resta fuori solo l'epilogo
di Giorgio Maimone
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Francesco Guccini
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I Luf
I Luf cantano Guccini
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Francesco De Gregori
Sulla strada
gianfilippo boni
Nomadi
I Nomadi interpretano Guccini

Crediti:
I MUSICI:

Ellade Bandini (Batteria Pearl, bacchette Silverfox, piatti Sabian, pelli Attack); Juan Carlos "Flaco" Biondini (Chitarre e mandolino); Roberto Manuzzi (Fisarmonica, armonica a bocca, tastiere, sax soprano, flauti, sinth, clarinetto, organo Hammond); Antonio Marangolo ( Sax tenore, sax soprano semicurvo Ramponi e Cazzani, percussioni): Pierluigi Mingotti
(Basso (Spector bass, Sadowsky, Pb Bass), contrabbasso, oboe, amplificatore Markbass, corde IQS); Vincenzo Tempera (Pianoforte a mezza coda Bechstein); Paolo Simonazzi (Ghironda);
Vittorio Piombo (Violoncello).

Franco Casari e Ariela Caruso: voci intro in Canzone di notte n.4.
Fiume Limentra: voce ne L’ultima Volta.
Su in collina è una traduzione letterale della poesia di Gastone Vandelli dal titolo Mort en culleina tratta dal volume a stampa Apana l’eter dè.

Testi e musiche: Francesco Guccini (1, 5, 8), Guccini/Biondini (2, 3 e 7). Guccini /Dati /Fontana (4), Guccini, Grassilli, Palmieri (6)


PRODUZIONE E DIREZIONE ARTISTICA
Juan Carlos “Flaco” Biondini
Antonio Marangolo
Vincenzo Tempera

PRE-PRODUZIONE E ARRANGIAMENTI
Juan Carlos “Flaco” Biondini


Su Bielle

Conferenza stampa di Francesco Guccini su "L'ultima Thule"
Anticipazione "Ultima Thule"

Sul web
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Sito ufficiale

Francesco Guccini
"L'ultima Thule"

Emi - 2012
Nei negozi di dischi

e sulle piattaforme digitali

Tracklist

01 Canzone di notte n.4
02

L'ultima volta

03 Sulla collina
04 Quel giorno di aprile
05 Il testamento di un pagliaccio
06 Notti
07 Gli artisti
08 L'ultima Thule
I critici invecchiano. Quelli musicali prima degli altri. E i cantautori pure. Bertoncelli, il sulfureo Bertoncelli che scrisse "non capisco perché Guccini continui a far canzoni" e si prese di risposta "L'avvelenata", é un tranquillo signore di 60. Mario Luzzatto Fegiz ha raggiunto quasi i 70 e la pace dei sensi (critici) e anche noi ci avviciniamo a larghi passi alla sesta decina. Quando si invecchia assieme al tuo cantautore di riferimento come puoi sperare di fare recensioni che siano critica pura? E' evidente che il messaggio viene falsato non dal mezzo, ma dalla vita. Guccini è stato il fratello maggiore che non abbiamo avuto. Quello che ci ha entusiasmato con "trionfi la giustizia proletaria" e che ci ha deluso con "stare a letto il giorno dopo è forse l'unica mia meta". Poi era evidente che Guccini giocava all'Oblomov di provincia (tratto in comune con De André) e che c'era tutto il piacere del flaneur, quando non dell'aspirante maledetto nel tirarsi fuori quando tutti pretendevano impegno senza soste, 24 ore al giorno. Poi però Guccini i concerti militanti li faceva e li ha sempre fatti.

Adesso siamo di fronte a un album nuovo.
I numeri suggeriscono che sia il 16esimo album di studio di Francesco e le canzoni tra la 128 esima e la 136esima. Ma se usciamo dalla logica dei numeri non c'è dubbio che questo sia soprattutto l'ultimo album di Francesco Guccini. E non nel senso del più nuovo, ma proprio l'ultimo. La corsa iniziata con "Folk Beat n.1" nel 1967, finisce con "Folk beat n.12" nel 2012. Che sono comunque la bellezza di 45 anni dopo la partenza (falsa partenza in realtà. "Dio è morto" è antecedente, del 1965 e "Auschwitz" del 1966". E' vero, Bob Dylan ha celebrato i 50 anni in canzone, ma è un caso raro anche in America. I 45 anni di canzoni di Guccini sono ben più di una vita: un marchio "di speciale disperazione" che ha comunque segnato una decina di generazioni. Con "L'ultima Thule" si mette un punto e a capo. E allora, ancora una volta mi chiedo, come si fa a recensire Francesco Guccini, quando l'unica cosa che mi viene in mente è di dirgli grazie. Grazie per tutto quello che ci hai dato e hai voluto condividere con noi. Grazie per le "stoviglie color nostalgia", per "i ciuffi di parietaria attaccata ai muri", per i "ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false", per le "vetrate viola" e le "vecchie suore nere" e il "bastardo posto". Grazie per le danze "con Snoopy e con Linus", per esserti fatto vedere "grande e grosso coi fumetti", per aver raccontato "piccole storie ignobili". Grazie per Nel sole dei cortili i tuoi fantasmi giovanili corron dietro a delle Silvie beffeggianti" e per "Trasudano le schiene schiantate dal lavoro, son per la terra mirra, l' oro e incenso. Sembra che sia nel vento su fra la palma somma il grido del sudore e della gomma". E potremmo andare avanti ancora a lungo.

Francesco De Gregori

Ci fermiamo invece qui. Per parlare di questa "Ultima Thule" con l'infinito rincrescimento di chi vede la fine di una corsa
e l'infinito piacere di chi vede un nuovo capitolo di un artista, un artigiano, come preferisce vedersi lui, che abbiamo tanto amato. Cosa dobbiamo dirvi? Che è bello? Ma certo, è un bell'album! Che ha cose nuove? No. Non era neanche lecito attendersele. Che è sorprendente? Falso. E' esattamente come potevamo aspettarcelo, ma, attenzione, come potevamo aspettarcelo nelle nostre migliori previsioni. "Ultima Thule" è il miglior album del terzo millennio di Francesco Guccini. Non è "Radici", ma non è neanche "Ritratti", se vogliamo prendere due possibili antinomie nella produzione mezzosecolare del nostro autore di Pavana. Eh sì, perché per congedarsi, per chiudere il cerchio Guccini ha voluto andare esattamente nel posto dove era partito tutto. Registrando l'intero album nel mulino dei suoi nonni, riattato e adattato a sala di incisione. Così abbiamo otto brani che lasciano il segno. Una "Canzone di notte n.4" che sta all'altezza delle versioni precedenti, anzi che si piazza a una cortissima incollatura da "Canzone di notte n.1".

Abbiamo poi il brano che è uscito in anteprima su You Tube e che ha fatto compiere gesti scaramantici a molti. Quello che parla dell'ultimo respiro. Ossia "L'ultima volta". Guccini dice che c'è sempre un'ultima volta per tutto nella vita, finché non arriverà quell'altra, quella che, nella lezione di Vecchioni, può arrivare anche quando hai appena detto "Scendo, porto il cane fuori". Su un'aria di ballata popolare che ricorda moltissimo la "Oltre il ponte" di Calvino e Liberovici, Guccini canta: "Sarà quando quell'ultima volta / che la vedi e la senti parlare / quando il giorno dell'ultima volta / che vedrai il sole nell'albeggiare / e la pioggia ed il vento soffiare / ed il ritmo del tuo respirare / che pian piano si ferma e scompare". E ti sembra già di salutarlo il tuo cantautore e già vedi le lacrime sgorgare copiose ai concerti che comunque ci saranno per celebrare quest'album. Guccini è molto severo con se stesso e con le canzoni. Sostiene che niente sopravviverà. E' difficile da affermare verso canzoni come "Dio è morto" e "Auschwitz" che stanno per doppiare il mezzo secolo e godono di ottima salute. Ma anche come "Eskimo", "La locomotiva", "Incontro" e anche, massì, "L'avvelenata" di cui sui cianciava all'inizio di questo pezzo.

Potremmo anche parlare ancora della bravura di Guccini quando si inoltra in trovate lessicali uniche: quando parla di come "muglia" il fiume o del rumore che fa la "battola". Potremmo anche scherzare sulla reminiscenza classica del "tuo piede bambino" o chiederci che bestia è "l'anfesibena" e potremmo ance notare che l'ultima canzone dell'ultimo disco si chiude con "si perderà in un’ultima canzone / di me e della mia nave anche il ricordo". O perfino azzardare che l'ultima canzone dell'ultimo disco di De André partiva con "Alta sui naufragi dai belvedere delle torri" e l'ultima di Guccini parla di una nave spiaggiata o sperduta all'estremo nord. Potremmo persino dire che "Notti" è inessenziale (comunque non è di Guccini, ma dei bravi sodali di "Psicantria", un disco di cui avremmo già dovuto parlare) e che "Su in collina" è una traduzione in italiano di una poesia in vernacolo che forse sarebbe stato meglio restasse poesia (anche recitata dallo stesso Guccini. Sempre meglio che fingere di cantare) e potremmo ribadire che il letterato Guccini da tempo ha preso agio sul cantautore. Ma poi cosa cambierebbe nella percezione generale? E' un lungo canto di addio, pacato e placato, che prende forma rotonda partendo dalla Pavana bambina (faccio il verso) ed arrivando alla Pavana di ora. In mezzo resta la vita.

Non so dire, non ancora, se anche qualcuno dei pezzi di questo album entrerà nel pantheon dei capolavori gucciniani, ma mi viene naturale pensare che almeno due abbiano "la stigmate", come dice il vate di Pavana: "L'ultima volta" e "Gli artisti".




"Gli artisti non nascono artisti,
non sembrano strani animali
ma nascono un po’ come tutti,
come individui normali.

Hanno lacrime e riso,
hanno due occhi e due mani,
hanno stampata sul viso
l’impronta di esseri umani.

Poi, appena un po’ cresciuti,
li avvolge una strana espressione
e appare sui volti convinti
la stigmate della vocazione.

Non sperano di fare il pompiere,
l’astronauta o il ciclista,
non vogliono un comune mestiere
ma vogliono essere artista".

E potrei andare avanti. E' una riflessione sul mestiere, su quello che si è intrapreso tanti anni fa, anche se si sapeva, perché lo diceva la mamma "che un laureato vale più di un cantante". Guccini ha indossato il mantello rosso, il naso da clown e ha fatto l'artista per una vita, anche se ritiene di essere rimasto artigiano:

"Io semplice essere umano,
costretto a costretti ideali,
son solo un umìle artigiano
e volo con piccole ali".


Lui che, con una chitarra in mano o un martello o una sega o magari una zappa o dei chiodi

"Fabbrico sedie e canzoni,
erbaggi amari, cicoria,
o un grappolo di illusioni
che svaniscono dalla memoria,
e non restano nella memoria".


Ma non è vero. Restano, restano nella memoria. E resteranno a lungo. Molto più a lungo le canzoni che non i libri. O meglio. alcune canzoni, rispetto a tanti libri. Tra queste canzoni, quelle di Guccini.




Ultimo aggiornamento: 28-11-2012