Claudia
Pastorino
Tango che ho visto ballare … Elegantia Doctrinae - 2012 In
alcuni negozi o ordinabile qui
Tracklist
01
La ballata per un folle
02
Balada para mi muerte
03
El titere
04
Vamos Nina
05
Alguien le dice al tango
06
Preludio para el ano 30001, rinascerò
07
La fortezza dei grandi perché
08
Milonga de Don Nicanor Paredes
09
Libertango
10
Oblivion
11
Balada para un loco
Il 4
luglio 1992 si spegneva a Buenos Aires Astor Piazzolla, virtuoso
del bandoneon, ma soprattutto compositore eccelso capace di trasformare
ciò che per gli argentini è da sempre considerato
intoccabile e immutabile nel tempo, il tango.
Introducendo elementi jazz, dissonanze, l’uso di strumenti
non appartenenti alla tradizione, come ad esempio l’organo
hammond, Piazzolla ha riscritto la storia del tango, cercando
nello stesso tempo di cambiare anche la storia del proprio Paese.
Forse proprio per questo, è personaggio più amato
all’estero che non in patria (“Un profeta non
è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua”
Mt 13, 57).
Come poteva quindi, una cantante piena di personalità,
radicale e intransigente, provocante e provocatoria (nel 1999,
sulla copertina di “Trent’anni”,
suo terzo disco, si fece fotografare crocefissa esibendo uno scultoreo
topless) come Claudia Pastorino non restarne
affascinata? Così, per ricordare il ventennale della morte
di Astor Piazzolla, Claudia ha pubblicato su disco la registrazione
di un suo spettacolo dal vivo tenutosi il 24 settembre del 2011
al St. Anna Golf Club di Cogoleto Lerca, una delle tante date
del suo tour dedicato al repertorio di Horacio Ferrer
e Astor Piazzolla, che più volte l’ha vista cantare
al fianco dello stesso Horacio.
Claudia è accompagnata da Fabio Vernizzi
al pianoforte e Patrizia Merciari alla fisarmonica,
secondo la tradizione più recente del tango che, alle origini,
era affidato al flauto. Solo nel ‘900, infatti, il flauto
fu sostituito dal bandoneon. Da parte sua, il pianoforte arrivò
molto dopo, ma ascoltando questo disco si comprende appieno come
l’avvento di questi due strumenti abbia fatto la fortuna
di questa musica.
“che la rumba sia soltanto un’allegria del tango”
Così cantava Paolo Conte in Dancing
e, a ragion veduta, specularmente si potrebbe dire che il tango
sia soltanto una tristezza della rumba, perché il tango
non è solo sensualità e gioco di sguardi (il titolo
stesso del disco è in fondo legato all’atto del guardare),
ma è soprattutto pathos, dolore, morte. In fondo si potrebbe
dire, senza pericolo d’essere smentiti, che il tango è
rappresentazione viva della vita stessa con tutti gli elementi
che la caratterizzano.
Il disco si apre con La ballata per un folle
- forse il brano più celebre dell’accoppiata Astor
Piazzolla e Horacio Ferrer, sospeso tra recitato e canto appassionato
- che viene restituito con grande intensità da Claudia.
La storia è quella dell’incontro tra una donna e
un “pazzo” che, con la sua energia creativa, si fa
breccia nel suo cuore instillandole un infinito desiderio di libertà
“Folle folle folle come un acrobata demente salirò
dentro l’abisso del tuo cuore fino a che io sentirò
che impazzirà di libertà!”.
Vivere però, vuol dire fare i conti anche con
la morte, Balada para mi muerte è
un bellissimo, tragico sguardo, rivolto all'inevitabile momento
“Abbracciami forte perché sento che la morte
sta gremendo ciò che amo più di me / Sta passando
non è niente si fa giorno sei con me”. Qualcosa
sta per finire (l’esistenza) ma qualcos’altro sta
per cominciare (un nuovo giorno) in un continuo oscillare tra
pathos e speranza.
Ancora la morte, in fondo, è la protagonista finale di
El titere (Il bullo), un testo di Jorge
Luis Borges musicato da Piazzolla, che racconta di un
ballerino e giocatore, un bullo amato da belle mulatte e che “Uno
sparo lo abbatté fra Thames e Triumvirato”.
Perfetta.
Ancor più bella e intensa (il disco si rivela un crescendo
di emozioni) è l’interpretazione che Claudia ci regala
di Vamos Nina, un tragico testo di Ferrer
permeato di romantica brutalità. Ci viene letteralmente
buttata in faccia la crudeltà della vita, o meglio della
morte “Non vergognarti, Nina, no. / Cosa vuoi che ne
sappia di vergogna, quell’anima di barista / che ti ha preso
a calci e sputi? / accarezza il tuo cane / e diglielo, che solamente
tra i rifiuti / hai trovato una spalla amica per morire”.
Alguien le dice al tango, con testo
ancora di Borges, è dominato dagli sguardi: “Tango
che ho visto ballare contro un crepuscolo giallo / da chi faceva
faville nella danza e nel coltello … Senza vergogna, spigliato
guardavi in faccia e fiero / tango che fosti la gioia di essere
uomo per davvero”, anche se è ancora la morte
a far nuovamente capolino “La morte prenderà
/ tu costeggerai la vita, Buenos Aires!”.
È invece un’indomabile speranza a dominare Preludio
para el ano 3001. La canzone è sorretta dalla
fisarmonica, che sembra respirare e pulsare come un cuore, e da
versi densi di visionaria speranza “Tu vedrai che rinasco
nell'anno 3001 / e con gente che non c'è stata ma che allora
ci sarà / benediremo la terra, terra nostra... e te lo
giuro / che questo paese di nuovo e insieme si fonderà.
/ Rinascerò! Rinascerò! Rinascerò!”.
Un po’ di tranquillità sembra giungere dalla melanconica
La fortezza dei grandi perché,
dove pianoforte e fisarmonica sembrano fondersi placidi e assorti,
ma è solo una calma apparente, anche qui l’amore
non ha pace “E mio padre era un grande pilota / che
un bel giorno volò dentro il blu, / e mia madre parlava
di un viaggio / per tornare accanto a lui”. È
sempre la vita, con i suoi amari risvolti.
Libertango è così famosa
da non dovervi aggiungere nulla, se non che Claudia riesce davvero
a superarsi nel cantarla, emozionando, restando entro le righe
proprio quando ci sarebbe potuto essere il rischio di lasciarsi
prendere la mano e strafare.
Che emozione poi Oblivion, brano che
pur senza parole sembra comunicare più di tutte le altre
canzoni, nell’ascolto una grande malinconia nota dopo nota
ci avvolge e ci avvinghia.
Vien voglia di non abbandonare più questo viaggio nel tango
e anche il pubblico sembra pensarla così, invocando un
bis. Claudia lo accontenta, cantando nuovamente la canzone d’apertura
ma nella versione non tradotta, quasi a voler lasciare integro
il brano nella sua cristallina bellezza. La malinconia non ci
abbandona certo e il desiderio sarebbe di continuare a sentire
cantare Claudia all’infinito.
Il disco è un omaggio emozionante al genio di Astor Piazzolla
e Claudia Pastorino si conferma ancora una volta artista di grande
personalità. Sentendola cantare in questo repertorio è
inevitabile accostarla a Milva, anche se la sua cifra stilistica
è molto meno enfatica, più vera. Atratti ricorda
il conterraneo Max Manfredi, al quale si accomuna certamente per
sensibilità e unicità.