Fausto
Mesolella: “Suonerò fino a farti fiorire” L'uomo che
accarezza la chitarra (e, a volte, sussurra) di
Alberto Marchetti
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Alberto Marchetti
Alberto Marchetti
Crediti:
Undici brani scritti, arrangiati
e/o adattati da Fausto Mesolella
per chitarra solo
con la partecipazione
straordinaria di:
Raiz, voce in 'O sole mio
Rita Marcotulli, piano in La mia musica
Domenico De Marco, surdu e rullantino in Sonatina improvvisata
d'inizio estate
* registrato
e mixato da Fausto Mesolella al Gaia Studiorecording
* mastering Vittorio Remino al Long Soul Lab
* design Umberto Guarino, mau
* illustrazione di copertina Gaia Mesolella
* foto di Alessandro Manna, Pietro Di Nardo e Antonio De Matteo
Su
Bielle
Sul
web
Fausto
Mesolella
"Suonerò fino a farti fiorire" Editore Zona - 2012 Nei migliori negozi di dischi
e di libri
Tracklist
01
Pavane
(Gabriel Faurè)
02
Gelosia
(J. Gade)
03
La
principessa (F. Mesolella)
04
La
pioggerellina del 13 aprile (F. Mesolella)
05
O
sole mio (incl. quando el rey nimrod - canto tradizionale)
7.16 (E. Di Capua - A. Mazzucchi - G. Capurro)
06
Sonatina
improvvisata d’inizio estate (F. Mesolella)
07
Aria
di te (versione strumentale) (F. Mesolella)
08
Ai
giochi addio (dal film Giulietta e Romeo) (N. Rota - J. Brimhall
- E. Walter)
09
La
mia musica 4.14 (F. Mesolella)
10
Nun
te scurdà (Raiz)
11
Guardando
in uno specchio il 12 Luglio (F. Mesolella)
Fausto
Mesolella è conosciuto dai più come componente degli
Avion Travel, per i quali ha composto gran parte dei brani, in una
carriera trentennale che li ha resi celebri lungo un percorso ricco
di continue svolte e scoperte, con una costanza qualitativa rara
nel panorama attuale. La sua vita artistica però, poliedrica
e incisiva, impossibile da incasellare, spazia da: la scrittura,
con “I piaceri dell’orso” diventato poi uno dei
primi audio libri in commercio, con un monologo sperimentale senza
punteggiature che è flusso continuo di pensieri e gioco arguto
di parole; il cinema, con le colonne sonore di “Lascia perdere
Johnny” per la regia di Fabrizio Bentivoglio, o “Into
paradiso” di Paola Randi; produttore di Giorgio Conte, Nada
o degli stessi Avion Travel; direttore artistico del premio “Bianca
d’Aponte” per la canzone d’autore al femminile;
autore di brani per altri artisti, “Le rose” per Patrizia
Laquidara, “I tre colori” per Tricarico, “Na stella”
per Gian Maria Testa; il teatro con Stefano Benni.
Senza dimenticare le mille collaborazioni con Nada (con la quale
fece il Nada Trio), Andrea Bocelli, Gianna Nannini, Paolo Conte,
Paolo Belli, Samuele Bersani e altri ancora.
Gli mancava da tempo l’espressione specifica del suo talento
chitarristico, lo diceva, e oggi finalmente l’album “Suonerò
fino a farti fiorire” arriva nelle librerie. Ho l’occasione
di ascoltarlo dal vivo a Villa Adriana (Rm) in un incontro di parole
e musica presso la Libera Università “Igino Giordani”,
a cura della brava Alessia Pistolini, dove, tra un brano e l’altro,
c’è ampio spazio per togliersi un po’ di curiosità.
Fausto Mesolella accarezza la sua chitarra, la presenta come se
fosse un ripiego dopo un furto subito e mai dimenticato, poi ci
introduce la "Pavana", una musica
per danza rinascimentale lenta e solenne, caratterizzata dal suo
passo-e-stop, presto soppiantata da danze più mobili e quasi
dimenticata, dico quasi, perché Fourè con questa sua
Op 50 la rese di nuovo famosa nel mondo affrancandola dal ballo.
E’ subito magia, perché Fausto è un grande virtuoso,
ma soprattutto è un grande romantico, e tutto questo sentimento
fluisce quasi palpabile dalle corde della chitarra e volteggia nell’assoluto
silenzio degli ospiti già rapiti dal primo brano.
Segue “Gelosia”, sorprendentemente
composto da un danese, Gade, quindi tango, si, ma dal nord Europa
(a conferma che l’incontro con altre culture produce spesso
vette quasi assolute), leggero e forte, ruvido e dolce, e Fausto
dosa le note con dovizia, e ci spedisce in qualche barrio a ballare
milonga tra chi emigrò oltremare con la speranza di un futuro
migliore (guarda un po’…), paradossi della musica.
Nel
2010 il bravo chitarrista ebbe l’incarico dal gruppo La Repubblica
di comporre una nuova colonna sonora per un bel film del 1924, "Il
ladro di Bagdad", per la regia di Raoul Walsh, avventura
e amore a lieto fine in una bagdad dalle architetture sbalorditive
e ricco di eccezionali effetti speciali per l’epoca. Il brano
“La principessa” accompagna
il ladruncolo Amhed mentre, intento a rubare un tesoro dopo aver
scalato le alte mura della reggia con una corda magica, incuriosito
dal suono di un oud, chitarra araba, arriva nella stanza della principessa
e vedendola ne resta per sempre soggiogato. Fausto riesce a catturare
l’attimo, ed ecco, tutto il fascino, la bellezza, l’atmosfera
di quel mondo fatato, da mille e una notte, avvolgono l’ascoltatore
e lo fanno partecipe di quell’estasi d’amore.
“La pioggerellina
del 13 Aprile” è uno fluire di uggia
primaverile, lenta, ipnotica, calda, con qualche scroscio improvviso
che preannuncia l’imminente schiarita, si sentono i rimbalzi
sul davanzale, tra le foglie degli alberi di nuovo rigogliosi, morbida,
leggera.
Eduardo Di Capua, in tournèe col padre violinista in Ucraina,
a Odessa, sul Mar Nero, guarda l’alba dalla finestra dell’hotel
dove dorme, e comincia a comporre la musica per le parole consegnategli
dal poeta Giovanni Capurro prima della partenza da Napoli, per il
brano che, pur negandogli la fortuna in vita, lo renderà
immortale dopo la morte, “O sole mio”.
E’ il quinto brano dell’album, in una interpretazione
sussurrata, sofferta, malinconica, e Fausto ci incastra alla perfezione
un’altra melodia, con l’evocativa voce di Raiz, una
canzone della tradizione seferdita spagnola, che narra l’avventurosa
nascita, non presente nella Genesi, di Abramo che scampa al tentativo
del temibile re Nimrod di sopprimerlo sapendo che avrebbe diffuso
una nuova religione monoteista. Qui le parole:
Cuando el rey Nimrod al campo salía
Miraba en el cielo y en la estrellería
Vido uns luz santa en la judería
Que había de nacer Avraham avinu
La mujer de Térah
quedo prenada
De día en día él le preguntaba
De que tenéx la cara tan demudada?
Ella ya sabía el bien que tenía
Avraham avínu,
padre querido,
Padre bendicho, luz de Israel.
En fin de mueve mezes
parir quería
Iba caminando por campos y vinas
A su marido, tal no lo descubría
Topó una mehará, ahí lo pariría
Avrom avinu…
Quando il re lasciò
Nimrod
Guardò il cielo e le stelle
Vide una luce sacra sulla città giudea
Perché doveva nascere nostro padre Abramo
La moglie di Terach
era incinta
Giorno dopo giorno le chiedeva
Perchè, oh cara, sei così pallida
Ella sapeva quale valore portava in grembo
Abramo padre nostro,
padre amato
Padre benedetto, luce d’Israele
Dopo nove mesi doveva partorire
Camminava per i vigneti e i campi
Ma non l'aveva detto a suo marito
Trovò una caverna, e là lo partorì
Abramo padre nostro…
“Sonatina
improvvista di inizio estate”, con Domenico
De Marco alle percussioni, è solare e allegra, logico seguito
della pioggerellina di primavera, con un esaltante crescendo virtuoso
che entusiasma.
Soprende “Aria di te”, eterea
e jazzata, già presente nell’album degli Avion “Opplà”
del 1993, che rinuncia alle poetiche liriche di Peppe Servillo
senza nulla perdere della sua bellezza.
E’ al ballo in maschera in casa Capuleti (nel film Palazzo
Piccolomini a Pienza) che Romeo e Giulietta s’incontrano,
innamorandosi perdutamente, e si cercano emozonati tra le tante
figure tutte intente ad ascoltare la canzone “Ai
giochi addio”, di Nino Rota con il testo tratto
da una poesia di Elsa Morante. Anche qui Fausto rinuncia alle
parole trasmettendo la stessa repentina e doce passione e la stessa
delicata e irresitibile forza, con un suono ovattato, centellinato,
dilatato e teso, struggente e intenso.
“La mia musica” è
solo introdotta dalla chitarra, che lascia poi il passo alla regale
Rita Marcotulli, da brividi il connubio, onirica, notturna, belle
le parole nell’unico brano cantato da Fausto, che non sfigura
nemmeno come interprete “Ogni tanto di notte ritorni
/ cominciano a sorridere gli oggetti che mi circondano / e mentre
sorridono mi raccontano / cosa ho fatto tutto questo tempo senza
te”.
“Nun te scurdà” è
del compagno d’avventure Raiz col quale porta in tournèe
uno spettacolo, e unisce qui la ritmica reggae e le sonorità
chitarristiche di certa epica western.
Chiude l’album “Guardando in uno specchio
il 12 Luglio” un acquarello sonoro, una traccia
impressionista, un saluto appena accennato. Quando finisce si
resta ancora per un po’ stesi, ad ascoltare i mille pensieri
che quei suoni sono riusciti a cavare da angoli impolverati, da
curve dimenticate, da viottoli secondari, spinti fuori dalla gran
quantità di cose messe lì, dentro una chitarra,
da chi con quella chitarra riesce a dialogare direttamente con
la nostra anima. Voto 7,5