Registrato
e mixato da Nik Gambara presso lo studio Bd.C. di Parma
Foto
di copertina: Sara Montali
Foto retro cover: marco Olivotto
Foto libretto: Leonardo Barbarini (tranne pag. 8-9 di Cecilia
Vecchi)
Grafica e Artwork: Leonardo Barbarini
Joe
Barbieri
Respiro Rigoletto Records - 2011 In
vendita ai concerti o ordinabile qui
Tracklist
01
Sanpa blues
02
La locanda del trinchetto
03
Lo straniero
04
Dentro una grande città
05
Dove
sei finita Penny Lane
06
Non credere che vada bene così
07
La passeggiata
08
Cortigiani
09
I libri aperti
10
Falso
11
Giullare, attento!
12
Il colombre
13
Un mattino di troppo
14
Ogni cosa che finisce
“Il cortigiano, allegoria dell'artista,
è un atto ideale di liberazione dal Potere. Il Potere è
inteso dall'autore come forza ineludibile che impedisce la realizzazione
dell'individuo, lo riduce a cifra, a destinatario forzato di 'rappresentanza',
di iniziative in suo nome, lo trascina nel vortice del conformismo
e della spersonalizzazione. Quindi non solo potere 'politico' ma
anche potere di condizionamento di un'epoca intera, del presente,
che martella incessantemente sul tasto dell'oggi e uccide ogni prospettiva
storica - ossia, di giudizio".
Per Baldassarre Castiglione il cortigiano
è un nobile che non si accontenta dell’attributo
originario del cavaliere e della sua professione militare: per
poter svolgere in modo adeguato e con successo la propria "professione",
questo nuovo gentiluomo (parliamo di un trattato del 1528) deve
partecipare alla vita culturale contemporanea, deve dimostrarsi
informato ed esperto. Castiglione si rifà al concetto oraziano
di mediocritas - categoria stilistica e comportamentale - intesa
come laboriosa conquista di un equilibrio difficile, di un'eleganza
che rifugge dall’affettazione e che nasconde lo sforzo.
Nel 2011 - al netto della mutazione dei costumi, della mentalità
e dei sistemi di governo, ma non della prassi clientelare - il
cortigiano non può accontentarsi di “soggiornare
a corte piacendo al principe”. Se è vero che la categoria
dell’utile e del mondano, a 500 anni di distanza, si è
rafforzata, allora la missione dell’artista non può
che essere quella di una rivolta creativa, una lotta per spezzare
le catene della condizione di cortigiano.
Quanto ho voluto riportare, integralmente, non è tratto
dal libretto, per altro ben curato, del disco di Ugo Cattabiani,
bensì è tratto dalla pagina di presentazione del
disco sul sito della neonata Rigoletto Records.
Perché sono partito da qui? Perché la musica è
sempre difficile da spiegare a parole e a volte i comunicati stampa
o le note informative possono condurre fuori strada.
Affermo ciò perché la suddetta presentazione mi
porta a immaginare un disco con una forte valenza sociopolitica,
magari uno di quei mattoni che una volta ascoltati, ti dici: si
bel disco impegnato, però adesso lo ripongo nella sua custodia
e lo archivio per bene.
Invece? Invece no, perché Ugo Cattabiani, trentaquattrenne
musicista parmense che ha militato in varie formazioni ed è
stato il leader degli Ottobre Scirocco, ha scelto
per il suo disco d’esordio come solista, un linguaggio musicale
che affonda nel blues, in cui però troviamo anche la canzone
d’autore, il country folk, lo swing, la melodia ricercata.
Ne è uscito un prodotto godibile e di presa immediata,
che non necessita di ascolti su ascolti per farsi apprezzare.
Niente di nuovo sotto il sole, direte. Vero. Ma onesto e fatto
bene.
Ne è un esempio, il brano di apertura, Sanpa
blues che suona un po’ country blues e ricorda
lo stile di Certi momenti di Pierangelo
Bertoli. Si parla di un disilluso post-serata musicale
o meglio, del seguito di un concorso musicale; riporto l’accurata
ambientazione “Nel buio rivedo l’Appennino / come
una linea che dondola nel cielo / inseguo l’aroma dei ricordi/
tra i vetri sporchi e raffiche di vino / la sete è un baio
corridore che a briglia sciolta continuo ad incitar”, cui
fa seguito un altrettanto suggestivo finale “ma il sole
s’insinua nel cortile / e in girotondo comincia a vorticar
/ in mezzo ai fili curvi di rugiada / tra locandine strappate
sulla strada / e l’orizzonte risplende tra le piante ed
il futuro ormai non è importante”.
Discorso analogo vale per La locanda del
Trinchetto, dove il clarinetto di Alessandro
Mori riesce a disegnare mirabolanti acrobazie e la scelta
swing fa si che una sbornia colossale si possa anche tingere di
poesia.
Totalmente diversa è Lo straniero,
con la sua atmosfera rock psichedelica, quasi noir, sottolineata
anche dai versi “Nel cielo di un sogno d’infanzia
/ ti scordi chi sei / papaveri bianchi di ghiaccio / che non coglierai”
e più oltre “Il piccolo fuoco di paglia / di un amore
comprato / per consolare il corpo / del suo viaggio sbagliato
/ ma la notte è un oceano di spilli / un cemento di volti
spietati”.
I cambi stilistici sono repentini, così in Dentro
una grande città, si respira aria di rock
anglosassone venato di malinconica, di nostalgia verso un’adolescenza
ormai lontana, come sembrano suggerire le sue prime immagini “Mai
più ritroveremo il senso di / sorprenderci a ridere / nudi
con l’ansia di conoscerci / toccandoci sempre più
giù / la sabbia sui lettini duri ruvidi / sperando di nasconderci”.
Anche in Dove sei finita Penny Lane,
con quel richiamo alla famosa canzone sull’infanzia dei
Beatles, c’è molta nostalgia. La
canzone, leggero british anni’ 60, e vocalmente
condivisa con Francesco Pelosi,
Non credere che vada bene così
è anch’essa una canzone "post". Post amore
ormai concluso, in stile country folk, sembra scorrere placida
come un fiume di pianura, ma il finale serba un’amara sorpresa:
“porterò con me solo una scheggia di rancore
/ per non avermi fatto confessare / che il mio tempo stringe
e tu non lo potrai riempire / ma non credere che vada bene così”.
La passeggiata è un monologo
recitato su un fondale musicale scuro; la canzone sembra incedere
lenta, proprio come può esserlo una tranquilla passeggiata.
Poi, ecco la novità: un altro cantiere, la gente che guarda
dalle finestre, qualcosa sembra scomparso. È il ricordo
degli anarchici Cieri e Picelli, c’è chi “schedava
nell’unico file di sistema / la silhouette dei sostenitori
/ condannando all’ostracismo i biechi perplessi / otri gonfiati
di obiezioni / al nuovo che avanza / che non risparmia gli oppositori
/ Nessuno sorrise, stringendo la mano del cortigiano”, ma
è forse solo un brutto sogno “Nei pressi di un’osteria
/ il vino rese Ardito un timido ubriaco”.
Elettrica e accorata, la successiva traccia I cortigiani
è tanto breve quanto intensa, Ugo canta con voce sporca
“Cortigiani, vil razza dannata / per quel prezzo vendeste
il mio bene / a voi nulla per l’oro sconviene / ma mia figlia
è impagabil tesor / la rendete o se pur disarmata / questa
mano per voi forse cruenta / nulla al mondo più l’uomo
paventa / se dei figli difende l’onor”. Versi
e valori d’altri tempi? Vero n parte, i versi sono sì
del librettista Francesco Maria Piave e la musica
è di Giuseppe Verdi (dal Rigoletto),
ma i valori restano sempre validi e l'inserimento della chitarra
elettrica su un'allure da canto anarchico fanno il resto.
Libri aperti è, anch’essa,
a suo modo, una canzone d’altri tempi, quelli dell’adolescenza,
c’è come una grande nostalgia di quei primi goffi
approcci amorosi “La tua amica dice che dovresti frequentare
/ il suo corso medioevale di regine unne / via, mandala via /
chiudiamoci a chiave in camera tua / via, rispondile che si studia
abbracciati la filosofia”.
Con Falso si torna al blues, di quelli
tosti e molto cadenzati, il testo allude, neppure troppo celatamente,
a un despota “falso che impone alle reti ducali / cravatta
gialla, cravatta azzurra / falso che odia la plebe in suburra
/ donne affittate, mogli scartate” fino al duro attacco
finale “Vende la casa di ogni fratello / e per le mani ha
sempre un u”.
È un crescendo d’intensità, arriva Giullare
attento!, un breve monito, ormai tardivo, per il
giullare che ha osato troppo “Mentre il sire accende
il rogo tu lo sfidi / mentre i tuoi sonagli colano, sorridi /
mentre i tuoi colori sfumano”, musicalmente sembra
quasi un brano anni ’70, ipnotico, psichedelico.
Il colombre è invece un canto
pieno di nostalgia e un po’ sognante, il titolo penso si
riferisca al famoso racconto di Dino Buzzati, ma la presenza di
un ufficiale di nome Achab sembra evocare un’altra storia
di mare, “Moby Dick”, ma
forse tutta la messa in scena è solo una scusa per una
riflessione sull’esistenza e il viaggio per mare è
una metafora della vita.
C’è un’armonica, poi entra una chitarra acustica,
inizia il canto, mi sembrano parole e melodia che già mi
appartengono e non mi sbaglio, Un mattino di troppo
è, infatti, l’adattamento in italiano di One
too many mornings di Bob Dylan.
Un pianoforte ci introduce infine nell’ultima traccia,
Ogni cosa finisce. L’atmosfera
è di quelle un po’ tristi, proprio come quando qualcosa
di bello sta per terminare e già appartiene al passato
“Giorni che scorrono uguali ad altri mai vissuti / l’aria
profuma di passato / stanchi gli sguardi velati di chi non può
sognare / scende la sera senza baci”.
Ugo Cattabiani, con questo “Cortigiani” conferma
ciò che di buono aveva già dimostrato nel precedente
progetto firmato Ottobre Scirocco. Anzi probabilmente
compie un passo in avanti, affrancandosi dal disco di genere.
Questa sua nuova fatica non può infatti essere liquidata
come "un buon disco blues", piuttosto rappresenta una
sua personalissima via verso la canzone d’autore più
impegnata, senza per questo dimenticare il proprio amore per il
blues, il folk americano, il country.