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aggiornamento: 13-01-2012
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Claudio
Bernieri
"Non sparate sul cantautore. Canzoni come pietre.
Musica sotto tiro"
Vololibero Edizioni (2011)
Nelle librerie |
Mega biblìon
mega kakòn: starebbe per “grosso libro grosso danno”
in greco antico. Qualcuno tra gli elleni pare ci credesse, e io -
modestamente - pure. Al punto che si fosse trattato di un tomo agiografico
sui Pooh, questo di Claudio Bernieri non lo avrei degnato d’uno
sguardo. Nel migliore dei casi sarei stramazzato per noia attorno
a pagina 50 e da lì non mi sarei mosso più.
Lo so che non è bello a dirsi, ma è così. Per
buona ventura mia - e di chiunque abbia possibilità di leggerlo
- “Non sparate sul cantautore. Canzoni come pietre, musica sotto
tiro” è, invece, un libro di storia musicale contemporanea.
Voluminoso sì (315 pagine), ma di quelli che scorrono via come
birra ghiacciata, belli tosti e stratificati. Eretto su pensieri,
parole, opere e omissioni (qualcuna) di chi questa storia l’ha
scritta/vissuta, a volte subita, per mezzo di versi e musica, sulla
propria pelle (e - perché no - anche sulle proprie palle e
su poche stelle…copyright di Vecchioni).
Un goloso ensamble di testimonianze cantautorali d’epoca (crepuscolo
anni Settanta) che - non fosse per i corpi estranei dati dalla triade
Berti-Mogol-Claudio Villa - meriterebbe la ola da qui all’eternità.
La sparo grossa? Mica tanto, se è vero com’è vero
che dalla lista di “venerati maestri” compilata da Bernieri
(prima autonomo, quindi musicista, poi giornalista/documentarista…quando
si dice non farsi mancare nulla) si fa prima a contare gli assenti
che i presenti. Insomma gli “storici” figurano più
o meno tutti, e quello che i cantautori non dicono (ma a volte sì)
lo troverete tra le pagine di questo libro.
Trattasi di riflessioni in presa diretta su tempo, luogo, strofe politiche,
movimentismi di massa, autoriduzioni, “processi” (famigerato
quello del Palalido al “principe” De Gregori). Soprattutto
processi: lo scotto che il cantautore ebbe da pagare all’essere
diventato icona. L’eletta schiera illuminata & politicizzata
(qualcuno c’era, qualcuno, naturalmente, ci faceva), nelle pagine
di Bernieri è - originalmente ma non a caso - assegnata a degli
ideali gironi danteschi (quello degli avari e prodighi, quello degli
eretici, quello dei consiglieri di frode, e via elencando), chiamata
a espiare - tra serio e faceto, e stando alla miopia del tempo - il
fio di avercela fatta, di essere stata assunta in blocco a status
symbol.
Per dirla in altro modo: “Non sparate sul cantautore”
è una specie di articolata seduta di gruppo in cui si elucubra
su ballate, ruolo, senso dello scrivere e dell’interpretare,
al tempo in cui cantautore faceva spesso rima con auto-riduttore.
Un corpus ponderoso di testimonianze dirette, un’inchiesta corale
imprescindibile (arricchita, per di più, da una compilation
di canzoni politiche rivisitate), destinato a non avere pace sugli
scaffali delle librerie dei cantautorofili più esigenti. Una
menzione di merito per le edizioni Volo Libero, che lo hanno sottratto
alla polvere (era stato pubblicato in due tomi nel 1978), affidandolo
all’attenzione di lettori nuovi e novissimi. Se mai ce ne fossero
capaci ancora di commuoversi a leggere di quando musica e parole pesavano
come pietre ed erano, soprattutto, cosa seria.
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