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Vincenzo Incenzo: "La canzone in cui viviamo. Cento(uno) viaggi nella scrittura cantata italiana"
Non son solo canzonette
(e se ancora non ci credete leggete questo libro e capirete perché)

di Mario Bonanno
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Ultimo aggiornamento: 02-02-2012

Vincenzo Incenzo
La canzone in cui viviamo. Cento(uno) viaggi nella scrittura cantata italiana

No Reply (2011)
Nelle librerie
Capisco la larghezza di vedute, la lungimiranza da addetto ai lavori, persino l’afflato zeriano ecumenico-buonista, ma continuo a ritenere fuorviante mischiare l’alto e il basso culturali. Per restare nel nostro ambito: mica le canzoni sono come la morte nella livella di Totò (azzerava le distanza tra gentiluomini e straccioni, colti e analfabeti, ricordate?). Che c’azzeccano allora - direbbe qualcuno - la Rettore con Guccini, Fin che la barca va (Orietta Berti) con Viva l’Italia (De Gregori), e finanche - la butto lì - con Il cielo in una stanza? C’azzecca, risponderebbe Vincenzo Incenzo, autore per No Reply di “La canzone in cui viviamo”, che questa è comunque la musica che abbiamo attraversato, la colonna sonora dei nostri giorni messi in fila così così.

Quella che se ne impipa dei compartimenti stagni, frulla e macina di tutto un po’, un occhio alla massa l’altro al melting pot di stili, generi, ardimenti, idiozie. E del resto: non siamo nel bel mezzo dell’era tuttigusti di blog e play list? Esistono Fiordaliso e Fiorella Mannoia e magari sarebbe ora di farmene
una ragione. Touché. Peraltro il libro non è che prometta dissertazioni teoriche, sincero sin dal titolo: un viaggio nella scrittura cantata italiana. Incenzo non sbandiera aria da engagé, non millanta analisi monografiche e nemmeno speculazioni di area club Tenco. È uno che maneggia in prima persona parole e partiture (ha scritto per Dalla, Zero, Endrigo, PFM, Vanoni) e il fatto che Zarrillo e Venditti siano - per chi scrive - da denuncia a piede libero, e invece trovino ampio spazio tra le pagine di Incenzo, non deve inficiare sul mio giudizio complessivo (de gustibus).

E allora ripartiamo da capo, mettendo al bando i preconcetti. I meriti ci sono, e pure evidenti: Incenzo sa benissimo di cosa scrive quando scrive di canzoni, regge in scioltezza la media distanza (oltre 200 pagine), inoltre i cento(uno) excursus sui brani che hanno accompagnato/segnato gli anni e i giorni dell’Italia repubblicana (si parte da Bella ciao e si arriva a Controcultura di Fabri Fibra) comprendono molte pagine di storia patria (contestualizzano tra cronaca, politica e costume), il che non guasta, e indica come “La canzone in cui viviamo” sia un libro onesto, redatto con cuore e con cura, senza giocare al risparmio. Un libro che - a tratti - procede, quasi, a passo di romanzo (il romanzo pubblico e privato della canzone italiana tout court), denso com’è di aneddoti, retro-scena, incontri, amarcord, collaborazioni. Incenzo ama lo specifico che tratta, sconosce il finto aplomb del critico professionista, si sbilancia.

Mastica da una vita versi e poesia, e a partire dall’intro se ne giova, per colorare pastello un po’ della sua prosa migliore. Leggere per credere quanto riportato di seguito. Il soggetto - naturalmente - è la canzone: “Strada facendo ha gridato viva l’Italia, quella dimenticata e quella da dimenticare. Ha aspettato l’anno che verrà, un’albachiara, si è toccata l’America, si è sentita splendida splendente. Non ha avuto paura di tirare un calcio di rigore e ha cercato ostinatamente un centro di gravità permanente (…) Ha urlato nelle risaie, ha girato nei solchi di un vinile, si è persa nei labirinti della rete”. In altre parole e in ultima analisi la si potrebbe mettere così: chi è che ha ancora la faccia tosta di pensare siano solo canzonette? E stando alla fattispecie non posso che produrmi in sorrisi da spot (è da una vita che predico sull’imprescindibilità dell’impatto sociale che deve avere una canzone), applaudire con convinzione, condividere la tesi di fondo di Incenzo.

Se siete tutt’ora in attesa del giudizio complessivo sul saggio, sappiate che si aggira sul buono senza riserve. Aldilà delle convinzioni personali, “La canzone in cui viviamo” merita, e si legge con piacere.