"Live
in Capetown" non è un disco celebrativo, ma un
lavoro per tenere desta l'attenzione
su un progetto che altrimenti rischia di spegnersi".
Fabrizio Consoli parla del suo "live"
23/01
- Fabrizio
Consoli, il giorno dell'uscita di "Live in Capetown.
Sei andato fino in Sudafrica per registrare questo album?
A Città del Capo?"
"Ho
battuto il capo, semmai"
Come è nato questo disco
"E'
nato in maniera rocambolesca come tutte le cose che mi contraddistinguono.
E' nato perché un anno e mezzo fa, dopo un bel giro
di concerti con la band, un giro molto bello di affiatamento.
Sai quel periodo in cui una band diventa come una cosa sola,
ci si torva a memoria senza bisogno di prove. Noi abbiamo
suonato a luglio, il giorno del mio compleanno, ci siamo
ritrovati a maggio per due concerti in Germania senza fare
le prove. Siamo andati là come se niente fosse, come
se ci fossimo lasciati la sera prima". Senti, per chi non è di Milano
dobbiamo dirlo: cosa è il Capetown?
"Il Capetown è un bar. Un locale abbastanza
famoso nella zona dei Navigli, un bar non finto, ma veramente
elegante. Un bar quasi newyorchese dove puoi andare
di pomeriggio a scrivere, leggere, navigare e nessuno ti
dà fastidio".
Dove generalmente non si fa musica' ...
"Assolutamente no, non è deputato né
a concerti né, tantomeno a riprese o incisioni di
concerti. Meno che meno. In Italia poi di posti così
non ce n'è ...".
Però un posto con un'atmosfera "vera"
che poi era quello che cercavi..
"Sì, perché alla fine uno dei soci
è un grande appassionato di jazz. Una sera sono passato
ed ho chiesto se andava che facessi un concerto. Non pensavo
di farci un disco in realtà. La scaletta del disco
nasce dall'esperienza diretta del live e anche da quello
che sono riuscito a salvare delle due serate. Non era una
situazione agevole. C'era lo studio mobile a ridosso della
cucina. Ci sono pezzi anche venuti bene, ma dove dentro
sono finiti i suoni dei cellulari. Poi alcuni pezzi, essendo
dal vivo, non sono venuti bene per quella strana alchimia
che a volte si stabilisce, a volte no. Tra gli ospiti ci
sono stati nelle due serate Simona Bencini, Alberto Patrucco
e Eugenio Finardi che è l'ultima rockstar italiana".
C'è
qualche canzone che ti dispiace molto di non essere riuscito
a inserire?
"Sì, "E se questo è l'amore"
che è una versione molto bella, molto emozionante.
Era venuta davvero bene e mi ricordo che mi ero proprio
emozionato, ma c'è stata una persona proprio al tavolo
davanti a cui sono arrivate due telefonate. Ta-ta-ta ta-ta-ta.
E' stato impossibile recuperarla. Tutto quello che è
stato possibile fare è scegliere la versione. Per
il resto i canali, i suoni erano così mischiati che
se cadeva un bicchiere sul bancone lo sentivo nel microfono
della batteria. Così non è stato proprio possibile
fare sovraincisioni, proprio per lo stesso motivo. Progetti
futuri?. "L'archivista", un progetto
a cui lavoro da tre anni. Una prima pietra di un'opera che
sarà una rilettura non di canzoni, ma di personaggi.
Un lavoro parallelo.
"La forza
dell'amore non posso dire che sia una mia canzone. E' una
canzone "anche" mia, questo sì, perché
è nata insieme. Poi Eugenio Finardi gli ha fatto
il testo, l'ha fatta diventare quella che tutti conoscono.
Però sì, è una canzone che è
mia e anche di Vittorio Cosma. Io non mi sono mai sognato
di cantarla, anche per una sorta di pudore. Eugenio è
un cantante di valore, potrebbe itnerpretare quello che
vuole. Io sono solo "uno che canta" , ma senza
falsa modestia. Sono uno che canta e che scrive canzoni.
Meno cantante vero di lui".
"Un
live è un monumento alla carriera? "Live in
Japan" forse, che ne ho consumati sette. Ma per me
come fa a essere un monumento? Io non l'avrei fatto questo
live, proprio perché sono abituato ai live monumentali,
a quelli che hanno un senso di certificazione di una fama,
di una notorietà e di una carriera acquisita. In
Italia in questo momento c'è più musica che
non orecchie che ascoltino. Il disco dal vivo è stato
un modo per far parlare di un progetto che se nessuno ne
parla si arena. elli o brutti i miei dischi sono sempre
lavori nei quali io ci metto il sangue. Mi escono come il
sudore dopo una grande fatica o dopo una nottata di febbre.
Non si può fare un disco all'anno! Io ho bisogno
di sapere che almeno quello che dico posso difenderlo"
"Per scelta, da "18 piccoli anacronismi"
in poi, io faccio solo dischi in cui ho l'illusione che
possano essere ascoltati anche tra dieci anni. Voglio fare
dischi che se metto su ancora dopo anni possa dire: "Però,
senti che bello!". Non voglio un disco che mi suoni
vecchio o inutile"..
"Live in Capetown"
Carpe
diem! Si, cogli l’attimo, questa in sintesi potrebbe essere
la chiave di lettura di questo bel disco live di Fabrizio Consoli.
Perché
momenti di grazia e di puro divertimento musicale come quelli racchiusi
in questo disco bisogna saperli cogliere, cosa che il sottoscritto
non ha purtroppo fatto quando, né il 4 né il 5 maggio
del 2010 ha mosso le proprie chiappe dal divano di casa per mettersi
al volante e raggiungere la non lontana Milano e, per la precisione,
quel locale che risponde al nome di Cape Town Cafè, un bar
per niente deputato né alla musica dal vivo, né tantomeno
alla registrazione di un disco live, ma si sa che a volte i miracoli
accadono e così è nato questo straordinario “disco
di strada”.
Un disco che
ha grandissimi pregi e ben pochi difetti, del tutto trascurabili.
Il maggiore
pregio è quello di aver saputo cogliere magistralmente la
magica atmosfera di complicità creatasi tra i vari protagonisti
dell’evento, musicisti e pubblico davvero uniti in unico spazio
fisico, senza la presenza di un vero e proprio palco e senza alcuna
linea di demarcazione tra i due ruoli.Io quella sera o meglio quelle
due sere, perché nel disco sono unite registrazioni di due
differenti sessioni, non c’ero ma grazie a questo disco ho
potuto coglierne la fisicità, lo sforzo dei protagonisti,
la loro gioia di suonare insieme, il fremito e la vivacità
del pubblico e provo ancora una grande nostalgia. E’ possibile
provare nostalgia di un non vissuto? Sembrerebbe proprio di si,
miracoli della bellezza delle canzoni di Fabrizio e dei protagonisti
che l’hanno messa in scena.
Primo fra tutti
lo stesso Fabrizio Consoli che, se l’Italia fosse un paese
serio, non si troverebbe come tanti a sbattersi, scrivere, telefonare
per elemosinare serate sottopagate. Dotato di un tocco alla chitarra
che è una meraviglia e di una voce calda e graffiante, insomma
uno capace di “… scrivere canzoni / Che emozionano anche
i cani / Che colorino le labbra / Alle ragazze sui balconi “
(“Camera con vista”) sa coinvolgere ed emozionare sia
su disco sia dal vivo.