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Le Bielle interviste 2012

Fabrizio Consoli: «Un disco costa sudore»

"Live in Capetown" non è un disco celebrativo, ma un lavoro per tenere desta l'attenzione
su un progetto che altrimenti rischia di spegnersi". Fabrizio Consoli parla del suo "live"


23/01 - Fabrizio Consoli, il giorno dell'uscita di "Live in Capetown. Sei andato fino in Sudafrica per registrare questo album? A Città del Capo?"

"Ho battuto il capo, semmai"

Come è nato questo disco

"E' nato in maniera rocambolesca come tutte le cose che mi contraddistinguono. E' nato perché un anno e mezzo fa, dopo un bel giro di concerti con la band, un giro molto bello di affiatamento. Sai quel periodo in cui una band diventa come una cosa sola, ci si torva a memoria senza bisogno di prove. Noi abbiamo suonato a luglio, il giorno del mio compleanno, ci siamo ritrovati a maggio per due concerti in Germania senza fare le prove. Siamo andati là come se niente fosse, come se ci fossimo lasciati la sera prima".

Senti, per chi non è di Milano dobbiamo dirlo: cosa è il Capetown?

"Il Capetown è un bar. Un locale abbastanza famoso nella zona dei Navigli, un bar non finto, ma veramente elegante. Un bar quasi newyorchese dove puoi andare di pomeriggio a scrivere, leggere, navigare e nessuno ti dà fastidio".

Dove generalmente non si fa musica' ...

"Assolutamente no, non è deputato né a concerti né, tantomeno a riprese o incisioni di concerti. Meno che meno. In Italia poi di posti così non ce n'è ...".

Però un posto con un'atmosfera "vera" che poi era quello che cercavi..

"Sì, perché alla fine uno dei soci è un grande appassionato di jazz. Una sera sono passato ed ho chiesto se andava che facessi un concerto. Non pensavo di farci un disco in realtà. La scaletta del disco nasce dall'esperienza diretta del live e anche da quello che sono riuscito a salvare delle due serate. Non era una situazione agevole. C'era lo studio mobile a ridosso della cucina. Ci sono pezzi anche venuti bene, ma dove dentro sono finiti i suoni dei cellulari. Poi alcuni pezzi, essendo dal vivo, non sono venuti bene per quella strana alchimia che a volte si stabilisce, a volte no. Tra gli ospiti ci sono stati nelle due serate Simona Bencini, Alberto Patrucco e Eugenio Finardi che è l'ultima rockstar italiana".

C'è qualche canzone che ti dispiace molto di non essere riuscito a inserire?

"Sì, "E se questo è l'amore" che è una versione molto bella, molto emozionante. Era venuta davvero bene e mi ricordo che mi ero proprio emozionato, ma c'è stata una persona proprio al tavolo davanti a cui sono arrivate due telefonate. Ta-ta-ta ta-ta-ta. E' stato impossibile recuperarla. Tutto quello che è stato possibile fare è scegliere la versione. Per il resto i canali, i suoni erano così mischiati che se cadeva un bicchiere sul bancone lo sentivo nel microfono della batteria. Così non è stato proprio possibile fare sovraincisioni, proprio per lo stesso motivo. Progetti futuri?. "L'archivista", un progetto a cui lavoro da tre anni. Una prima pietra di un'opera che sarà una rilettura non di canzoni, ma di personaggi. Un lavoro parallelo.


"La forza dell'amore non posso dire che sia una mia canzone. E' una canzone "anche" mia, questo sì, perché è nata insieme. Poi Eugenio Finardi gli ha fatto il testo, l'ha fatta diventare quella che tutti conoscono. Però sì, è una canzone che è mia e anche di Vittorio Cosma. Io non mi sono mai sognato di cantarla, anche per una sorta di pudore. Eugenio è un cantante di valore, potrebbe itnerpretare quello che vuole. Io sono solo "uno che canta" , ma senza falsa modestia. Sono uno che canta e che scrive canzoni. Meno cantante vero di lui".

"Un live è un monumento alla carriera? "Live in Japan" forse, che ne ho consumati sette. Ma per me come fa a essere un monumento? Io non l'avrei fatto questo live, proprio perché sono abituato ai live monumentali, a quelli che hanno un senso di certificazione di una fama, di una notorietà e di una carriera acquisita. In Italia in questo momento c'è più musica che non orecchie che ascoltino. Il disco dal vivo è stato un modo per far parlare di un progetto che se nessuno ne parla si arena. elli o brutti i miei dischi sono sempre lavori nei quali io ci metto il sangue. Mi escono come il sudore dopo una grande fatica o dopo una nottata di febbre. Non si può fare un disco all'anno! Io ho bisogno di sapere che almeno quello che dico posso difenderlo"


"Per scelta, da "18 piccoli anacronismi" in poi, io faccio solo dischi in cui ho l'illusione che possano essere ascoltati anche tra dieci anni. Voglio fare dischi che se metto su ancora dopo anni possa dire: "Però, senti che bello!". Non voglio un disco che mi suoni vecchio o inutile"..


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"Live in Capetown"

Flel coverCarpe diem! Si, cogli l’attimo, questa in sintesi potrebbe essere la chiave di lettura di questo bel disco live di Fabrizio Consoli.

Perché momenti di grazia e di puro divertimento musicale come quelli racchiusi in questo disco bisogna saperli cogliere, cosa che il sottoscritto non ha purtroppo fatto quando, né il 4 né il 5 maggio del 2010 ha mosso le proprie chiappe dal divano di casa per mettersi al volante e raggiungere la non lontana Milano e, per la precisione, quel locale che risponde al nome di Cape Town Cafè, un bar per niente deputato né alla musica dal vivo, né tantomeno alla registrazione di un disco live, ma si sa che a volte i miracoli accadono e così è nato questo straordinario “disco di strada”.

Un disco che ha grandissimi pregi e ben pochi difetti, del tutto trascurabili.

Il maggiore pregio è quello di aver saputo cogliere magistralmente la magica atmosfera di complicità creatasi tra i vari protagonisti dell’evento, musicisti e pubblico davvero uniti in unico spazio fisico, senza la presenza di un vero e proprio palco e senza alcuna linea di demarcazione tra i due ruoli.Io quella sera o meglio quelle due sere, perché nel disco sono unite registrazioni di due differenti sessioni, non c’ero ma grazie a questo disco ho potuto coglierne la fisicità, lo sforzo dei protagonisti, la loro gioia di suonare insieme, il fremito e la vivacità del pubblico e provo ancora una grande nostalgia. E’ possibile provare nostalgia di un non vissuto? Sembrerebbe proprio di si, miracoli della bellezza delle canzoni di Fabrizio e dei protagonisti che l’hanno messa in scena.

Primo fra tutti lo stesso Fabrizio Consoli che, se l’Italia fosse un paese serio, non si troverebbe come tanti a sbattersi, scrivere, telefonare per elemosinare serate sottopagate. Dotato di un tocco alla chitarra che è una meraviglia e di una voce calda e graffiante, insomma uno capace di “… scrivere canzoni / Che emozionano anche i cani / Che colorino le labbra / Alle ragazze sui balconi “ (“Camera con vista”) sa coinvolgere ed emozionare sia su disco sia dal vivo.

(Segue)

Intervista rilasciata il 14 dicembre 2011
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