Una Brigata
di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.
Le Bielle interviste marzo
2012
Giulio Casale: "Un profondo senso di rifiuto"
"Più ho a che fare con lo show business, più capisco che la cosa
ha un nome preciso "siamo all'inferno"
Il mood Ho un profondo senso di rifiuto per come abbiamo costretto la vita ad essere. Ma non c'è nessuna forma di disperazione, perché il chiamarmi in causa così tanto, lo sputtanarmi, se vogliamo, così evidentemente è secondo me la spia definitiva del fatto che non c'è nessuna sconfitta personale. C'è un senso di schifo, questo sì, per quello che ci siamo organizzati, ma che, secondo me, sta per finire. Il mio vero punto di mancato totale incontro con il cattolicesimo è che nel cattolicesimo ti insegna ad avere speranza. Per me, l'unica possibilità è quella di essere speranza. Se hai speranza sei fottuto. Confidi nel mistero, nell'eterno, che è una possibilità per un possibile dopo, ma qui ed ora non ti salva. Come diceva il Mahatma "siate il cambiamento che volete vedere". Il punto di partenza, però, è il rifiuto: se non neghi il prima, se non tiri via dal tuo orizzonte ideale tutto quello che non ti appartiene e che non devi volere, cavalcare, profittare o utilizzare, perché se riconosci qualcosa come un disastro non puoi diventare quello che se ne approfitta. Una rockstar, magari, o il presidente di un consiglio di amministrazione. Se hai ben chiaro il fatto che l'assetto occidentale della vita è profondamente disumano, devi essere umano e non dire "beh, intanto gioco con questo, poi vediamo. Sono le mie tematiche. Da che ho coscienza sento che va tutto a puttane. Ho la possibilità di dirlo quindi lo dico. Non interessa a nessuno? Pazienza, lo dico lo stesso. Se interessa anche a una sola persona, siamo già in dialogo.
Il linguaggio È una scelta di latitudine. Negli Usa il rock è musica popolare. In Italia la musica popolare non prevede le chitarre elettriche. Ed è questo che è interessante. Per esprimere questo senso di rifiuto, disagio, protesta, in Italia è interessante fare il cantautore rock, perché non lo fa nessuno. Mi perdonerete l'esagerazione, ovviamente. Voglio dire, non è confacente; se vuoi essere definito cantautore è molto più facile farsi accettare se sei piano e voce o chitarra e voce. E' un problema di etichetta, di immagine. Viviamo in una cultura dove chi ha una chitarra elettrica in mano è considerato un tossico o un cazzaro. E' difficile che sia visto come un portatore di cultura. Se avessi fatto questo disco negli Stati Uniti, probabilmente avrei usato un linguaggio musicale diverso, perché la tradizione americana prevede la chitarra elettrica. Ho chiesto a Giovanni Ferrario un clima scuro, distorto, fastidioso, se possibile, pur rimanendo nella forma canzone. Per cui senza arrivare alla forma liquida, in cui dici un po' quel che ti pare e come ti pare, qui c'è una ricerca rigorosissima all'interno della forma canzone di cui permangono tutti gli elementi, strofa, ponte, ritornello, però lavorandoci dall'interno e disturbandola. Questo per me è importantissimo, perché per me o la forma diventa anche sostanza, oppure non se ne esce. Non puoi tradire la sostanza di quello che dici con una forma che non le appartiene.
Il "making of"
In Italia non c'è una critica musicale. Non fa notizia come si fa un disco. Questo disco si è fatto a stratificazioni. Abbiamo lavorato sulle mie canzoni, scritte pochi giorni prima di entrare in studio creando uno scheletro del tutto virtuale. Ossia, abbiamo campionato dei suoni verissimi e poi ci abbiamo suonato sopra in studio, tutti insieme, come si faceva una volta. Due chitarre elettriche, basso, batteria, tastiere, percussioni. Questo secondo me è molto interessante perché fa potenzialmente di questo suono un suono molto contemporaneo e non una cosa vintage, un omaggio al rock'n'roll degli anni tra il 50 e il 70. Abiamo cercato un suono che fosse "di questo giorno qui", ecco. E qui mi metto un' altra volta dalla parte sbagliata, perché, in giro, questo suono non lo sento. E se non lo sento vuol dire che non funziona, quindi lo faccio io, volentieri.
Siamo all'inferno
Più ho a che fare con lo show business, più capisco che la cosa ha un nome preciso "siamo all'inferno". E mi sento molto esposto. Il paradosso è che chi ti vuole bene ti vuole dentro al baraccone. Ti pretende. Ti dicono "ma perché non vai in televisione?", "Perché non ti sentiamo mai alla radio?". Chi ti vuole bene, ti pretende ancora di più all'inferno. Proprio perché ti vuole bene ti augura di finirci dentro. Ti vuole proprio lì, proprio a Domenica in, perché ti augura il meglio, è quello è il meglio.
Lo spettacolo
Il 5 Aprile debuttiamo a Milano e staremo in scena un mese con il nuovo spettacolo basato su queste canzoni. E lì il cerchio si chiude e si riapre, perché si tratta di un vero e proprio spettacolo, con una drammaturgia, un copione, un allestimento, una regia. Contemporaneamente faremo i concerti in giro, che e saranno dei veri concerti rock. Ho voglia di portare al pubblico dei teatri qualcosa che abbia sì una veste teatrale, ma che mantenga i suoni e l'energia del rock, e contemporaneamente ho voglia di tornare a parlare ai ragazzi, a chi ascolta solo la musica, a chi non mi ha mai visto a teatro in questi sette anni. Sono due mondi sono diversi che non si parleranno mai, così vado a prendermeli tutti e due a casa loro, affrontando tutte le difficoltà del caso, compresa quella di produrmi lo spettacolo insieme ad Alessandro Cesqui. Ci sarà da vedere se riuscirò a parlare ai ragazzi cresciuti nel ventennio berlusconiano così come ho parlato a quelli della generazione precedente, ma la sfida mi intriga.
"Dalla parte del torto"
>"Che non esiston poteri buoni" lo cantava già nel secolo scorso mastro De André e nel 2000 Claudio Lolli sosteneva che, come ai tempi di Brecht, le ragioni migliori fossero relegate "dalla parte del torto". Deve pensarla così anche Giulio Casale, che ha sentito l'esigenza di scegliere quella frase per dare un titolo al suo disco, e che deve in qualche modo essere immune dalla patologia del potere. A sette anni di distanza da "In fondo al blu" arriva il nuovo lavoro discografico del poliedrico trevigiano (che nel frattempo non è rimasto con le mani in mano, ma ha trascorso un lungo periodo di intensa attività letteraria e teatrale, dalla ripresa dei "Polli di allevamento" di Gaber e Luporini, alla "Canzone di Nanda" dedicato a Fernanda Pivano, a "Formbidabili quegli anni", lo spettacolo sul 68 ispirato all'omonimo libro di Mario Capanna).
Il
"Dalla parte del torto" di Giulio Casale è sostanzialmente la summa di sette anni di teatro-canzone ed è un ritorno al rock. Non proprio quello duro e lirico delle sue origini (è stato l'anima e il frontman degli Estra, la voce dei ragazzi del NordEst negli ani 90) dove le chitarre colpivano per colpire, ma una forma più raffinata e nuova, e non per nulla si è affidato a Giovanni Ferrario) dove le stesse chitarre creano una tensione profonda su cui si appoggiano i testi, a tratti sembrano mettersi di traverso rispetto al brano, mentre in effetti ne sottolineano l'andamento classico: di strofa, ponte, fino all'esplosione del ritornello. Nei testi - degni della meglio letteratura - convivono politica e denuncia, anima e disagio. Le "buone letture" emergono, come emerge la filosofia, ma mai con spocchia. La lezione di Gaber si sente, e si sente anche quella di De Andrè. E a ogni ascolto emerge una nuova sfumatura, una nuova accusa.
(Segue)