Ospiti: Roberto Cipelli (pianoforte, piano Rhodes, coro);
Luciano Biondini (fisarmonica); Carlo De MArtinini (violino,
viola); Mario Brunello (violoncello in "Lele");
Gianluca Petrella (trombone);
Testi e musiche GianMaria Testa
Prodotto da Paola Farinetti per Produzioni Fuorivia
Pre-produzione artistica: GianMaria Testa, Claudio Dadone,
Paola Farinetti
Arrangiamenti "Cordiali saluti" e "Sottosopra"
Claudio Dadone. Trio d'archi in "Lele" scritto da
Roberto Cipelli, tranne il finale per violoncello solo di
Mario Brunello
Registratoalla Fonoprint di Bologna da Roberto Barillari.
Assistenete e fonico aggiunto Enrico Capalbo - maggio 2011
Mixato alla Fonoprinti di Bologna da Roberto Barillari. Mastering
Maurizio Biancani
Progetto grafico Danilo Manassero da una foto di MArcello
Piu
Gian
Maria Testa
"Vitamia" Fuorivia/Egea - 2011 In tutti i negozi di dischi
Tracklist
01
Nuovo
02
Lasciami
andare
03
Lele
04
Dimestichezze
d'amor
05
Cordiali
saluti
06
18
mila giorni
07
Aquadub
08
Sottosopra
09
20
mila leghe (in fondo al mare)
10
Di
niente, metà
11
La
giostra
Nella
sua bottega l'artigiano lavora il ferro e il legno. Prende il
secondo, lo curva sul fuoco, gli dà forma, lo carteggia.
Prende il ferro e lo batte sul fuoco. Si capisce che ama il legno.
Lo pratica da più tempo, ne conosce l'anima sottile, sa
capire di cosa hanno parlato le foglie, che storie hanno raccontato
e quante ne hanno sentite raccontare dal vento. Ma l'artigiano,
curvo sul suo progetto, nella luce che declina, procede di lima
e di pennello. E sposta un tassello qui e toglie un nodo là,
passa il mordente. Poi cambia idea a torna al ferro.
Alcune cose, alcuni oggetti, alcuni pensieri, hanno bisogno del
ferro per essere espressi. Ma ferro e legno si compenetrano e si
capiscono. Senza uno forse non ci sarebbe l'altro. Senza la passione
civile, l'amore, solo l'amore, che ci starebbe a fare? E così
l'omino coi baffi prosegue il suo lavoro, incurante degli anni che
passano, delle stagioni che si susseguono, della neve che succede
alle foglie cadute e che precede le piogge di marzo. Gioca anche
di understatment. "Che sto facendo, in fondo? Canzonette! Se
anche se ne perde qualcuna, non può essere un danno per l'umanità".
Passano così cinque anni: il disco è pronto. Un prodotto
artigianale fatto con tutta la cura del caso, pensato e ripensato,
corretto e licenziato mal volentieri. Si capisce che, se avesse
potuto, GianMaria, a questo disco avrebbe lavorato un paio d'anni
ancora.
E già me lo vedo nel suo antro al lavoro, in un "gucc"
sperduto sui colli di Alba, in una "boita" dell'angolo
a rifinire al colino le rime alternate de "La giostra",
o limare all'infinito i versi e i fiati rarefatti e trattenuti di
"18 mila giorni" (ossia "Vitamia").
Diciottomila giorni, che poteva essere il titolo di tutto il lavoro,
sono i giorni che servono ad arrivare a 50 anni circa. che detti
così sembrano pochi e sembrano tanti ad un tempo. Fa ancora
più impressione se si pensa che sono solo 432 mila ore. E
cosa vuoi che siano 432 mila ore? Eppure è un vita. La Vitamia,
esclamazione mutuata da Carmelo Bene e da sua moglie. "Ci
sono stati giorni, Vitamia / che anche il giorno aveva un nome /
e di quel nome, qualche mano / si prendeva libertà".
Ma ancora me lo vedo a togliere gli articoli che spezzavano il bel
ritmo di tango antico su cui è distesa in un languido casquet
"Dimestichezze d'amor" e a ragionare
su come proprio quella e solo quella fosse la parola che ci voleva
lì. Perché non sono consuetudini, non sono usi e costumi,
non sono frequenze e frequentazioni, sono esattamente dimestichezze
quelle che intercorrono tra due persone che si amano e che stanno
assieme da tanto tempo. E GianMaria, come mastro Faber, su una singola
parola può impennarsi per mesi. Ma poi, dopo che i mesi hanno
fatto anni e che neve, foglie, vento e sole si sono succeduti con
la inesorabile lentezza di un film coreano, ecco che arriva il momento.
Esce il disco. Ed è una piccola sfilata di gioielli, prodotti
a mano e non a macchina, da uno degli ultimi artigiani della canzone:
GianMaria Testa.
Un
sottile senso di dispiacere mi pervade quando esce un album nuovo
di Gian Maria Testa. Perché so che dovrò aspettare
4-5 anni per ascoltarne un altro. “Io ho dei tempi lunghi
per fare un album, una specie di gioco crudele con me stesso.
Faccio una canzone, la finisco, non la scrivo né niente.
E la lascio lì e lascio passare il tempo. Poi riprendo
in mano la chitarra e la riprovo. Alcune me le sono completamente
dimenticate. E penso che in fondo era il loro destino. Altre me
le ricordo ancora, ma sarebbe stato meglio se me le fossi dimenticate.
Altre ancora, la minor parte, me le ricordo e mi convincono. Sono
quelle che vanno in un disco”. Dopo cinque anni di
attesa Gian Maria Testa torna con “Vitamia”,
un disco di anima e di testa, di passione e di impegno, di legno
e di ferro. dove si parla di figli e operai, di amori finiti o
solo trasformatisi in una “Dimestichezza d’amor”,
di secessioni e tempi bui, ma chiudendo comunque con un sorrisoe
un canto corale: "La giostra".
Cinque anni di lima e di pialla da perfetto artigiano della canzone
d’autore per sbozzare il gioiello di un disco che parli
alternativamente a testa e anima, ma che parli comunque la lingua
della maggiore canzone d’autore.
Un album di legno e di ferro, diviso tra la sua
anima più profonda e la passione civile. "Da una
parte ci sono le canzoni dell’anima, quelle che ho vissuto
dall’interno e che parlano di me e dei miei percorsi più
interni. Come “Dimestichezze d’amor”
o “Di niente, metà”.
Dall’altro ci sono canzoni invece oggettive, che cantano
dei problemi del lavoro come “Cordiali saluti”
che narra di uno scrittore di lettere di licenziamento che cerca
una pioggia di parole d'occasione per indorare la pillola. oppure
“Sottosopra” sugli operai appollaiati
su un gru per protesta. O ancora “20 mila leghe
(in fondo al mare)” per stigmatizzare tutti questi
particolarismi. Ognuno sia libero, beninteso, di pensarla come
vuole, ma bisogna combattere con questa abitudine di tagliare
tutto quello che non va. Non va bene? E allora separiamo il nord
dal sud, poi le singole regioni, poi le città, quindi finiamo
per non andare più alle riunione di condominio”.
Sono passati cinque anni dall’album sulle migrazioni “Da
questa parte del mare”, targa Tenco del 2007. Un
lavoro imprescindibile per chi ama la canzone d’autore.
"Vitamia" è diverso, è
altra roba e forse non è nemmeno comparabile. Quella era
una storia unica, suddivisa in capitoli scanditi da canzoni, questo
è un album con un fodero di legno, di canzoni in fondo
d'amore, che, come scrive nella prefazione del libro di Isabella
Zoppi su GianMaria Testa, Erri De Luca "La tua voce s'arrampica
un balcone, soffia all'amato le parole da dire all'affacciata.
La tua voce è Cyrano, nascosto nel cortile, che insegna
al maschile smemorato come bussare a un bacio di ragazza /.../
Niente altro che amori, polpa scoperchiata da un coltello che
scortica, sbuccia e, sotto, il frutto è bianco. Solo amori.
/.../ Nient'altro che fiori, compratene un mazzetto, portateli
sudati, trafelati, alla creatura preferita, amata".
E dentro al fodero di legno un cuore di ferro, pulsante, e quindi
rock, che urla e che stride (strano, inconsueto in GianMaria),
che polemizza, sarcasticheggia. Dopo il primo scostamento, per
questa brusca diversione però si capisce che si possono
amare anche quelle canzoni: anche il rock tirato di "Sottosopra",
su un operaio appollaiato per protesta in cima ad una gru o le
chitarre elettriche lacerate che esprimono lo strappo del funerale
in "Lasciami andare". Forse
"Cordiali saluti" continua
a restarmi un po' ostica. Sì, lo spunto c'è,.è
carino, ma non la catalogherei tra le cose venute meglio nella
produzione di GianMaria e anche "Aquadub"
solleva qualche dub(-bio), come forse la scelta di impilare in
fila "Cordiali saluti", "Vitamia", "Aquadub"
e "Sottosopra" che fanno un disco nel disco, un disco
diverso e nemmeno diviso in facciata A e B, ma proprio il calore
del legno e la freddezza del ferro che si vanno a scontrare, alternare
e penetrare.
Certo,
è un disco meno organico di "Da questa parte
del mare", ma questo voleva essere e questo è.
E per altri cinque anni non ci è dato sperare in altro.
Per cui ce lo teniamo bello stretto "Vitamia",
uno dei dischi più importanti usciti quest'anno. E ci impariamo
a memoria le parole della canzone più bella (per noi),
la tristissima "Di niente, metà", struggente
racconto del vuoto che resta dopo una separazione, reso con parole
che sono solo poesia. Anche nella scelta dell'estrema rarefazione:
"Volerti soltanto per me / sembrav rubare qualcosa /
con tutta la vita che c'è / noi sempre chiusi in una storia
/ una sola. / Cos' abbimo detto si va / e poi caso mai si ritorna
/ tu hai preso di niente di metà / e io l'alro niente e
poi ho chiuso la porta". Più malinconica del
più malinconico Jannacci, un pezzo di rara grazia e profonditò,
dove l'apporto del trombone di Gianluca Petrella è parte
costitutiva del tessuto narrante. Così come da brivido
è l'ingresso del violoncello di Mario Brunello nel finale
di "Lele", una storia di suicidio,
ambientata negli anni settanta in Piemonte e attualizzata alle
nuove circostanze dell'immigrazione attuale.
"Nuovo" è invece un'altro
brano di leggerezza suprema, dedicato "al mio piccolo Principe
delle Asturie", ossia il figlio più piccolo di GianMaria.
"Nuovo da lasciare un gusto in gola / nuovo come una
parola che non so / nuovo che se chiamo e non rispondi / molto
forte, molto più forte / ti chiamerò".
E stringe la gola l'addio implicito nei funerali evocato in "Lasciami
andare": "Non sono venuto per salutare
/ ché io non conosco / il tono giusto del saluto / e nemmeno
le parole / per la circostanza / e dove mettere le mani / dove
guardare / quale muro della stanza guardare".
Sono solo undici canzoni:
le prime quattro e le ultime due sopra la norma, da cinque stelle,
"18 mila giorni" e "Sottosopra"
da quattro stelle, un pelo sotto "20 leghe sotto il mare"
e "Aquadub" (evidentemente preferisco le canzoni "di
vino" a quelle "d'acqua") e"Cordiali
saluti" coraggiosa, ma non riuscita. Più
che a sufficienza per tenerci "Vitamia" sul cuore come
un album prezioso, curato nei minimi dettagli da un artigiano
meticoloso. E dannatamente lento!