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Le BiELLE RECENSIONI
Gian Maria Testa: "Vitamia"
Un disco di legno e di ferro forgiato con cura in bottega
di Giorgio Maimone
Ascolti collegati
Gian Maria Testa
Da questa parte del mare

Gian Maria Testa
Solo

Gian Maria Testa
Lampo

Gian Maria Testa
Altre latitudini

Gian Maria Testa
Montgolfieres

Gian Maria Testa
Extra muros

Crediti:
GianMaria Testa (voce, chitarra, chitarra elettrica); Claudio Dadone (chitarra, chitarra elettrica, coro); Giancarlo Bianchetti (chitarra classica ed elettrica, coro); Nicola Negrini (contrabbasso, coro); Philippe Garcia (batteria, coro)

Ospiti: Roberto Cipelli (pianoforte, piano Rhodes, coro); Luciano Biondini (fisarmonica); Carlo De MArtinini (violino, viola); Mario Brunello (violoncello in "Lele"); Gianluca Petrella (trombone);

Testi e musiche GianMaria Testa
Prodotto da Paola Farinetti per Produzioni Fuorivia
Pre-produzione artistica: GianMaria Testa, Claudio Dadone, Paola Farinetti
Arrangiamenti "Cordiali saluti" e "Sottosopra" Claudio Dadone. Trio d'archi in "Lele" scritto da Roberto Cipelli, tranne il finale per violoncello solo di Mario Brunello

Registratoalla Fonoprint di Bologna da Roberto Barillari. Assistenete e fonico aggiunto Enrico Capalbo - maggio 2011
Mixato alla Fonoprinti di Bologna da Roberto Barillari. Mastering Maurizio Biancani
Progetto grafico Danilo Manassero da una foto di MArcello Piu

Tracklist

01 Nuovo
02

Lasciami andare

03 Lele
04 Dimestichezze d'amor
05 Cordiali saluti
06 18 mila giorni
07 Aquadub
08 Sottosopra
09 20 mila leghe (in fondo al mare)
10 Di niente, metà
11 La giostra
Nella sua bottega l'artigiano lavora il ferro e il legno. Prende il secondo, lo curva sul fuoco, gli dà forma, lo carteggia. Prende il ferro e lo batte sul fuoco. Si capisce che ama il legno. Lo pratica da più tempo, ne conosce l'anima sottile, sa capire di cosa hanno parlato le foglie, che storie hanno raccontato e quante ne hanno sentite raccontare dal vento. Ma l'artigiano, curvo sul suo progetto, nella luce che declina, procede di lima e di pennello. E sposta un tassello qui e toglie un nodo là, passa il mordente. Poi cambia idea a torna al ferro.

Alcune cose, alcuni oggetti, alcuni pensieri, hanno bisogno del ferro per essere espressi. Ma ferro e legno si compenetrano e si capiscono. Senza uno forse non ci sarebbe l'altro. Senza la passione civile, l'amore, solo l'amore, che ci starebbe a fare? E così l'omino coi baffi prosegue il suo lavoro, incurante degli anni che passano, delle stagioni che si susseguono, della neve che succede alle foglie cadute e che precede le piogge di marzo. Gioca anche di understatment. "Che sto facendo, in fondo? Canzonette! Se anche se ne perde qualcuna, non può essere un danno per l'umanità". Passano così cinque anni: il disco è pronto. Un prodotto artigianale fatto con tutta la cura del caso, pensato e ripensato, corretto e licenziato mal volentieri. Si capisce che, se avesse potuto, GianMaria, a questo disco avrebbe lavorato un paio d'anni ancora.


E già me lo vedo nel suo antro al lavoro, in un "gucc" sperduto sui colli di Alba, in una "boita" dell'angolo a rifinire al colino le rime alternate de "La giostra", o limare all'infinito i versi e i fiati rarefatti e trattenuti di "18 mila giorni" (ossia "Vitamia"). Diciottomila giorni, che poteva essere il titolo di tutto il lavoro, sono i giorni che servono ad arrivare a 50 anni circa. che detti così sembrano pochi e sembrano tanti ad un tempo. Fa ancora più impressione se si pensa che sono solo 432 mila ore. E cosa vuoi che siano 432 mila ore? Eppure è un vita. La Vitamia, esclamazione mutuata da Carmelo Bene e da sua moglie. "Ci sono stati giorni, Vitamia / che anche il giorno aveva un nome / e di quel nome, qualche mano / si prendeva libertà". Ma ancora me lo vedo a togliere gli articoli che spezzavano il bel ritmo di tango antico su cui è distesa in un languido casquet "Dimestichezze d'amor" e a ragionare su come proprio quella e solo quella fosse la parola che ci voleva lì. Perché non sono consuetudini, non sono usi e costumi, non sono frequenze e frequentazioni, sono esattamente dimestichezze quelle che intercorrono tra due persone che si amano e che stanno assieme da tanto tempo. E GianMaria, come mastro Faber, su una singola parola può impennarsi per mesi. Ma poi, dopo che i mesi hanno fatto anni e che neve, foglie, vento e sole si sono succeduti con la inesorabile lentezza di un film coreano, ecco che arriva il momento. Esce il disco. Ed è una piccola sfilata di gioielli, prodotti a mano e non a macchina, da uno degli ultimi artigiani della canzone: GianMaria Testa.

Un sottile senso di dispiacere mi pervade quando esce un album nuovo di Gian Maria Testa. Perché so che dovrò aspettare 4-5 anni per ascoltarne un altro. “Io ho dei tempi lunghi per fare un album, una specie di gioco crudele con me stesso. Faccio una canzone, la finisco, non la scrivo né niente. E la lascio lì e lascio passare il tempo. Poi riprendo in mano la chitarra e la riprovo. Alcune me le sono completamente dimenticate. E penso che in fondo era il loro destino. Altre me le ricordo ancora, ma sarebbe stato meglio se me le fossi dimenticate. Altre ancora, la minor parte, me le ricordo e mi convincono. Sono quelle che vanno in un disco”. Dopo cinque anni di attesa Gian Maria Testa torna con “Vitamia”, un disco di anima e di testa, di passione e di impegno, di legno e di ferro. dove si parla di figli e operai, di amori finiti o solo trasformatisi in una “Dimestichezza d’amor”, di secessioni e tempi bui, ma chiudendo comunque con un sorrisoe un canto corale: "La giostra". Cinque anni di lima e di pialla da perfetto artigiano della canzone d’autore per sbozzare il gioiello di un disco che parli alternativamente a testa e anima, ma che parli comunque la lingua della maggiore canzone d’autore.




Un album di legno e di ferro, diviso tra la sua anima più profonda e la passione civile. "Da una parte ci sono le canzoni dell’anima, quelle che ho vissuto dall’interno e che parlano di me e dei miei percorsi più interni. Come “Dimestichezze d’amor” o “Di niente, metà”. Dall’altro ci sono canzoni invece oggettive, che cantano dei problemi del lavoro come “Cordiali saluti” che narra di uno scrittore di lettere di licenziamento che cerca una pioggia di parole d'occasione per indorare la pillola. oppure “Sottosopra” sugli operai appollaiati su un gru per protesta. O ancora “20 mila leghe (in fondo al mare)” per stigmatizzare tutti questi particolarismi. Ognuno sia libero, beninteso, di pensarla come vuole, ma bisogna combattere con questa abitudine di tagliare tutto quello che non va. Non va bene? E allora separiamo il nord dal sud, poi le singole regioni, poi le città, quindi finiamo per non andare più alle riunione di condominio”.

Sono passati cinque anni dall’album sulle migrazioni “Da questa parte del mare”, targa Tenco del 2007. Un lavoro imprescindibile per chi ama la canzone d’autore. "Vitamia" è diverso, è altra roba e forse non è nemmeno comparabile. Quella era una storia unica, suddivisa in capitoli scanditi da canzoni, questo è un album con un fodero di legno, di canzoni in fondo d'amore, che, come scrive nella prefazione del libro di Isabella Zoppi su GianMaria Testa, Erri De Luca "La tua voce s'arrampica un balcone, soffia all'amato le parole da dire all'affacciata. La tua voce è Cyrano, nascosto nel cortile, che insegna al maschile smemorato come bussare a un bacio di ragazza /.../ Niente altro che amori, polpa scoperchiata da un coltello che scortica, sbuccia e, sotto, il frutto è bianco. Solo amori. /.../ Nient'altro che fiori, compratene un mazzetto, portateli sudati, trafelati, alla creatura preferita, amata".

E dentro al fodero di legno un cuore di ferro, pulsante, e quindi rock, che urla e che stride (strano, inconsueto in GianMaria), che polemizza, sarcasticheggia. Dopo il primo scostamento, per questa brusca diversione però si capisce che si possono amare anche quelle canzoni: anche il rock tirato di "Sottosopra", su un operaio appollaiato per protesta in cima ad una gru o le chitarre elettriche lacerate che esprimono lo strappo del funerale in "Lasciami andare". Forse "Cordiali saluti" continua a restarmi un po' ostica. Sì, lo spunto c'è,.è carino, ma non la catalogherei tra le cose venute meglio nella produzione di GianMaria e anche "Aquadub" solleva qualche dub(-bio), come forse la scelta di impilare in fila "Cordiali saluti", "Vitamia", "Aquadub" e "Sottosopra" che fanno un disco nel disco, un disco diverso e nemmeno diviso in facciata A e B, ma proprio il calore del legno e la freddezza del ferro che si vanno a scontrare, alternare e penetrare.

Certo, è un disco meno organico di "Da questa parte del mare", ma questo voleva essere e questo è. E per altri cinque anni non ci è dato sperare in altro. Per cui ce lo teniamo bello stretto "Vitamia", uno dei dischi più importanti usciti quest'anno. E ci impariamo a memoria le parole della canzone più bella (per noi), la tristissima "Di niente, metà", struggente racconto del vuoto che resta dopo una separazione, reso con parole che sono solo poesia. Anche nella scelta dell'estrema rarefazione: "Volerti soltanto per me / sembrav rubare qualcosa / con tutta la vita che c'è / noi sempre chiusi in una storia / una sola. / Cos' abbimo detto si va / e poi caso mai si ritorna / tu hai preso di niente di metà / e io l'alro niente e poi ho chiuso la porta". Più malinconica del più malinconico Jannacci, un pezzo di rara grazia e profonditò, dove l'apporto del trombone di Gianluca Petrella è parte costitutiva del tessuto narrante. Così come da brivido è l'ingresso del violoncello di Mario Brunello nel finale di "Lele", una storia di suicidio, ambientata negli anni settanta in Piemonte e attualizzata alle nuove circostanze dell'immigrazione attuale.

"Nuovo" è invece un'altro brano di leggerezza suprema, dedicato "al mio piccolo Principe delle Asturie", ossia il figlio più piccolo di GianMaria. "Nuovo da lasciare un gusto in gola / nuovo come una parola che non so / nuovo che se chiamo e non rispondi / molto forte, molto più forte / ti chiamerò". E stringe la gola l'addio implicito nei funerali evocato in "Lasciami andare": "Non sono venuto per salutare / ché io non conosco / il tono giusto del saluto / e nemmeno le parole / per la circostanza / e dove mettere le mani / dove guardare / quale muro della stanza guardare".

Sono solo undici canzoni
: le prime quattro e le ultime due sopra la norma, da cinque stelle, "18 mila giorni" e "Sottosopra" da quattro stelle, un pelo sotto "20 leghe sotto il mare" e "Aquadub" (evidentemente preferisco le canzoni "di vino" a quelle "d'acqua") e"Cordiali saluti" coraggiosa, ma non riuscita. Più che a sufficienza per tenerci "Vitamia" sul cuore come un album prezioso, curato nei minimi dettagli da un artigiano meticoloso. E dannatamente lento!


Ultimo aggiornamento: 20-10-2011