Una
Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.
Le
BiELLE RECENSIONI
Yo
Yo Mundi: "Munfrà" Un magnifico
paesaggio in forma di musica di
Silvano Rubino
Ascolti
collegati
Yo Yo Mundi
Album Rosso
Yo
Yo Mundi
Alla bellezza dei margini
Yo
Yo Mundi
54
Paolo Benvegnù
Le labbra
Yo
Yo Mundi
La Banda Tom
Susanna Parigi
L'insulto delle parole
Crediti:
Registrato da Fabio Martino con la collaborazione di Fabrizio
Barale allo studio Casa Bollente di Acqui Terme nel 2009-2010
Missato da Fabrizio Barale e Fabio Martino allo studio Casa
Bollente
Editing e mastering di Fabio Martino nel gennaio 2011 allo
studio Sciopero Mastering
Realizzazione artistica: Fabio Martino
e Yo Yo Mundi con la supervisione di Beppe Greppi
Grafica fotografia e illustrazioni: Ivano A. Antonazzo
Produzione esecutiva: Associazione Culturale Gioco del Mondo
e L’Impazienza snc
Yo Yo Mundi
Paolo E. Archetti Maestri - voce, chitarra acustica, chitarra
elettrica
Fabio Martino - fisarmonica, melodica, pianoforte, glockenspiel,
vibrafono, harmonium, organo, voce
Andrea Cavalieri - contrabbasso e contrabbasso elettrico,
basso acustico e elettrico, clarinetto, clarinetto basso,
voce
Fabrizio Barale - lap steel guitar, mandola, chitarra acustica
e classica
Eugenio Merico - batteria
con la partecipazione di:
Hevia, Eugenio Finardi, Steve Wickham, Banda Osiris, Sergio
Berardo (Lou Dalfin), Nabil Salameh e Michele Lobaccaro (Radiodervish),
Mario Arcari, Betti Zambruno, Filippo Gambetta, Vincenzo Zitello,
Fabio Rinaudo e Daniele Caronna (Birkin Tree), Maurizio Camardi,
Claudio Fossati, Franco Minelli (Orchestra Bailam), Elisabetta
Gagliardi, Andrea Masotti e Stefano Valla, Alex Leonte, Gianluca
Dessì, Diego Pangolino, Dario pg Milan, Silvio Barisone,
Luca Olivieri, Alessandro Pipino, Gino Capogna, Bandarotta
Fraudolenta e Bertino Astori.
1. "Munfrà" (3:25)
2. "Sstéila" (2:27)
3. "Il grande libro dell'ombra" (4:41)
4. "Dùma ch'andùma" (1:36)
5. "Carvé 1928" (4:38)
6. "Na bèla còrba ed nìule"
(5:03)
7. "Arcanssél" (2:49)
8. "Léngua ed ssu" (3:13)
9. "Sstéila Féssta" (0:46)
10. "Tè chi t'éi?" (4:25)
11. "Trapulìn" (2:57)
12. "Rataràura" (3:03)
13. "Rabdomantiko" (4:42)
14. "Léngua ed ssu: el bal" (1:20)
15. "La ballata del tempo del sogno" (4:25)
16. "Orsanti" (3:48)
Cosa
distingue un bel disco, una bella raccolta di canzoni, da un grande
disco? Cosa lo rende ancora degno di essere acquistato nella sua
forma tradizionale (cd+libretto) e non semplicemente scaricato (legalmente
o meno)? Le risposte possono essere tante. Io, dopo aver acquistato
e ascoltato svariate volte “Munfrà” degli Yo
Yo Mundi, mi sono dato questa risposta: l’idea. L’idea
forte che sta dietro al progetto, la capacità di rendere
il disco qualcosa di più che un insieme di canzoni, ma, appunto,
un progetto. Un progetto che va ascoltato, certo, ma anche letto
(le traduzioni dei testi, ma anche le preziose note di accompagnamento),
assaporato nella sua unitarietà. E anche immaginato, perché
alla fine “Munfrà” è anche un paesaggio,
un paesaggio unico e bellissimo, restituito in forma di musica.
Allora se l’idea forte c’è, se
poi questa idea viene sviluppata in una narrazione che sa emozionare
e coinvolgere, che sa trasportare dentro luoghi e storie che magari
non ci appartengono, ma che alla fine della narrazione stessa sentiamo
un po’ nostri, direi che il gioco è fatto. Il disco
è un gran disco. "Questo “Munfrà” è
“magnifico”. Non posso che concordare con Paolo
Conte, che così lo definisce nella (bellissima)
nota di introduzione.
È un disco che è il frutto di un lungo lavoro di
ricerca (quattro anni, come spiegano gli stessi Yo Yo nell’introduzione)
fatto nella loro terra di appartenenza, il Monferrato: «Abbiamo
cercato un suono nella memoria del Monferrato, una musica popolare
tra la musica “selvatica” (fu Paolo Conte a definire
così la nostra musica), frammenti di racconti minimi tra
gli accadimenti della storia». Quindi, un disco in
buona parte in dialetto, prevalentemente legato alla musica popolare
(non una novità per gli Yo Yo, da sempre in equilibrio
tra folk e rock). Con un ampio uso di strumenti della tradizione
(ghironde, cornamuse, cembali, mandolini, organetti, ma soprattutto
e sopra tutti la strepitosa fisarmonica di Fabio Martino,
“scatola magica, torre di Babe e regina di Saba”,
per dirla sempre con Paolo Conte) e incursioni in atmosfere celtiche
e mediterranee, all’insegna della contaminazione (perché
il Monferrato è anche, tradizionalmente, luogo di passaggio
e di incontri). Con uno sguardo alla tradizione orale delle leggende,
delle filastrocche, delle storie contadine. Un disco che guarda
al passato, ma che è capace di restituirci qualcosa di
nuovo, una miscela originale, un Monferrato immaginario, così
come era immaginario il Mediterraneo di “Creuza
de ma” di De André
e Pagani. Cito la nota stampa di accompagnamento
al cd, che mi pare rende perfettamente l’idea: «Il
risultato di questa ricerca a ritroso, tra le radici di un luogo
come il Monferrato, diventa il germoglio di qualcosa di inedito
e nuovo, qualcosa che prima non c’era, almeno non in questa
forma, non con queste sfumature».
Il viaggio comincia con “Munfrà”,
title track programmatica, brano strumentale, con cornamuse, tin
whistle, e la ghironda di Sergio Berardo dei
Lou Dalfin (le valli occitane sono lì a due passi).
È il primo emergere di quel “suono” cercato
e ritrovato, che passa anche per le atmosfere da festa paesana,
quelle di “Sstéila”
(con gli intarsi di organetto di Filippo Gambetta)
o per le cornamuse dell’asturiano Hevia,
ospitate ne "Il grande libro dell'ombra"
(il libro che contiene le piccole storie che non conquistano la
ribalta della grande storia) o per il mandolino di Steve
Wickham ("Dùma ch'andùma",
aggraziato valzerino dedicato a Dino Crocco,
mitologico conduttore di trasmissioni televisive nelle tv private
del Basso Piemonte). Una spruzzata di Sudamerica da balera (grazie
alla sezione fiati della Bandarotta Fraudolenta
e dalla lap steel guitar) caratterizza invece “Carvé
1928”, che racconta del carnevale festeggiato
in Acqui Terme alla fine degli anni Venti, un inno giocoso alla
festa e alla compagnia. "Na bèla còrba
ed nìule" è un omaggio al monferrino
Luigi Tenco, immaginato mentre guarda dall’alto
la sua terra in un giorno d’estate, pronto a unirsi all’atmosfera
di festa che caratterizza il momento del raccolto, in attesa del
vento del Monferrato, profumato di mare. “Arcanssél”
è un momento sognante e quasi sospeso, come una sera di
campagna, dal sapore celtico, mirabilmente sottolineato dai fiati
di Mario Arcari e dall’arpa celtica di
Vincenzo Zitello, "Léngua ed
ssu" (la lingua di sole che precede l’arrivo
della primavera), un valzer campestre reso scoppiettante dalla
presenza della Banda Osiris, "Sstéila
Féssta" una reprise strumentale di “Sstèila”
con il violino “transilvano” di Alex Leonte
e le percussioni di Diego Pangolino.
Siccome però “la cultura scaturisce e si colora
grazie all’incontro, non con le pratiche immobili della
conservazione” (come si legge nelle note di copertina),
non c’è da stupirsi di imbattersi in "Tè
chi t'éi?" e nelle sue sonorità
tipicamente mediterranee (in primo piano l’oud di Franco
Minelli). La canzone racconta di un incontro: uno è
un abitante del luogo l'altro è uno straniero, forse un
saraceno (incarnato dalla voce suadente di Nabil Salameh
dei Radiodervish). Si chiedono entrambi nella
loro lingua “tu chi sei”?, per poi riconoscersi
come uguali. Dal Mediterraneo si torna all’atmosfera di
paese, con "Trapulìn",
un bellissimo dialogo tra la fisarmonica di Fabio Martino e l’organetto
di Filippo Gambetta e con "Rataràura"
(“pipistrello”), che parte da una filastrocca popolare
per fare un allegro elogio della diversità, in forma di
marcetta. “Rabdomantiko”
è un’incursione nell’attualità, un omaggio
all’acqua bene comune in occasione della campagna referendaria,
seguita da “Léngua Ed Ssu: El Bâl”,
reprise di “Léngua Ed Ssu” con Andrea
Masotti alla müsa e Stefano Valla
al piffero. Si chiude in bellezza: prima l’incedere medievalizzante
de “La ballata del tempo del sogno”,
impreziosita dal canto di Eugenio Finardi (il
favolistico racconto della nascita della parola “Monferrato”)
e poi la festa di piazza di “Orsanti”
e della bonus track “Carvè 2001”:
valzer, banda (nella fattispecie, i fiati della Bandarotta Fraudolenta)
e fuochi d’artificio (metaforici).
Che altro aggiungere dopo aver velocemente illustrato la ricchezza
di questo “Munfrà”? Che è davvero “magnifico”,
nel senso etimologico del termine, perché ricchissimo,
di ospiti, di emozioni, di atmosfere, anche di sorprese. Che è
stato realizzato con il contributo e il patrocinio della Regione
Piemonte e della Provincia di Alessandria. Che fa venir una gran
voglia di prendersi una giornata per scoprire (o ritrovare) le
dolci colline del Monferrato, di fermarsi sull’aia di una
cascina, sorridendo a un paesaggio così unico. E di brindare
con un bicchiere di Barbera alla salute del “Munfrà”,
alle storie e ai suoni che lo popolano e a chi ha saputo scoprirli
e ricrearli con tanto talento e tante passione .