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Le BiELLE RECENSIONI
Le luci della centrale elettrica: "Per ora noi la chiameremo felicità"
Un terzo album o la pulizia delle insalate a Londra?
di Leon Ravasi
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Crediti:
Vasco Brondi (chjitarra acustica, elettrica, voce); Stefano Pilia (Massimo Volume) (chitarre elettriche, bassi); Rodrigo D'Erasmo (Afterhours) (violino eletttrico, violectra), Enrico Gabrielli (Calibro 35, Vinicio Capossela) (organi, rhodes, pianoforti, clarinetti, flauti), e la partecipazione di Giorgio Canali (PGR, CSI) (chitarra acustica).

Tutte le canzoni di Vasco Brondi
Produzione artistica Le luci della centrale elettrica
Produzione esecutiva Cara catastrofe (produci consuma crepa)


La copertina e il booklet del disco sono stati curati da Andrea Bruno,

Su Bielle
Ascolti: "L'amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici"

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Le Luci della centrale elettrica
"Per ora noi la chiameremo felicità"

La Tempesta / Cara Catastrofe, dist. Venus (2010)
In quasi tutti i negozi di dischi sopravvissuti

Tracklist

01. Cara catastrofe
02. Quando tornerai dall'estero
03. Una guerra fredda
04. Fuochi artificiali
05. L'amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici
06. Anidride carbonica
07. Le petroliere
08. Per respingerti in mare
09. I nostri corpi celesti
10. Le ragazze kamikaze
Quando avevo 20 anni, l'età in cui tutti, compresi gli idioti, scrivono canzoni d'amore (o poesie), scrivevo canzoni esattamente così. Due strofe con tono basso, una urlata, due basse e una urlata. Credevo di dire cose molto importanti per questo le urlavo con passione. Forse per questo, quando qualche anno fa è uscito Vasco Brondi, ossia Le Luci della Centrale elettrica, l'ho accolto con così tanto favore. Ci vedevo parte della rabbia e della necessità di esprimersi dei vent'anni. Ora sono passati alcuni anni, sia dai miei venti che dal debutto delle Luci e, visto che abbiamo la nostra parte di responsabilità nell'entusiasmo con cui abbiamo accolto Vasco all'esordio dobbiamo cercare di giustificarne gli entusiasmi. Più o meno due nomi in periodo vicini ci avevano dato la stessa sensazione: gli Offlaga Disco Pax e Le luci della centrale elettrica. Bellissimo disco, il primo. Riusciranno a farne un secondo? Gli Offlaga hanno fatto "Bachelite" ed era un buon disco. Vasco Brondi ci riprova con "Per ora noi la chiameremo felicità". Che è a sua volta un buon disco. Non un ottimo disco.

Cerchiamo di intenderci. Se fosse uscito questo come primo disco ora saremmo qui a sperticarci in elogi, perché "Per ora noi la chiameremo felicità" è persino migliore di "Canzoni da spiaggia deturpata". Arrangiamenti più curati, canzoni più definite, meno improvvisazione e miglior organizzazione. Ma resta il fatto che è un seocndo disco. Se il primo ci aveva colpito come un cazzotto, il secondo è la replica dello stesso cazzotto. Nel frattempo abbiamo alzato la guardia e il pugno finisce sui guantoni alzati. Se il primo album ci faceva pensare: "Minchia, questo ragazzo! Aveva 10 storie urgenti da narrare, 10 storie che bollivano in pentola come un minestrone impazzito, dieci raccolte di polaroid dal versante della desolazione, di fronte al secondo abum cosa dobbiamo pensare? "Minchia, aveva ancora 10 storie che gli urgevano dentro da cantare"? Oppure che stiamo andando in replica?

Restano alcuni dati, innegabili e che non è necessario spiegare. Vasco è geniale nel trovare definizioni tranchant, piccole esplosioni di poesia raccolte in una frase e con queste costella il cielo delle sue opere dandoci ogni volta uno spazio per un respiro più profondo. Questi semi, questi fiori sono sparsi per ogni dove. Apriamo a caso il libretto: "Sventoleremo le nostre radiografie per non fraintenderci". E' la prima frase del disco, l'apertura di "Cara catastrofe" ed è un pezzo di genio. Ma proseguiamo in ordine sparso: "Gli strascichi delle nostre ombre lunghe come tutta via venti settembre / non c'è un cazzo da piangere, spareremo dei forse da tutte le finestre / venderemo le nostre ore a sei euro, lasceremo delle cie elettroniche / e di notte le esalazioni di monossido di carbonio del nostro amore" ("Una guerra fredda"). "Il vapore acqueo delle nostre illusioni" ("Fuochi artificiali"). "Era per l'alta marea dei nostri sguardi / per i cieli dipinti con i pennarelli scarichi / e altrei cieli coperti dai copertoni bruciati e dai tuoi sbattimenti" ("L'amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici"). "Chiudi le tue gambe bianche i mari rossi le finestre e chiude bene le tue frontiere" (""Anidride carbonica"). "E se ti piove dentro e se hai temporali dentro" ("Le petroliere"). "Il blu oltremare delle nostre anime assiderate / che se avevi gli occhi lucidi era per la congiuntivite" ("Le ragazze kamikaze") .



Ma sono solo alcuni esempi. Altri se ne potrebbero trovare, a migliaia, a mazzi, a ritmi pari, come piovessero gatti e cani. Le canzoni di Vasco mi ricordano sempre quella nota riportata sul retro di copertina di uno dei primi dischi di Bob Dylan (credo fosse "Another side of Bob Dylan") in cui il supremo Bob scrive, parlando di una sua canzone: "ogni riga in essa, ogni singola riga potrebbe essere l'inizio di una nuova canzone". Così è per Vasco. Che però ha anche una controindicazione. Nessuna di queste canzoni arriva a una fine. Nessuna ha uno svolgimento e una trama. Ognuna è solo un fuoco di fila di accostamenti di immagini, nella maggior parte dei casi belle, in altre solo strambe o a capocchia "Le ragazze kamikaze", "I nostri sogni celesti", "Le petroliere").

Il vantaggio è che ognuno di noi può leggere in queste poesie, in queste strofe declamate o urlate esattamente quello che vuole leggere. Ce n'è di sicuro per tutti. Ognuno di noi si ritroverà in una frase, un rigo appena. Lo svantaggio è che non sappiamo mai cosa stia cercando di dirci "globalmente" Vasco Brondi. Forse "globalmente" è un termine che non attiene alla poesia, forse neanche ai blog, ma che forse (e dico sempre "forse") potrebbe avere a che fare con lo svolgimento di una canzone che non dico debba sempre avere chorus, bridge e hook, come nei manuali di composizione, ma ogni tanto un capo e una coda forse sì.

Mi accorgo che ci inoltreremmo qui sulla lunga strada impervia che porta a definire cosa sia la poesia e capisco, altrettanto agevolmente e rapidamente che non ne usciremmo più. Quindi non mi ci incammino. Però cerchiamo di finire il discorso sulle Luci della centrale elettrica, che qui accolgono a bordo personaggi prestigiosi del rock indie italiano: dai Massimo Volume agli Afterhours, ai Csi, ai Calibro 35, senza per altro cambiare di molto la cifra stilistica del primo lavoro. Cosa ci resta di "Per ora noi la chiameremo felciità"? Ci resta il titolo che viene da Leo Ferré: “C'è una frase di Leo Ferrè che mi ha colpito, La disperazione è una forma superiore di critica, per ora noi la chiameremo felicità. Ecco.. il titolo arriva da lì", racconta Vasco. Restano brillanti giochi di parole, citazioni colte, forse volute e forse no. Ma resta soprattutto la sensazione di una stazione di passaggio.

"Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista" dice Caparezza in "Il secondo secondo me". E allora prendiamo così com'è, che non è male e passiamo rapidamente al terzo album. Che non potrà essere ancora una volta così. Dovrà compiere dei movimenti o degli spostamente in un senso o nell'altro e da quei movimenti, da quegli spostamenti, forse capiremo la vera portata dell'opera di Vasco Brondi, a meno che, come lui stesso ha dichiarato e come riporta un gruppo immediatamente sorto su Facebook, non vada a pulire insalate a Londra: "pensare in termini di carriera a Le Luci della Centrale Elettrica mi fa orrore: (...) oggi la prospettiva di andare tra un anno a Londra a pulire insalate in un ristorante mi elettrizza più di quella di registrare un terzo disco, girare gli stessi venti club e fare altre duecento interviste". (Intervista sul "Mucchio" di novembre). Facciamo un patto: nessuna intervista, niente insalate, ma terzo disco sì. Che ne dici Vasco?




Ultimo aggiornamento: 10-01-2011