Giorgia
Del Mese
Sto bene
Pain Records - 2011 Nei
migliori negozi di dischi
Tracklist
01
Cattivo tempo
02
Non starmi a sentire
03
Così così
04
Niente da espiare
05
Scusa
06
Sto bene
07
Odio l'estate
08
Ad alta voce
09
Parto
10
Forte dei Marmi
Giorgia
del Mese, nativa di Avellino, ma da anni a Firenze, giunge al suo
disco d’esordio “Sto bene” dopo un quinquennio
d’importanti riconoscimenti, nel 2006 è migliore cantautrice
al Premio Nazionale per cantautori “Scrivendo canzoni”,
nel 2007 vince il premio “Personalità artistica”
al Concorso Nazionale per cantautori “Premio Poggio Bustone”
e il “Premio della critica” al concorso nazionale per
cantautrici “Premio Bianca D’Aponte”. Nel 2009
vince il Premio Nazionale per cantautrici “Tra musica e parole”
e i premi della critica e “Top One Comunication” al
Premio Bianca D’Aponte”. Nel 2010 si aggiudica il premio
“Migliore interpretazione” al Premio Bindi.
Si potrebbe quindi dedurre che il titolo del
lavoro derivi da un certo stato di soddisfazione per quanto realizzato
fino ad ora ma non è per niente così, perché
ascoltando il disco, ci si accorge ben presto che il titolo è
un eufemismo e in realtà è espressione di una calma
solo apparente.
Si potrebbe dire che è uno “sto
bene” con la condizionale, anche durante la sua ottima apparizione
nell’edizione 2011 del Premio Tenco (è stata chiamata
anche dagli organizzatori del Premio Tenco), Giorgia ha voluto
precisare che la musica per lei è un po’ come una
valvola di sfogo e che, è approdata al linguaggio della
canzone d’autore, come conseguenza del suo non militare
più attivamente in difesa di certi ideali, un’espressione
che la accomuna un po’ a quel “io canto per non ammazzare
/ perché se non canto mi sparo” della canzone “Arte”
di Alessio Lega.
Ecco allora
che, quelle che a un ascolto superficiale potrebbero sembrare
canzoni musicalmente assimilabili al miglior pop d’autore,
di botto rivelano tutto un mondo interiore in fermento, che a
volte sfocia nel sociale altre volte si limita, invece, a rivelare
le proprie difficoltà a rapportarsi con le persone che
ci vivono accanto e con la società più in generale.
In ogni caso Giorgia del Mese annovera nel suo bagaglio d’artista
ben più di un pregio, primo fra tutti la voce, duttile
e profonda, che a tratti mi ricorda per passionalità e
soprattutto personalità, quella della scomparsa Mia Martini.
Dimostra poi una grinta e un’energia straordinarie nell’interpretare
le proprie personalissime creazioni, canzoni che oscillano continuamente
tra la migliore canzone d’autore nel senso più stretto
del termine, il pop, il rock, il tutto dentro una cifra stilistica
unica e riconoscibilissima.
Quali invece i contenuti di queste dieci tracce?
Si parte
con “Cattivo tempo”, brano
già presentato al pubblico durante la sua prima apparizione
al Premio Bianca D’Aponte e che rivela sicuramente il lato
più personale di Giorgia, evidente qui è il senso
di smarrimento “magari mi chiamo così mi rispondo
/ magari mi scrivo così mi racconto / magari mi specchio
riconosco il mio tratto”.
Lo stesso
vale per la splendida “Non starmi a sentire”
dove il disagio è quello provato dentro un rapporto a due,
descritto tramite un numero considerevole di metafore “Come
fosse agosto /senza un temporale / Una coperta in piuma d’oca
/ e fa già un caldo da morire” in cui però
l’amore aiuta a guardare oltre le difficoltà “Come
un amaro che se c’è va bene / Ma basta tutto il resto
/ per saziarmi il cuore / Non mi cambi l’umore / no no no
no / Non starmi a sentire“.
Dal carattere
pulsante e ondivago, in parte rockeggiante in parte melodica,
“Così così”
è come fosse la sua carta d’identità e ci
rivela non tanto i tratti somatici di Giorgia, quanto il suo modo
di essere cantautrice “Io voglio volare senza chiedere scusa
/ La musica la musica / è cambiata e allora osa“
e lei osa, eccome, con grande personalità.
Un suo forte
sospiro, come quello emesso da chi ha ormai superato la soglia
della sopportazione, introduce, dopo tre canzoni molto tese e
tirate, il brano “Niente da espiare”
uno dei più efficaci dell’intero progetto. Meno teso
dei precedenti, permette all’ascoltatore di riprendere un
po’ il fiato, ma non più di tanto, perché
Giorgia ci canta decisa “L’aria crepuscolare non la
reggo più e urlo / Guarda attenta c’è un cane
/ Amore non c’è più niente da espiare”.
“Scusa”,
con il suo incedere lento, è invece un’amara riflessione
su un rapporto d’amore che vien da lontano, tra tante difficoltà,
come accade spesso, ora, però c’è come una
maggiore maturità, che porta così a una nuova importante
consapevolezza “e chiedo scusa / e non è cosa da
niente / chiedere scusa / come chi non si difende / chiedere scusa
non cambia il resto di niente”.
La title-track
“Sto bene” mostra invece
il lato più sociale di Giorgia che parte pur sempre dal
proprio io, ma è soprattutto la rabbia di fronte alle mille
contraddizioni del nostro paese a emergere e con vigore “io
do un nome alle cose / ma mi devo calmare / conviene stare distesi
/ inspirare e sperare” fino all’unica sua personalissima
conclusione “è una cosa normale / anch’io mi
sento normale / mi assento un attimo e mi assento / ma vi giuro
sto bene”.
“Odio
l’estate” vola leggera come tante canzoni
estive e per un attimo mi riporta alla mente, forse per il titolo
forse per le sue indubbie doti vocali, l’indimenticabile
Giuni Russo di “Un’estate al mare”, ma Giorgia
non ci sta a certi stereotipi radiofonici, al divertimento a tutti
i costi e allora canta “Estate ma ho una vendetta / basterà
aspettare / il cielo grigio / si dà meno arie / mi siedo
piano / e aspetto un temporale”.
“Ad
alta voce” è una canzone tesa che denuncia
i soprusi fatti da chi indossa una divisa e lo fa vivendo il proprio
ruolo ad alta voce “Io vivo ad alta voce / Per non farmi
più assordare / E sparo prima / Di restarci troppo male”
e allora autogiustifica quanto accaduto a un ragazzo di Ferrara
così “E poi vedessi quei suoi occhi / Pieni di fuoco
rosso / Per calmarlo è stata dura / Mica è colpa
mia se è morto” e quello a un altro ragazzo di Torino
così “Torino si sa / è un po’ particolare
/ E poi non stava tanto bene / Su quella ringhiera / Io l’ho
spinto e lui è volato / E’ morto solo un poco prima”.
“Io
parto” invece, compassata, quasi rassegnata,
sembra proprio una resa, derivante da un’insoddisfazione,
una noia legata a una situazione fatta di “parole pesanti
pomeriggio interminabile / lento fastidioso verso già scritto”,
è la fine di un rapporto “lascio chiavi amore e un
portone, / parto senza fortuna, / lascio mani sottili e tenerezza
per ore, / e chiari i suoi occhi come le sue idee inattaccabili,
/ lascio numeri spigoli e sbagli tu cercali”. C’è
ineluttabilità nel finale “un pomeriggio così
te lo dovevi aspettare”.
Sembrerebbe
solo una rassegnazione momentanea, il disco sembra poi chiudersi
all’insegna della speranza con quel senso di leggerezza
derivante dal ritmo sudamericano di “Forte dei
marmi”. La canzone, invece, ci descrive il
viaggio verso il mare di due innamorati, non manca anche qui l’accenno
al sociale “Ma si corre bene verso l’autostrada /
Non c’è fila al seggio elettorale / L’astensionismo
agevola / il tuo viaggio verso il mare”, ma quel che sembra
un idilliaco viaggio d’amore, al secondo ingorgo stradale
muta, “Scende il tuo sorriso / e sale il mio disagio”
pensa lei e finalmente trova il coraggio per dirgli “Io
non ti voglio più / non ti sopporto / Fai il finto modesto
Finto Ma sia tutto tu / Io non ti ascolto più / Io non
ti credo più / Dici no so’ nessuno / Ma sei così
fiero / Sei buono solo tu”. E’ veramente la fine di
un amore e non solo, è anche la fine di questo bel disco.
Già
mi viene voglia di riascoltarmelo tutto e poi ancora e ancora,
ben suonato, grazie anche all’ottima regia di Gianfilippo
Boni, il disco non viene mai a noia, voce originalità e
personalità sono un triduo vincente, brava Giorgia!