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Le BiELLE RECENSIONI
Giancarlo Frigieri: "I sonnambuli"
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di Leon Ravasi
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Crediti:
Giancarlo Frigieri (voce, chitarra acustica 6 e 12 corde, chitarra elettrica, basso senza tasti, grancassa hi-hat, sedile a spazzole, timpano, piano, tamburello, bouzouki, darabouka, banjo, lap steel guitar, mandolino, chitarre rovescsiate, harmonium, bongo turistico, campana con anello, maracas, glockenspiel); Cesare Anceschi (batteria, batetria rallentata); Andrea Rovacchi (fender rhodes, pianoforte, grancassa, piatti, timpano); Fabio Debbi (chtiarra solista e coro); Davide Cocconcelli (coro).

Tutti i brani sono scritti da Giancarlo Frigieri
Prodotot da Andrea Rovacchi e Giancarlo Frigieri
Registrato al Bunker di Rubiera (Re), tra i mesi di marzo e maggio 2011
Assistente di studio Gabriele Riccioni. Colpi di genio: Cesare Anceschi.
Fotografia e grafica Cristina Malagoli
Supporto e supervisione progetto grafico: Davide Tosches
Modella: Lara Mammi
Intelligenza artificiale: Marco Manicardi

Su Bielle
Ascolti: "Il turista"
Intervista "Contro gli esibizionisti della bontà"

Sul web
Sito ufficiale


Giancarlo Frigieri
"I sonnambuli"

Frigieri - 2011
Ai concerti o sul web

Tracklist

01 Risveglio
02

Controesodo

03 L'arrivoluzione
04 Il turista
05 La gente
06 Comodo
07 Fino a rovinar del tutto
08 La madonna del cavalcavia
09 Non lo so dire
10 La controfigura
Ben vengano dischi come questi! L'unico problema è che ce ne sono troppo pochi. Ascoltate l'incipit: "All'incrocio della Rinascente c'è stato un tremendo incidente / Vieni, andiamo a vedere la morte! / Chissà vista dal vivo l'effetto che fa". E c'è già tutto. Un approccio originale, spiazzante, dove le parole sono pietre e non c'è spazio per nascondersi, glissare o smettere di pensare. Tanto meno per addormentarsi o abbandonarsi al sonnambulismo. Poche righe (la canzone non ne conta molte di più) in cui c'è la nostra epoca di telefonini, di reporter impazziti del caos a tempo pieno, di gente che filma ogni tragedia per darne resoconto su internet, prima di preoccuparsi di capire se sia invece possibile cercare di dare una mano. "Ma come abbiamo fatto ad arrivare qua?" si chiede poco oltre Frigieri. E' stato un lungo percorso, di cui siamo in parte responsabili e in parte relitti alla deriva. Ma Frigieri non fa sconti. Savonarola con chitarra, si abbatte su chi tocca senza deflettere dallo scopo, con una chitarra acustica o elettrica, ma di sicuro una macchina per abbattere gli idioti: in quasi totale solitudine sgrana un rosario di rock e di ballate folk che hanno tutte le stesso scopo. Colpire sotto pelle e vedere quanto si riesce ad urticare.

Dopo due magnifici dischi da solista, Frigieri arriva rapidissimamente alla terza prova, tanto urgono le cose da dire: tre album in tre anni e tutti autoprodotti, per non sbagliarsi. Se "Risveglio" colpisce immediatamente sotto la cintura, "Controesodo" è una scudisciata elettrica al servizio di un testo che è un racconto vero e proprio: "La fine dell'estate non ci colse di sorpresa, sapevamo che sarebbe giunto il giorno / Delle parole di tua madre che giù al mare aveva visto scomparirire tutti i mali e adesso invece / Ritornava a lamentarsi delle vene varicose e delle ossa scricchiolanti in continuazione / E le canzoni dell'estate, tra le nuvole d'autunno risuonavano patetiche e noiose" ... "E' la fine, è proprio la fine, questo nostro andar sonnambuli per casa / E' la fine, è la fine per davvero, questa volta non reggo un anno intero". "Controesodo" è il titolo, avete presente? Lo stress da rientro ("come se non succedesse tutti gli anni"). Notate il tessuto letterario del testo; ascoltate il racconto breve, alla Carver; leggetevelo da solo senza musica. Poi fate partire il brano e cantateci sopra. Ospite Fabio Debbi alla chitarra solistica: quando un ospite proprio ci vuole.

"L'arrivoluzione" invece è una ballata acustica, ma sempre tirata, in cui Frigieri appoggia la sua sorta di talking blues dalle righe diseguali, dallo schema metrico saltellante, dall'inconfondibile sapore di prosa, ma di buona prosa. Letteratura d'autore: "Parli di esproprio proletario, pensando che in fondo sia giusto rubare al mercati i feticci della tecnologia / E ogni cazzata che combini è sempre a nome del movimento, ma la rivoluzione è sofferenza, mai divertimento / Certo dispiace ... ma io ho già visto il film / E' vecchia questa sceneggiatura. / Se questa è musica non sei l'autore, ma soltanto una nota della partitura". Senza alcun reducismo né ripensamento ecco un bel contropelo per l'arrivoluzionario.

Non siamo ancora stanchi di navigare controcorrente? No, perché c'è ancora una possibilità almeno: quella che ci dà "Il turista", più o meno per caso. E' un po' sparare sulla croce rossa prendersela coi turisti, però quando ce vò ce vò . "Il turista è prigioniero del del mistero della sua monotonia / Va cercando le più esotiche avventure e si lamenta del mangiare / Si vergogna un po' di quel che rappresenta e si difende un po' alla meglio / e quando crede di mimetizzarsi lo si vede lontano da un miglio / Ma un giorno chiuderò la mia valigia e non partirò più / ma senza la malinconia che ho intorno di solito al momento del ritorno / deciderò che la vacanza è già finita / Smetterò di essere un turista dentro alla mia stessa vita". E' un tipo di turista che non ci piace: non un viaggiatore, un turista. Che dentro ai musei non ha capito niente e che dà "giudizi su paesi conosciuti solo superficialmente". Quel tipo di persona che sacrifica un anno intero per quelle due settimane di evasione e non perde occasione di imprecare contro gli altri, turisti come lui. Un italiano medio: quello dei film di Sordi (e ora di De Sica o Verdone) con la sua "filosofia stanca, da aperitivo" e i suoi "pensierini da cretino dentro la stagnola di un cioccolatino". Interessante il contrasto con la musica: pezzo satirico, ma musica intensa da ballatona d'atmosfera, profonda, pacata in modo che la satira graffi ancora di più.

No, non è un concept album, ma comunque una bella carellata in un paese popolato di gente normale: tanti piccoli mostri, tanti piccoli zombi, tanti sonnambuli anestetizzati dalla vita. Ma questa è proprio "La gente"! "La gente sta in disparte indifferente e poi, come una belva si riveglia / La gente sta dal parrucchiere a chiacchierare e più una cosa è futile, più le sembra importante / La gente non ha metro di giudizio, il vizio e la virtù per lei sono la stessa cosa / Non sa quello che le piace o le fa schifo perdò adora fare il tifo". Certo non è un quadro ottimistico quello che dipinge l'artista, ma guardandoci bene intorno per cosa vale la pena di essere ottimisti? Il bouzouki assegna un'aria vagamente balcanica alla canzone, ma il ritratto è così nostrano da fare concorrenza ai maccheroni al pomodoro!



E' un album di pietra, molto in bianco e nero, fatto di contrasti violenti e di confini segnati. Dove ci si sente assolti solo nella pausa, in quello spazio di nero tra un solco e l'altro. Comodo? Non direi. Ma "Comodo" è proprio il titolo della canzone che segue. Ancora una volta tutt'altro clima dal brano precedente. Lo dicevo io, che l'importante è non restare comodi. Non avere la sensazione di poter risolvere l'equazione. Eh sì, perché è "Comodo, dire che eri un ingenuo e non ricordo quello che mi hai detto / Comodo, dire che hai fatto quello che han fatto tutti e quel che è fatto è fatto / facile assolversi da giudice a imputato, una paca sulle spalle e via / ma il peso delle vostre azioni riverbera anche oggi nelle nostre stanze e sulla pelle mia. / Ora è davvero troppo sentirvi dire che in fondo van contate solo le cose buone / che così si fa, periodo storico anormale, non si va tanto per il sottile". Frigieri punta l'indice verso i trasformismi di ogni fede e misura: "che voi avete avuto veramente la voglia di cambiare" e adesso "vi resta solamente un poco di rimpianto e nostalgia: i lussi del pezzente". E' uno stop ad ogni reducismo, in particolare a quelli che hanno portato a un posto comodo: "Non capisci che paingete sopra i vostri resti e vi chiedere cosa voglion questi". Una morbida ballata, ma col fiele nell'anima. E forse un po' di piccata nostalgia.

Delicatissima è la successiva "Fino a rovinar del tutto": "Ogni tanto sarà capitato a tutti, durante una discussione, di non aver ragione". Forse sì. ma ce ne saremo accorti? E allora si può non ammettere gli sbagli e continuare fino a rovinare del tutto la nostra parte migliore. E poi "continuare a buttare sotto lo zerbino, un giorno dopo l'altro, tutta la polvere dei cuori". Insomma fare il conto con i compromessi, gli errori, le menzogne in cui tutti prima o poi cadiamo, ma cercare di fermarsi in tempo prima di "rovinar del tutto quella stima che in noi stessi credevamo ormai consolidata e invece / torna ad essere illusione". Una delle canzoni più belle dell'album.

Resta calma e molto lenta anche "La Madonna del cavalcavia", quasi lolliana nel suo incedere triste: "ma dormire tra i cartoni non c'è mica da vantarsi / è retorica da cinema d'estate". Un rifiuto umano, un ubriacone, un homeless che vive sotto il cavalcavia e che una notte inciampa in un delitto: "io non riesco mai a spiegare la bellezza quando appare, ma stanotte ai miei due occhi / tre rintocchi regolari di campane un po' stonate e un corpo preso a rasoiate". Bisognerebbe andare alla polizia, ma lui non ce la fa: "L'ho lasciata lì per terra, era mica roba mia, la Madonna del cavalcavia". Una storia nera di periferia. come sapeva raccontare Ivan Della Mea.

Ancora un lento strappacuore per la delicatissima "Non lo so dire". E' una canzone d'amore, d'altra parte e bisogna saperla raccontare, anche quando non lo si sa dire. "Non lo so dire, non so dare giusta voce al sentimento / so che ti voglio accanto e, per quanto sia banale, alla fine è tutto qui / non lo so dire,q uesta è la forza misteriosa che ci spinge / sempre uno verso l'altra, senza spiegazione alcuna, senza chiedersi un perché". E cerca comunque le parole per raccontarla questa sensazione che "non è passione che di sé condanna a morte / non è romaanticismo insulso da romanzo / Ma va d'accordo anche con questi". Dopo quasi un disco intero a raccontare un mondo esterno, di figure altre, di piccoli e grandi tradimenti, il prefinale offre un ripiegamento personale, una sacca di dolcezza, dove districarsi nella "gabbia di parole". Un amore fatto anche di noia e di stanchezza, di cose quotidiane e non solamente sogni."Io mi dispero e intanto guardo il suo mistero danzarmi attorno, mentre cerco di capire / ciò che da secoli si chiama amore, ma io non lo dire". Un pudore, una delicatezza, un'adesione tale che invece l'amore viene detto perfettamente. Perché in fondo questo è. Una grande canzone che prende ancora più spessore, inserita qui, dopo un disco arrabbiato e onesto.

Il ripiegamento personale continua anche nel brano che chiude l'album, dando una forma circolare al tutto. Si parte dall'esterno, macerato e roistato nell'interno e si torna e si finisce al personale. "La mia controfigura" è un altro gioiellino acustico: "E' la mia controfigura che dice le cose che non saprei dire / ... / è la mia controfigura che mi fa fare cose che non saprei fare". C'è un personaggio che ci cammina al fianco e che ci copre quando ci sentiamo più vulnerabili, ha duecento facce ed altrettanti ruoli: è lei che si metterà a piangere e urlare di dolore quando te ne andrai e che cercherà di farti tornare, ma poi "se dovesse andre male, è già sicura, si accontenterà della tua controfigura". Una chicca a fine album per farci tornare la voglia di riprendere da capo e sentire le scudisciate ancora, prima di terminare in dolcezza.

Tre album in tre anni, alla faccia di chi riesce a farne uno in sei anni. Canzoni
semplici, chitarra e voce molte volte, pochi strumenti altre volte, ma storie da ascoltare e da seguire. E non sono tanti quelli che riescono a raccontare in canzone.Giancarlo Frigieri sì. I suoi racconti ti si imprimono sulla pelle e le musiche le rivestono di atmosfere. Dieci canzoni senza punti deboli, senza compromessi, sena piegarsi mai. Dylan? De André? Bennato? O Luci della centrale elettrica e Brunori? Non lo so.Frigieri è molto figura a sé e anche se incide a Rubiera non ha terreno comune nemmeno col folk emiliano alla Modena City Ramblers. La sua è una scrittura metropolitana, livida e feroce, ma proposta anche con dolcezza. Un album da tenersi stretti e un autore da seguire da vicino. Non lo troverete in Autogrill e non canterà a San Siro o a Campovolo, ma ha cose da raccontare. Ascoltiamole.


Ultimo aggiornamento: 04-11-2011