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Le BiELLE RECENSIONI
Ivano Fossati : "Decadancing"
Ultimo capitolo, in calare, di una storia gloriosa
di Giorgio Maimone
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Ivano Fossati
Musica moderna

Ivano Fossati
L'arcangelo

Ivano Fossati
Lampo viaggiatore

Ivano Fossati
Not One Word

Ivano Fossati
Ho sognato una strada

Ivano Fossati
Dal vivo vol.3 Acoustic Tour

Crediti:
Ivano Fossati (pianoforte 4,6,8,10, chitarre elettriche e slide, chitarra acustica, flauto e armonica a bocca, voce); Pietro Cantarelli (pianoforte 2,3,5,9, Fender Rhodes, Wurlitzer, Hammond, chitarre elettriche ed acustiche, fisarmonica, voce)-; Claudio Fossati (batteria); Riccardo Galardini (chitarre acustiche, elettriche, nylon, dobro, vihuela); Max Gelsi (basso elettrico 1,2,5,6,7,9); Fabrizio Barale (chitarre elettriche e slide, E-bow); Guido Guglielminetti (basso elettrico 3,8), Gian Guido Ponzini (viola da gamba); Mercedes Martini (voce in 7). Orchestra d'archi Edodea Ensamble (primo vioilino e musical contractor Edoardo De Angelis; Gaetano Civello (voce 1,2); Isabelle e Hervé Le Guli, Mercade Martini, Damien Arlot, Anne Challier (coro)

Testi e musiche Ivano Fossati
Prodotto da Pietro Cantarelli e Ivano Fossati
Arrangiamenti Pietro Cantarelli

Registrato e mixato da Marti jane Robertson
negli studi La Fabrique Studios / St Remy de Provence (France). Assitente Damian Arlot
Hook end Manor Studios / Checkendon (Gb) Assitene Graeme Baldwin
Registrazioni addizionali Officine Meccaniche Milano / Il giardino di Cosimo Piovasco Parma; Studio Piavere 34 Cuneo.
Art director adn design Stefano Steo Zacchi / Showbiz design Bologna

Tracklist

01 La decadenza
02

Quello che manca al mondo

03 La sconosciuta
04 Settembre
05 La normalità
06 Laura e l'avvenire
07 Un Natale borghese
08 Nella terra del vento
09 Se non oggi
10 Tutto questo futuro
Alcune cose mi piacciono molto di questo ultimo album di Ivano Fossati (ultimo in senso definitivo e non provvisorio). In primo luogo il fatto che sia l'ultimo, Anche per non dovere più sparare sulla Croce Rossa. In secondo luogo c'è un pugno di canzoni che dimostra ancora voglia di raccontare, storie con piacere (le più malinconiche). Fossati è stato un genio, uno dei migliori cantautori della scena italiana, anzi, forse il maggiore negli anni Novanta. Poi si è separato da Quirici ed è iniziata una sua personale e rapida decadenza. Ma parlare male di un proprio mito, per quanto ammaccato, fa sempre male. Quindi accogliamo con gioia la sua degnissima decisione di ritirarsi dalle scene. Tanto, e questo "Decadancing", unito all'intera produzione del decennio scorso, lo dimostra, non aveva più molto da dire.

E' un brutto disco? No. Il che è quasi peggio. Fossati non fa brutti dischi. Fa dischi inutili, che non aggiungono niente alla sua fama e anzi ne erodono ogni volta un pezzettino. Sembra incredibile che l'autore di brani come "La pianta del te", "Lunario di settembre", "Mio fratello che guardi il mondo", "Una notte in Italia", "Buon tempo", "Naviganti", "Carte da decifrare", "La costruzione di un amore", "Treni a vapore", "Le notti di maggio", "C'è tempo", "Viaggiatori d'occidente", "Smisurata preghiera", "Anime salve", "A Cimma", "Canzone popolare", "Lindbergh", "Italiani d'Argentina" e tante altre possa non sentirsi in imbarazzo a cantare "Quello che manca in questo mondo".

Parliamo di musica, perché così vuole Ivano, che dice ad ogni pié sospinto di sentirsi più musicista che cantautore: "Non bisogna psicanalizzare in eccesso il testo delle canzoni. Una canzone è anche emozione, è musica". Ma è proprio sotto il profilo della musica che Fossati si è incartato. Dopo il volo presuntuoso di "Not one word" in cui si è creduto per un attimo Keith Jarret, Ivano ha consegnato le chiavi della sua musica a compagni di viaggio inadeguati. E allora ecco la ottusa batteria di Claudio Fossati che picchia monotona e sempre uguale come una drum machine poco oliata ed ecco gli arrangiamenti senza cuore di Pietro Cantarelli che appannano il lavoro anche pregevole degli altri musicisti. Quando tace la batteria si prende fiato: come in "Settembre", la prima canzone che si stacchi dalla mediocrità, ma addirittura la quarta dell'album.

"La decadenza" è una frescaccia che crede di essere ironica e invece prende un nobile concetto, che avrebbe meritato altro trattamento e lo banalizza così: "In piena decadenza / le parole non hanno chances / E' proprio una faccenda inquietante / il pensiero che degenera / facciamo un affare con Dio / che ci lasci una seconda possibilità / ... / Mi guardo a sinistra / poi guardo verso destra / e tutto quello che ho da vedere / è una frontiera da attraversare con te / Facciamo un affare noi due". Una modestia intellettuale decadente su un ritmo di marcetta che può ricordare, con meno freschezza, i tempi de "La mia banda suona il rock". Dice Fossati: "A un certo punto ci siamo accorti che gli anni Novanta erano finiti. Abbiamo allora riscoperto il rock. Abbiamo imparato a farlo con più mestiere". Ecco, se questo è rock, credo che da Chuck Berry a John Lennon, da Jimi Hendrix a Jim Morrison siano in tanti a rivoltarsi nella tomba.

Ma se "La decadenza" ancora ancora si può tollerare, nel brano successivo, "Quello che manca al mondo", tocchiamo il fondo con amenità del tipo : "Quello che manca al mondo è un poco di silenzio / quello che manca al mondo è il perdono / che non vedo e non sento / Tutta la gente inotnro sogna / di cavalcare il temporale / quello che serve alla vita è acqua e sale". Quello che manca al mondo è anche Fossati quando sapeva scrivere canzoni.

Poi, in questo deserto di suoni di plastica, scandito dal tump tump della batteria, arrivano dei lampi, quasi del tutto concentrati sulla seconda facciata (ebbene sì, lo sto asscoltando in vinile!). "Laura e l'avvenire" è un buon brano, impestato solo da una batteria come sempre incongrua. "Laura l'avvenire ci sfugge / tutto sta cambiando / amore e lavoro per esempio / tutto sta mancando / la parte buona della nostra vita / e' ancora là / nei bar sulla strada / col futuro che ci illuminava / Sembravi spaventata al primo incontro / Col tuo sorriso leggero / Sembravi più fragile / mentre preparavi in fondo agli occhi / quell'attentato che sono le lacrime". E poi ancora: "Questo è un deserto di democrazia / Oggi che la fabbrica chiude / e tutti se ne andranno /Lasciamo libera la scena / anche noi, vieni". Siamo nella parte del disco che Ivano definisce "delle storie". Non sono vicende personali. E' solo la voglia di raccontare storie e questa funziona ancora.

Così come funziona nel brano successivo: "Un Natale borghese", dove la musica prende la scena nel finale e porta il brano a chiudersi nel suo fascino, dopo uno scambio di frasi da manuale rispetto a quanto promesso dal titolo: "Noi vediamo bene / di non preoccuparci / se qualche Dio lontano / ci lega a questi brutti anni / Che buio disprezzabile è / la politica /non vale neanche il giornale / del mese prima". La magia della penna ritorna e ci sorprende anche nella successiva "Nella terra del vento", che è semplicemente una bella canzone.



A dimostrazione ulteriore che quello che Fossati ha forse perso in questi anni è la semplicità degli intenti. Quando cerca di fare cose semplici, raccolte, anche piccole, il discorso scorre fluido. Quando si impanca e tenta la metafora ecco invece che il discorso si fa stento, la metafora polverosa o piuttosto qualunque e il trombonismo impera. Non è poi un reato essere qualunquisti, ma quando si ha poco da dire di concreto mettere il rimbrotto da bar in una canzone è inutile se non penalizzante. Fossati stesso dice, parlando di "La decadenza": "Sono le riflessioni di uno che non ha vent'anni. Cose che tutti abbiamo pensato. Solo che io le ho messe in canzone: un tentativo di trattare con ironia un tema serio",

Ma sono proprio invece i temi semplici che ci fanno ritrovare tracce, scintillii, splendori del Fossati che fu. "Grazie per le rose d'interno in un momento fiorito / e in un giorno appassite di nuovo / Sai, qui la gente mi ama / la città ha il suo candore / il suo passo, il suo orgoglio, il suo nome / Io sto qui / nella terra del vento / nella terra dei sogni sbiancati / e dormo con la mia porta aperta / In qualche modo, da qualche parte / molto lontano, più ad ovest di qui / ci sono giorni meno tersi di questo / e io non ho niente da ricordare a nessuno / se non che io e te ci troveremo qui / nella strada bruciata dal sale / in questo bel silenzio", racconta "Nella terra del vento" e la musica è delicata come un soffio e la voglia di ascoltarlo cresce. C'è questa ricerca di silenzio che torna di pezzo in pezzo, assieme alla dichiarazione che "le parole non hanno chances" oppure nella domanda in testa a "Se non oggi": "Chi vuol più scrivere parole d'amore?. Quasi un invito a chiudere il libro delle parole e affidare i pensieri al vento e alla musica. Una forma di addio declinata in canzone, che qui funziona. Come funziona la conclusiva "Tutto questo futuro". "io e te in mezzo al mondo / siamo un pugno di fiori / Ora passa la notte / e come senti / non piove più". L'intero album si chiude con una nota di speranza e con una bella coda musicale che ci porta via, su cui, idealmente, lentamente cala il sipario. Un sipario su una storia prestigiosa che non meritava in coda canzoni come "La decadenza" o "Quello che manca al mondo" o "La sconosciuta".

Ma fatta la tara della zavorra mi accorgo di essere stato troppo duro: in fondo sono sei su dieci le canzoni che mi piacciono. E' che da Fossati uno si aspetterebbe una zampata, un graffio, un qualcosa di superiore alla media. Ecco, il graffio, qualcosa che tracci il tempo in modo definitivo, una linea di demarcazione non c'è. A volte c'è mestiere, altre sensibilità, altre una bella intensità emotiva.

E' il Fossati trombone, quello che discetta del presente del mondo, restando nel vago, quello delle chiacchiere da bar che proprio non reggo (e non ho mai retto). Mi restano il ricordo di una lunga serie di pezzi indimenticabili e la sensazione di estrema dignità dell'uscita di scena nel momento ancora giusto: all'apice della storia, al centro della scena e quando il declinare della vena artistica non ha ancora fatto troppi danni.

"Decadancing"? Un deca per entrare a un dancing? Un buon album di qualcuno che si è ispirato a un maestro come Ivano Fossati, un grande cantautore che si è ritirato alle fine degli anni Novanta.


Ultimo aggiornamento: 14-10-2011