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Le BiELLE RECENSIONI
Cristina Donà: "Torno a casa a piedi"
Le piccole cose che fanno la vita, tradotte in canzone
di Giorgio Maimone
Ascolti collegati

Cristina Donà
La quinta stagione

Cristina Donà
Piccola faccia

Giua
Giua

Carmen Consoli
Elettra

Paola Turci
Attraversami il cuore

Patrizia Laquidara
Funambola

Crediti:
Cristina Donà ( (Voce, chitarra acustica ); Saverio Lanza (Chitarra acustica ed elettrica, pianoforte, basso, mandolino, synth, organo, cori ); Fabrizio Morganti (Batteria ); Piero Monterisi (Batteria (su “Aquilone”,”Tutti che sanno cosa dire”,“Lettera a mano”)); Francesco Cangi (Tromba); Samuele Cangi (Trombone ); Claudio Giovagnoli (Sassofoni); Giordano Geroni (Tuba ); Alberto Bologni (Violino 1 ); Lorenzo Borneo (Violino2 ); Debora Giacomelli (Viola ); Elisabetta Sciotti (Violoncello ); Pierangelo Spitilli (Contrabbasso); Riccardo Tesi ( (Organetto); Laura Bruzzone (Arpa);

Parole : Cristina Donà (eccetto “In un soffio” di Cristina Donà e Davide Sapienza). Musica : Cristina Donà e Saverio Lanza

Recording: Studio IdeaSuono (FI) - studio Modulabel (BG); studio Sonoria(PO) - NgrStudio (RM)
Mix Location: SoundClinic Studio (PD) - Italy
Mix Date: 24 Nov 2010

Tracklist

01. Miracoli
02. Un esercito di alberi
03. In un soffio
04. Giapponese
(L'arte di arrivare a fine mese)
05. Più forte del fuoco
06. Aquilone
06. Torno a casa a piedi
08. Bimbo dal sonno leggero
09. Tutti sanno cosa dire
10. Lettera a mano
Eccone una che non ha avuto bisogno del Bunga bunga per arrivare. Il suo Bunga bunga si chiama talento: Cristina Donà. Una che sa come si fanno le canzoni, che sa come scriverle e che sa anche come cantarle, interpretarle, presentarle. Diciamo che "Torno a casa a piedi" è un album molto interessante, però non ancora del tutto riuscito. E' un incontro tra due mondi diversi e complementari: da un lato Cristina Donà, dall'altra il coautore di tutte le musiche, cantautore a sua volta, musicista attento e curioso e impegnato in alcuni progetti di assoluto interesse: Saverio Lanza. I due mondi si incontrano, si confrontano, ma non sempre si compenetrano appieno. Resta ancora qualche sfasatura, una qualche scelta ulteriore da fare.

Nei momenti migliori tutto funziona e gira come una macchina perfettamente oliata. "Giapponese - L'arte di arrivare a fine mese" ad esempio sembra uno di quei momenti in cui Mogol era stato baciato dal dio dell'ispirazione, lavorando assieme a Lucio Battisti, in cui si riesce a prendere il materiale della vita quotidiana e a farne argomento di canzone: come "Supermaket", "Innocenti evasioni". Anche "Giapponese" parte dalle piccole vicende della vita quotidiana e attraverso questo si sviluppa una canzone di piccole cose, assolutamente degna di essere ascoltata. "Miracoli" è il brano guida, quello uscito in anticipo sulle radio nazionali ed è un brano di sicura presa.

Altre canzoni funzionano un pochino meno bene. Le prose di Cristina danno l'idea di essere nate su "metraggi" inferiori, su dimensioni più brevi, quasi come se fossero dei piccoli haiku, che vengono gonfiati per la necessità di costruirne una canzone. Ma probabilmente, preso lo stimolo, la piccola iniezione di poesia, l'essenza primaria, come si potrebbe dire in omeopatia, il principio attivo, il brano si diluisce troppo. Si potrebbero fare delle deliziose canzoni da un minuto, ma non siamo pronti (forse?) ad affrontare un album simile. Certo servirebbero molte più canzoni di quelle presenti in questo disco.

Minimalismo è la prima parola che potrebbe venire in mente, soprattutto di fronte a brani come "Giapponese" o "Un esercito di alberi". Eppure c'è, a volte, una magniloquenza di suoni. Eh sì, perché, in fin dei conti, "Torno a casa a piedi" è un album bicefalo, dominato da un lato dai testi di Cristina Donà e dall'altro dalle musiche che la Donà ha composto con Saverio Lanza, una presenza non del tutto discreta, ma anche globalmente positiva. Anzi, affinato quello che ancora c'è da affinare, la collaborazione tra i due potrebbe dare fiori ancora più corposi di quelli che pure si notano in questo lavoro. "Torno a casa a piedi" è infatti sotto molti aspetti ancora a metà del guado. Non è più un progetto della sola Cristina, non è ancora qualcosa d'altro. Ma è un buon disco. Un gran bel disco!




L'obiettivo, in parte raggiunto era quello di allargare il campo espressivo di Cristina, il tentativo di uscire fuori da sé e raccontare il mondo. Obiettivo riuscito in pieno. Eravamo abituati a ricami introspettivi, ci ritroviamo in un campo cinenematografico, dove le storie hanno più importanza delle sensazioni o delle impressoni. E' vero cinema la title track "Torno a casa a piedi", dove si descrive con tratti limpidi e un magnifico uso di immagini, la separazione tra due ex amanti. Il momento della rottura è dato dal "trucco disperato, gli scontrini, , le scarpe, i contratti e i sofficini", il posto che non c'è più sulla nave per Creta, il metrò che non funziona e la palestra saltata. Un nuovo taglio di capelli segna la fine della storia: "Cosa credi? Sono io che torno a casa a piedi". Un racconto breve, una mesta malinconia. Una grande canzone.

"All'inizio di questo viaggio - dice Cristina Donà - ero sicura di voler seguire una nuova rotta e avevo chiaro due cose: lavorare in modo diverso sui testi, cercando un linguaggio più narrativo e allargare gli orizzonti musicali, collaborando con un musicista/produttore in grando di fare questo. Saverio Lanza, con il quale condivido tutte le musiche di questo album, nonostante potesse apparire lontanissimo dal mio mondo, si è rivelato invece fondamentale e sorprendente, Ha creato spazi sonori incredibili e mi ha aiutato a realizzare un sogno: aggiungere colori alla mia musica". Verissimo, lucido e preciso. Di Cristina la cifra stilistica propria era un certo monocromaticismo di fondo: le mille sfumature del grigio. Ma a volte il grigio ha del fascino che i fuochi di artificio non riescono a raggiungere.

L'ho detto e lo ripeto. L'intimismo di Cristiana forse aveva raggiunto il suo fulcro e una spinta energetica come questa non può che essere positiva, ma la magniloquenza di certi passaggi non si giustifica con il testo narrante sottostante. E' senz'altro equilibrata la finale "Lettera a mano"
, già "Miracoli", molto interessante ripeto, è fatta di due linguaggi che si mettono insieme. La sensazione immediata è di una svolta poppeggiante, poi se si ascolta meglio, non c'è solo ritmica sotto: ci sono tromboni, sassofoni, tube, mandolini, violini e violoncello (e, in altri brani, anche l'organetto di Riccardo Tesi). Insomma, una piccola orchestra che contrappunta, commenta, contrasta le piccole cose cantate da Cristina: "Io credo nei miracoli / che la gente può fare / milioni di chilometri / per potersi incontrare ... Tu credi nei miracoli / che la musica può fare / e canti le canzoni / che ti hanno fatto sognare". Senza offesa né scherzi, una canzone perfetta per Sanremo.

Il contraltare è però che i brani più intimistici, quelli personali, quelli più Cristina vecchio stile, sembrano qua dentro fuori fuoco. "Un'esercito di alberi" è noioso e piatto. Saverio Lanza probabilmente se l'è sentito di meno e si è limitato a un lavoro di copertura, non significante. Ne viene fuori una canzone d'amore un po' smielata e scarica con troppi cori e violini. Bisognava lavorare per sottrazione.

Molto più centrata "In un soffio" dove al di là di una frase geniale come "Non sopporto le partenze con gli occhiali scuri", si affronta ancora il tema di un lui che parte e di una lei che resta. Non abientata su un'isola meravigliosa o su un ponte di Parigi immerso nella nebbia, ma alla periferia di una grande città, un posto che "ormai non ha più sapore". "Ma tu devi resistere, credimi tornerò, tu devi resistere. Lo sai, io vado a cercare altrove". Lanza sceglie in questo caso una specie di musica da fiera, quasi circense, una metafora del vivere girando attorno a schemi già usati. Una delle compenetrazioni tra testo, musica e arrangiamento meglio riusciti.

Di "Giapponese" abbiamo già parlato bene in tutte le salse. Aggiungiamo un po' di testo. E spieghiamo il titolo: "Mi sento giapponese perché faccio continuamente foto, per la tecnologizzazione della maggior parte degli oggetti che animano le nostre giornate".

"I palazzi ora mi vogliono abbracciare
stralunata ancora una volta mi metto a fotografare
Giapponese, io mi sento giapponese, giapponese, giapponese
I semafori sanno che sono in ritardo"

"Più forte del fuoco", con un vago fischio morriconiano è una sorta di inno all'amore. Bella con pochi dubbi. "Aquilone", per converso, mi dice pochissimo. Noiosa. "Bimbo dal sonno leggero" è delicatissima e gli interventi di Saverio Lanza hanno un effetto straniante, ma condivisibile. Un po' inutilmente hard "Tutti che sanno cosa dire" che però ha il pregio di staccare musicalmente dal resto dell'album. Resta però una canzone che avrebbe tranquillamente potuto essere scritta (testi e musica) negli anni '80 e non erano gli anni in cui si faceva la musica migliore.

Arriviamo a un dunque conclusivo. "Torno a casa a piedi" finisce necessariamente tra i dischi più interessanti di questo inizio di 2011. E' il primo disco di rilievo ascoltato quest'anno, ma credo ancora che sia una stazione di passaggio-. Per lavorare in due c'è bisogno di tempo per conoscersi e per capirsi. Qui lo scopo è stato raggiunto per l'85%. Bisogna lavorare su quel 15% anche se i dischi dovessero diventare sempre più il prodotto di un duo e non di artista singolo. Come in fin dei conti è anche questo.




Ultimo aggiornamento: 13-02-2011