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Le BiELLE RECENSIONI
Brunori Sas : "Vol.2 - Poveri Cristi"
Un disco per l'estate. Ma da tenersi stretto sotto pelle
di Leon Ravasi
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Crediti:
Dario Brunori (Voce, piano rhodes, chitarra acustica e classica, percussioni); Stefano Aato (violoncello); Simona Marrazzo (gaita de agua, fischio, cori, bicchieri, ciuli ciuli, glockespiel); Paolo Costola ( chitrarra elettrica); Tonio Chiodo (basso elettrico); Massimo Palermo (batteria, percussioni); Dario Della Rossa (piano Rhodes e farfisa, organo Hammond, pianoforte); Alessioni Vilardo (viola); Giovanni Azzinnari (violino=; Luigi Covello (violino); Gianluca Bennardo (Trombone); Paolo Bennardo (tromba): GIuseppe Oliveto (trombone); Mirlo Onofri (sax tenore e flauto basso); Matteo Zanobini (percussioni)

Testi e musica di Dario Brunori
Arrangiamenti archi e fiati scritti da Mirko Onofrio. Produzione artistica di Dario Brunori eMatteo Zanobini. Registrato da Dario Brunori al Picicca Studio di Rende (Cs)

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Ascolti: "Bruno mio, dove sei?"

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Brunori Sas
"Vol.2 - Poveri Cristi"

Picicca Dischi/Warner - 2011
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Tracklist

01 Il giovane Mario
02 Lei, lui, Firenze
03 Rosa
04 Una domenica notte
05 Il suo sorriso
06 La mosca
07 Bruno mio, dove sei?
08 Animal colletti
09 Tre cappelli sul comò
Attenzione a tutti i miscredenti! Parliamo di un disco da classifica. Infatti è 89esimo nelle classifiche Fimi a soli 20 giorni dall'uscita ufficiale. Dario Brunori, alias Brunori Sas, ora distribuito Warner, dopo il successo di nicchia del primo disco. Ma il Leoncino approva e anzi mi sollecita a recensire uno dei migliori album usciti in questo inizio estate. In tempo per il Tenco. Annotatevolo.

Poveri cristi è il titolo e lo svolgimento conferma in pieno. É una storia minuta piena di poveri cristi, a partire da Mario, "Il giovane Mario" che "voleva essere milionario / perció spendeva quasi tutto il suo salario / in gratta e vinci e slot machine", all'emigrato che vuole sposare "Rosa": "busta paga, contributi, documenti e codice fiscale / nonostante la nebbia / non si sta poi tanto male / Sant'Ambrogio da Milano / e sopra il Duomo / c'è l Madonna di Pompei / a me mi pare proprio lei". O la piccola storia minimalista di "Lei, lui, Firenze" che vanno all'Ikea dove "la gente / sogna di comprare tutto e si accontenta di niente" e poi vanno al cinema a vedere Fellini anche se tra loro oramai è finita: "ma stasera ho voglia di girare / ancora un altro finale / per noi che non ci amiamo più". Una sorta di concept album della piccola miseria quotidiana.

Dario Brunori viene accostato abitualmente a Rino Gaetano, per contiguità di temi, per la voce roca e graffiante, per la comune provenienza geografica dalla Calabria. Ma ci sono altri paragoni musicali da fare. In primo luogo il Lucio Battisti del periodo Mogol, col vantaggio che i testi li scrive Brunori e non il gran guru delle Giovani Marmotte. C'è la stessa musicalità istintiva, lo stesso concetto, mutuato da Dylan, che una grande canzone può essere basata anche su pochi accordi e abbastanza semplici. C'è, anche qui l'uso della voce che trae il massimo dell'espressività dallo stumento a disposizione e c'è la capacità d parlare di piccole piccolissime cose ("una carota e una cipolla") restituendo loro dignità di strumento narrante. E poi c'è Jannacci, nei brani più lenti e più disperati. Perché c'è questa capacità di calarsi dentro la vita dei poveri cristi, di narrarla dall'interno, senza distanze, senza giudizi e soprattutto senza pregiudizi. E poi c'è sempre e comunque quiest'aria sghemba che accomuna i grandi cantautori fuori dagli schemi, secondo un filo conduttore che può benissimo portare a Jannacci a Cristicchi, andata e ritorno. Se poi vogliamo volare più in alto (e vogliamo) possiamo anche dire che il breve tessuto di queste storie minimali, raccontate senza enfasi e in poche frasi può rimandare a Raymond Carver e ai suoi racconti di poche pagine dell'ordinaria crudeltà che porta con sé la vita quotidiana.




Una gemma in questo senso è "Bruno mio, dove sei", storia narrata al femminile di una scomparsa, di Bruno, morto chissà dove e chissà come, lasciando dietro un ricordo dolce che non vuole morire e un colloquio tra moglie e marito che non vuole interrompersi. Rovesciate le parti, lei è una moderna Orfeo di paese e lui una Euridice risucchiata negli inferi. La chitarra appena sfiorata di Brunori e il violoncello di Stefano Amato sono tutto il tessuto musicale di un brano più rarefatto della foschia dell'alba. Una perla di assoluto nitore. Ma, diciamo la verità, questo disco che si presenta così semplice e privo di orpelli è tutto una perla. Sembra allegro e graffia, ferisce sempre o comunque tocca, perchè Brunori ha una scrittura di gran classe dove i poveri cristi parlano ed esistono davvero.

Ma le chicche non finiscono qua. Come definire infatti "Il suo sorriso"
, dove Dente canta e Brunori gli dà la replica parlando? "Pensi veramente che sia funzione del tempo? (e già) / quindi fra un mesetto mi dovrei sentire un poco più meglio (già già) /spero che tu non lo dica solo perché io sto morendo (ma no) / perché il mio respiro sembra non avere più senso da quando (da quando?) / il suo sorriso e il tuo sorriso / in un istante hanno deciso / che non ci fosse più sul mio viso / spazio per fare un altro sorriso". E' un omaggio, immagino voluto, alle "Tre verità" di Lucio Battisti, come confermerebbe la frase "io non so, io non so più a chi credere", che è identica nei due brani e messa a un dipresso allo stesso punto. Un pezzo comunque gradevole, dove il povero cristo di turno è quello che vede la sua donna mettersi con l'amico.

Tra i brani non cantati da Brunori (che in effetti è una Sas, società in accomandita semplice e non solo un cantautore) c'è anche la tiratissima "Animal colletti" che è cantata da Antonio Dimartino: "Che me ne faccio di questa vita / che sfugge lentamente dalle dita / non ho una casa, non ho un lavoro e non ho un cane / non so nemmeno più distinguere la sete dalla fame / che vita infame". E vogliamo forse tacere de "La mosca"? Eh no. "La mosca che danza / in mezzo alla stanza / percorre grovigli / di rette a metà / la osservo rapito / da tanta costanza / cercando una logica / nel gioco che fa". Un gioco di specchi tra un romanzo e la vita, dove "non sarà una mosca a macchiare / il vestito alla sposa" e nemmeno "a rubare / il profumo a una rosa". Delicato e tenero.

Così come vale la pena ricordare la tristezza di "Una domenica notte", dove un uomo insonne guarda la tv, di fianco alla sua donna che dorme: "E la conosci questa sensazione / questo senso di vuoto senza una ragione": una notte che passa tra un bicchiere, una sigaretta, un telecomando. Ma poi arriva l'alba che è "una benedizione / è un bacio, una carezza, una consolazione". A quel punto le cose riprendono il loro valore: "E la conosci bene questa sensazione / è una specie di ottimismo senza una ragione". La stessa poetica delle piccole cose che in "Bruno mio, dove sei?" fa dire "le sigarette sul comodino e il cruciverba poco più in là / Mica l'avevo capito che era quella la felicità".

Finiamo con una nota lieve: "Fra milioni di stelle", saluto finale. "Forse ha ragione la donna delfino / che la vita è proprio come te l'immagini tu / a ciascuno la sua verità / la sue dose di fantasia / ... / e tu / adagiata su un angolo di cielo a guardare / questo mondo che si infiamma /che si abbraccia e si scanna / Ci sei tu / la mia unica luna tra milioni di stelle / a tener su la vita con un paio di bretelle". Applausi e cappelli levati in segno di gioia. Benvenuto nel cielo dei cantautori.


Ultimo aggiornamento: 18-07-2011