Ospiti: Gnu Quartet, Antonio Marangolo (sassofono in "Tutta
l'aria che vorrei")
Testi e musiche Roberta Barabino
Produzione artistica a cura di Raffaele Rebaudengo e Roberta
Barabino
Registrato,mixato e masterizzato da Raffaele Abbate
all'Orange Home Records di Leivi
Disegno in copertina Giovanni Rizzoli (1992)
Disegni libretto Roberta Barabino (1984 classe III A)
Progetto grafico Tullio Cordà
Roberta
Barabino
"Magot" Incipit Records / Egea - 2011 Nei negozi di dischi
e su iTunes
Tracklist
01
Una
mezza luna
02
Buongiorno
a te
03
Febbraio
04
Notte
blu
05
Madame
Cecile
06
Sul
tetto in cima al mondo
07
Dieci
mondi
08
Angeli
metallo pesante
09
Tutta
l'aria che vorrei
10
Ghost
track: I'll be you mirror
Parliamo
della semplicità, della chiarezza. Parliamo di quanto possa
essere naturale ascoltare questo disco. Parliamo della brezza
del primo pomeriggio, del vento fresco di maggio, parliamo di
disegni fatti a matita e ripassati a china. Parliamo di un dolce
declivio di una collina e dei passi leggeri che la percorrono
in discesa. Parliamo di un temporale d'estate, coi suoi tuoni
e con i suoi scrosci d'acqua e
dell'abbaiare festoso di un cane. Parliamo di dita leggere sopra
una chitarra e di pochi tocchi di altri strumenti: un violoncello,
una seconda chitarra. Poca roba. Parliamo di un piccolo giro di
amici che si riunisce per ascoltare canzoni sussurrate, che non
graffiano il cuore della notte, che non portano sofferenze, che
non si impongono ma si offrono. Parliamo di un tè coi biscotti
alle cinque del pomeriggio e di quel tedio leggero che danno le
visite ai parenti. Parliamo di tutto questo e ci avvicineremo
al cuore di quello che Roberta Barabino ha proposto con "Magot",
ma non ne scalfiremo la superficie, perché Magot è
leggera come un quadro di Chagall. Sembra sempre che questa musica
possa volare via, possa perdersi nel cielo se si spessa il filo
tenue dell'aquilone. Ma poi ti accorgi che il filo è sottile
sì, ma di ferro e l'ancoraggio a terra è robusta.
Non basta la leggerezza della forma a perdersi per l'aria. "Magot"
ti resta dentro.
"Magot" è un vezzeggiativo francese che
vuole dire "bertuccia", ma anche tesoro ed era l'appellativo
con cui il padre chiamava Roberta da piccola. Ecco da qui il desiderio
di conservare questo nome per il disco e per il gruppo con cui suona:
"un nome che situa la poetica del progetto in un tempo fanciullo",
come è riportato sul suo sito. E forse questo aggancio col
mondo infantile può servirciper interpretare al meglio la
musica di Roberta Barabino. Che è chiara, argentina e scintillante
come un ruscello di montagna. Merito anche della partecipazione
al progetto di tre quarti dello Gnu Quartet, con Raffaele Rabaudengo
alla produzione, ma ancora di più di questa capacità
di Magot di aprirsi all'innocenza.
Ci
sono alcune canzoni che possono anche sembrare ingenue per quanto
sono semplici, ma è un ingenuità che conquista,
che colpisce il cuore e che innamora. Musica gentile che scorre
senza possibilità di ferire né di urticare. Una
soluzione che Roberta ha pensato di fare propria anche negli show
da vivo, dove il progetto Magot non è più solo un
disco, ma un gruppo composto da Roberta, Tristan Martinelli (chitarre,
piano e altro) e Jacopo Ristori (violoncello). Ma qui siamo già
nel futuro, al dopo album. Torniamo a parlare del disco, a cui
invece Roberta arriva con l'accompagnamento dei Neropaco, un gruppo
genovese (eh già siamo a Genova, terra di talenti senza
fine per il cantautorato italiano!) di metallo pesante, che pure
è riuscito ad accompagnare con levità la nostra
giovane cantautrice, ricevendone in cambio la dedica nella canzone
"Angeli metallo pesante".
Sì, perché a Roberta piace raccontare il mondo che
le si svolge intorno, senza sovracostrutti, senza appesantire
mai il discorso, acqua che scorre, dicevamo, ma che rinfresca
e disseta. Un disco che fa bene alla pelle.
Perché di queste piccole gemme ci si può anche innamorare,
senza vergognersene e senza nemmeno doverlo spiegare più
di tanto. Se non ascoltando. Prendendosi mezzora di pausa nel
flusso della vita e sdraiandosi al sole ad ascolare le canzoni
di aria cesellate dai Magot. Si potrebbero anche fare paragoni
nobili: scomodare Nick Drake, per la presenza del violoncello,
o i Cowboys Junkies di Margot Timmins per riallacciarsi a questo
modo indolente di porgere la voce di Roberta che poi è
quello che conquista. Roberta accenna, non impone, butta lì
un canto che è quasi accennato. Sembra distratto, eppure
all'improvviso imprime il suo graffio. Si potrebbero citare anche
i Velvet Underground di cui viene ripresa qui "I'll
be you mirror" come ghost track e di cui dal
vivo i Magot fanno una versione da brividi di "Candy
says". Si potrebbe, ma forse non sarebbe giusto.
Perché è meglio gustarsi Magot per quello che è.
Un prodotto raffinato di musica gentile.
Certo che ci vuole, come sempre in questi casi, un brano guida.
Quello che contiene quel qualcosa in più che fa scattare
l'innamoramento. In questo caso il brano, il singolo, il titolo
guida si chiama "Buongiorno a te",
un gioiellino di semplicità e di dolcezza, dove la voce,
come sempre educata e discreta ma così espressiva di Roberta
ci accompagna nel sogno. "Buongiorno a te / che ridi
anche se non sai perché"
e quasi automaticamente un sorriso arriva a incresparti il labbro.
E' vero. Sorrido anche se non so perché. "Tu come
un giocoliere in equilibrio sai stare / son piccoli i tuoi passi,
ma a te sembra di volare / vedrai che in un baleno arriveranno
fino al mare". Sembra una delicata canzone d'amore,
ma poi Roberta spiegherà nell'intervista che pubblichiamo
che invece sono versi dedicati a un bambino. "L'immagine
era quella di un mio cuginetto piccolo che all'epoca aveva due
anni, io andavo a prenderlo tutte le mattine e lo portavo all'asilo
e lui ancora non parlava. Quindi facevamo questi tragitti in passeggino.
Ed era una bella esperienza per me. La prima persona che vedevo
alla mattina era questo facciotto. E' una canzone che ho dedicato
a lui. Per comunicare con un bambino piccolo. Forse riesce ad
arrivare facilmente perché parla a quella parte delle persone".
Mai fermarsi alle prime impressioni!
Ma non è la sola canzone di Roberta che si presta a qualche
equivoco. Ce ne sono ben tre nell'album che fanno pensare a racconti
di amore tutto al femminile, ma, incredibilmente parlando con
Roberta tutti questi sottintesi che sembrano esplicitamente omosessuali,
sfumano in tenerezze assortite, in atmosfere molto più
tranquille. Eppure quando ne "Una mezzaluna"
ci si imbatte in frasi come "Mio dolce vita te ne vai
a spasso / per le colline in piena libertà / mi sermbavra
strano il fatto di sentirti / così leggera e così
limpida / e con un bacio della fantasia / ti penso come se non
fossi mia" è difficile non pensare ad una donna
che canti il suo amore per un'altra donna.
Così come quando in "Madame Cecile"
si dice: "Se siamo tutti nella stessa sfera / perché
sono distanti i nostri pensieri / stanotte ti ho trovata dentro
i miei / Madame Cecile chissà / che cosa passa dentro i
tuoi /stanotte ti ho trovato dentro i miei / lo sai che sono proprio
come i tuoi". Ma ancora di più in "Notte
blu" dove il discorso sembra farsi più
esplicito: "Sei sparita nella notte e avevi il cuore
in gola / e ricordo per sparire ti è bastata una parola
/ e quando quella notte io mi sono risvegliata / tra le mie fedeli
stelle non ti ho più trovata". Esplicita no?
E invece no! Madame Cecile è una mendicante che stazionava
fuori da un supermercato e "Notte blu" "parla di
una mia amica che, quando avevamo circa 22/23 anni e lei si è
fidanzata con il mio primo amore. E noi non ci eravamo ancora
quasi lasciati". Tutto più naturale e semplice, ma
il brivido sottorraneo nel sentire una donna che pronuncia parole
d'amore per un'altra donna resta.
E' un disco breve: sono nove canzoni più una ghost track
che passano in un attimo, anche se non sono esattamente corte
(la media è sui quattro minuti), di una delicatezza unica,
dove suoni e rumori quotidiani fanno parte dello sfondo sonoro,
come qualcosa che ci avvicina ancora di più, come un invito
all'intimità. Tutte le canzoni di Magot sembrano infatti
destinate più a un piccolo giro di amici che ad un eventuale
pubblico. Canzoni da camera nel senso migliore del termine: una
sorta di viaggio all'interno di una stanza: "Songs from a
room" come direbbe Leonard Cohen.
Così è "Febbraio",
brano appena sussurrato e accarezzato dal violoncello. "Mi
commuove il mare se luccica / è una carezza al mondo che
sanguina / e mi commuovo quando sento quanto sono piccola".
Più vivace "Notte blu",
dall'incedere bizzarramente asimmetrico e mossa è anche
"Angeli metallo pesante",
dedicato all'ex gruppo di accompagnamento che l'ha aiutata nel
fare il disco: "Angeli metallo pesante / camminano leggeri
ai miei fianchi / viaggiano su corde tese e nel viaggio afferrano
l'idea / solidi abbastanza perché il vento non li porti
via".
Ultimo pezzo da memorizzare è il prefinale, prima della
ghost track: "Tutta l'aria che vorrei",
dove fa la sua bella comparsa il sax di Antonio Marangolo. La
classica canzone che non ti aspetti, perché parte tenue
tenue e rivela in fondo un anima di ferro: "Come il vento
dell'estate tu mi porti nell'assenza / che talvolta si presenta
dentro me / così spesso resto sola anche in mezzo at anta
gente / ben nascosta e senza voglia di parlare". Una
canzone d'amore, ma dalla delicata e persistente atmosfera.
In mezzo a questa densa compagnia sfumano un po' nell'indifferenza
"Dieci mondi" e "Sul
tetto in cima al mondo" che sono canzoni del
tutto degne, ma destinata a passare un po' in secondo piano. Le
influenza di Magot vanno dalla musica francese al folk di oltre
oceano, ma con un ampio raggio di azione. La cifra stilistica
è complessivamente originale, specie per una delicatezza
nel porgere inusuale e grazie anche ad improvvisi graffi della
voce che danno come una dimensione amplificata delle emozioni
che vuole esprimere.
Musica gentil, musica tranquilla, ma men che mai moscia, a ulteriore
espressione della versatilitià e della naturale propensione
delle gente di Liguria verso la musica d'autore. La terra di De
André e Gino Paoli, del Festival di Sanremo e del Club
Tenco, di Max Manfredi e di Zibba, di Claudia Pastorino e Roberta
Alloisio, degli Gnu Quartet e di Antonio Lombardi, adesso ha un
nome in più a cui prestare più di qualche attenzione:
Roberta Barbarino alias Magot.