Tutte le canzoni sono di Aldo Rossi tranne
“Jo mûr” (cover di “Just
dance” di Lady Gaga), “Preiere
di Nadâl” (una poesia di Pre
Toni Bellina con l’accompagnamento
al pianoforte scritto e suonato dal maestro
Rudy Fantin), “La balade dal Pizighet”
(cover dei Mitili FLK con discussione
filologico-musicale via e-mail con l’Argentina
dove risiede Guido Carrara autore del
brano), “La so puema” (testo
di Giorgio Ferigo), “Si podès”
(adattamento in Friulano di “Istanti”
di J. L. Borges)
Registrazione e mastering a cura di Aldo
Rossi
Le foto di copertina sono di Michele Ciussi
La grafica del cd è stata curata
da Igor Tullio
Pensato, scritto e prodotto da Aldo Rossi
tra gennaio 2009 e febbraio 2011
Aldo
Rossi
La vite e la muart
Curte - 2011 Acquistabile
ai concerti o qui
Tracklist
CD
A “La vite”
01
Il gjaul
02
Hasta Compañero
03
Jo mûr
04
Rampini
05
None
06
Preiere di Nadâl
07
La balade dal Pizighet
08
La fine del mondo
09
21 gr. (svuali vie)
10
Ce biel
CD
B “La muart”
01
Ben vistide e petenade
02
La me rosse
03
Plaçute Salon
04
A là sù
05
La so puema
06
Di un Pari
07
Cjalde che sere (Il 6 di mai)
08
Si podès
09
Masse fazil
10
Grant
“Par
fâ dal mâl baste nome un secont,
par fâ dal ben la vite di un om”
(Aldo Rossi - “A là su”)
(“Per fare del male basta solo un secondo
Per far del bene la vita di un uomo”)
(Aldo Rossi - “Lassù”)
Se non esiste forse una scuola genovese legata
alla canzone d’autore, ancor meno si può
parlare di una scuola friulana, perché a mancare,
qui, è sicuramente un epigono, una guida cui
fare riferimento. È però innegabile
che da questa terra di confine, spesso ancorata alla
difficile vita di montagna, dove l’esistenza
umana è fatta di sacrifici per strappare il
pane quotidiano a una terra difficile e avida, continuano
a emergere figure di grande rilievo nell’ottica
di quella canzone che definirei di qualità,
se proprio non desideriamo utilizzare il termine “d'autore”
che vuol dire tutto e nulla.
Così, dopo i nomi forse più noti di
Luigi Maieron e Lino Straulino,
ecco una nuova figura emergente, Aldo Rossi, che poi
figura tanto nuova alla musica non è, visto
annovera alle proprie spalle già tre album.
Le sue canzoni nascono e sono pensate in “lengua
furlana”, ma pur restando fedeli alla tradizione
lessicale, trattano spesso temi universali. Anzi in
questo disco si può dire che la tematica affrontata
riguarda davvero tutti indistintamente e s’intuisce
già dal titolo “La vite e
la muart”, cioè “La
vita e la morte”.
È un disco pensato e ripensato, tanto che a
un certo punto sembrava che il progetto non dovesse
più andare in porto. Invece, piano piano, il
tutto ha preso forma e il materiale compositivo è
stato così abbondante da andare a formare un
doppio album, un disco A intitolato “La
vite” e un disco B “La
muart”, per un totale di venti
tracce e poco più di un’ora di musica.
Oltre alle canzoni pensate, scritte e musicate da
Aldo Rossi nel lavoro trovano spazio Jo
mûr (“Muoio”), cover
di Just dance di Lady
Gaga; Preiere di Nadâl
(“Preghiera di Natale”) il cui testo è
una poesia di padre Toni Bellina,
un sacerdote, scrittore, giornalista e traduttore
italiano di lingua friulana scomparso nel 2007; La
balade dal Pizighet (“La ballata
del becchino”), una cover dei Mitili
FLK (band friulana) e comprende una discussione
avvenuta via e-mail con Guido Carrara,
ex chitarrista del gruppo e autore del brano stesso;
La so puema (“La
sua ragazza”) un testo di Giorgio Ferigo,
un medico, scrittore, storico, e musicista italiano
anche lui scomparso nel 2007 e infine Si
podès (“Se potessi”)
un adattamento in friulano della poesia Istanti
di Jorge Luis Borges.
Il lavoro rientra nella categoria del puro artigianato,
per di più realizzato in piena autonomia sia
dal punto di vista produttivo sia da quello prettamente
esecutivo. Tutte le chitarre, ad esempio, sono suonate
da Aldo, così come da lui sono realizzate le
programmazioni. Unico intervento "alieno",
l’esecuzione al pianoforte di Preiere di
Nadâl, a cura dell’autore stesso
della musica di quel brano, ossia il pianista jazz
friulano Rudy Fantin.
Il disco promette di volare alto: “La morte compie un fulmineo montaggio della
nostra vita:
ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi
e li mette in successione
(…) solo grazie alla morte, la nostra vita ci
serve ad esprimerci”
Questa è, infatti, la citazione di Pier
Paolo Pasolini riportata in contro copertina.
Mantiene però le promesse?
Cominciamo con il dire che i linguaggi musicali utilizzati
dnell’affrontare i diversi temi sono quanto
di più vario si possa immaginare: si passa
dal rock al folk alla ballad alla beguine e chi più
ne ha... Così facendo, se da una parte si ottiene
il vantaggio di rendere il disco vario e piacevole,
vista anche la difficoltà oggettiva dell’essere
quasi totalmente cantato in lingua friulana, dall'altra
si finisce per rendere un po’ meno compatto
l’intero progetto.
Tra i due dischi, decisamente più interessante il
secondo, quello dedicato alla morte, più triste
e malinconico, ma anche più umano e profondo.
Del primo, uno dei punti salienti sono dati da None
(“Nonna”), toccante ballata legata ai
ricordi della propria infanzia “e i scjampavi
/ vie di corse a vai parce / mi pacavin / i fruz plui
gancj e triscj di me / i mi poavi / e li tal to grim
a pasave su dut” (“E io scappavo
/ Via di corsa a piangere se /Mi picchiavano / I ragazzi
più grandi e cattivi di me / E mi appoggiavo
/ E nel tuo grembo passava subito tutto”). Poi
c’è la bellissima già citata Preiere
di Nadâl (“Preghiera di
Natale”), con quel delicatissimo pianoforte
che accarezza gli altrettanto teneri e sinceri versi
che appartengono ancora una volta all’infanzia
di tanti di noi.
Interessante anche l’ironica e spiritosa La
fine del mondo, una delle poche canzoni
in italiano, con quel suo testo così irriverente
come realistico “ma questa sciagura mi rende
contento / perché è molto democratica
/ povero o ricco in quel dato momento / se la strizzeranno
uguale uguà”.
Più interessante, senza dubbio, il secondo
disco, sin dalla prima traccia Ben
vistide e petenade (“Ben vestita
e pettinata)” in cui al ritmo di un’apparentemente
spensierata beguine viene presentata la morte
“La muart a è une femine sentade
/ ca spiete chi tu passis par di la / a è
biele ben vistide e petenade / e a sà che
prin o dopo si rivarà” (“La
morte è una donna seduta / Che aspetta
che si passi di la / È bella benvestita
e pettinata / E sa che prima o poi si arriverà”).
Bella poi la lenta e sognante Plaçute
Salon (“Piazzetta Salon “),
un tuffo di Aldo nel proprio passato, vissuto
a Plan Darte. Un brano semplice nella sua esecuzione,
solo chitarra e voce, che però mira dritto
al cuore dell’ascoltatore. Ancor più
bella la riflessione sull’aldilà
della dolcissima e ispirata A là
su (“Lassù”),
“No è migo vere / ch’a
è grande cheste cjere, / se un toc di paradîs
no ‘nd è. / Se par stâ in pâs,
/ spietìn l’eternitât, / dimi
ce ch’i stoi a fâ ca jù”
(“Non è mica vero / Che è
grande questa terra / Se un pezzettino di paradiso
non c’è / Se per stare in pace /
Aspettiamo l’eternità / Dimmi cosa
sto a fare quaggiù”).
Veramente toccante poi, la successiva La
so puema (“La sua ragazza”),
il cui testo di Giorgio Ferigo ci porta nella
grande sofferenza di una donna che vive la sua
vita nel ricordo del suo grande Amore. Una storia
finita con il suicidio di lui e con lei incinta.
Si sposerà, avrà altri figli, ma
il pensiero sarà sempre e solo per quel
ragazzo. Con sensi di colpa per il suicidio, ma
anche di rabbia per come lui ha voluto chiudere
tutto. Finale aperto direi, “Fasint
l'ultin dai pins o lu ai sintût berghelâ
/ e pò o soi...lade” (“Facendo
l’ultimo dei bambini l’ho sentito
piangere e poi dopo … me ne sono andata”),
che può assumere un duplice significato:
la protagonista muore partorendo l'ultimo bambino
o decide di andarsene dopo l'ultimo parto.
Dedicata a Beppino Englaro la
breve ma sofferta, Pari
(“Padre”). Commoventi i versi finali
“Podarès jessi / Podarès
sta / Chi no pôs diti / La me volontât
/ Ma nissun di miôr a la sa / Di cui cal
è / Il gno papà” (“Potrebbe
essere / Ci potrebbe stare / Che io non possa
dirti / La mia volontà / Ma nessuno meglio
la conosce / Di lui che è / Il mio papà”).
Chiude degnamente Grant
(“Grande”), eseguita dal vivo, solo
voce e chitarra e dedicata, come l’intero
lavoro, alla propria madre, con quei versi conclusivi
“Chês roses curades cun tant amôr
/ Colôrs di une vite cun poc lusôrs
/ La fadie dal vivi par cressi tiei fîs
/ E tante fadie par la vie di chi”
(“Quei fiori curati con tanto amore / Colori
di una vita con poco chiarore / La fatica di vivere
per crescere i tuoi figli / E tanta fatica per
… riuscire ad andartene”), che racchiudono
tutta la difficoltà del vivere e del morire,
ma anche la consapevolezza di aver trasmesso amore
ai propri figli.
Un amore ripagato anche attraverso questo album,
nato forse dal poco ma che vale tanto, così
com’è la vita degli uomini di montagna
che tanto devono lavorare e faticare per gioire
del poco che riescono a raccogliere, ma che, proprio
per questo, sanno meglio cogliere la bellezza
del vivere e la dignità del morire.