| Vinicio
Capossela, un disco fuori misura |
| Presentazione di "Marinai,
profeti e balene" all'Acquario di Milano: "il marinaio
rappresenta il viaggio, il profeta l'enigma e la balena qualcosa
di più grande di noi"
|

Di Giorgio Maimone
26/04 - Arriva vestito da marinaio. Anzi, da Capitano di
lungo sorso: giacca blu e cappello bianco. Sul tavolo degli
oratori, in ordine sparso, alcune balene: le più
attente ascoltatrici. “E’ un disco epico”,
attacca e dai primi brani che si diffondono nella sala già
lo avevamo avvertito.
"Tutto viene dalla letteratura per rappresentare
il nostro viaggio nell'esistenza". "Il marinaio
rappresenta il nostro viaggio nell'esistenza. Il profeta
è l'enigma: si occupa di interpretare i segni. La
balena è qualcosa di fuori misura, qualcosa più
grande di noi". "É venuto fuori un disco
doppio, fuori misura, che ha una fisicità come il
vinile. É un concept. Ma che motivo può avere
uno per comprare un disco se non perché è
qualcosa di bello, qualcosa che rimane? Non può essere
un file su un computer".
Poche parole e già abbiamo definito i concetti base
dell’album, anzi del disco, come continua convinto
a chiamarlo Vinicio (e noi con lui). “Mi piace
pensare a questo album come a un vecchio doppio vinile.
Tra l’altro i vinili doppi spesso erano dei concept
album. Mi piace pensare alla sua fisicità e al fatto
che, come nei vecchi album, a un certo punto si deve cambiare
disco. Come girare la facciata. E allora diciamo che il
primo lato è biblico e anglosassone: risente della
lettura di Melville, di Conrad. Il secondo invece punta
più sul senso del ritorno. Che è l’eterno
ritorno, ma anche una prigione: il nostos, la nostalgia,
il desiderio della terra. Sentimenti che fanno parte dell’uomo.
E’ un disco antropologico”.
L’impressione, da subito è di avere a che
fare con un disco che è tanto. Con testi ispirati
a Louis Ferdinand Celine, a Guido Ceronetti, a Moby Dick
di Melville nella versione epocale di Cesare Pavese, a Lord
Jim di Conrad, alla Bibbia (“il libro più saccheggiato
di tutta la storia del rock & roll!”) ma anche
all’Odissea, Compresa quella televisiva degli anni
’60. "Il disco è dedicato a Bekin
Fehmiu, il grande interprete dell'Ulisse televisivo. Un
eroe che si è tolto la vita l'anno scorso, perché
si era trovato senza patria: il Kossovo. La guerra del Kossovo
è una guerra imperialista come quella di Troia".
Sono diciannove pezzi inediti in ottantasei minuti di musica:
un’ora e mezza, compreso il tempo per scartare la
confezione. Che è elegante come un piccolo libro
e gonfia altrettanto. All’interno della confezione
i dischi spingono come per uscire, per l’urgenza di
essere suonati.
(Le prime impressioni)
|

“Sono canzoni che cambiano come il mare. Piene
di enigmi: più di domande che di risposte. Da giovani
ci piace ascoltare le canzoni struggenti, perché
pensiamo prima o poi di poter superare quei momenti. Andando
avanti con l’età sempre meno. E diventa anche
più difficile scriverle. Diventa personale, doloroso.
Con l’età di passa dalla lirica all’epica”.
E che questo sia un disco epico non è lecito nutrire
dubbi. Lo è per l’impatto, per la forma, per
la sostanza. Lo è perché Vinicio ormai ci
ha insegnato che nulla di quello che fa è destinato
semplicemente a passare. Va ascoltato e con attenzione.
Magari anche per rifiutare. Ma solo dopo avere ascoltato
e ascoltato bene. Come si compete a un libro, a un film,
a un quadro che prima di uscirsene con un giudizio serve
prestare attenzione.
“Il disco esprime il desiderio di ritorno all’Uno,
qualsiasi cosa si voglia intendere. Tutto quello che ho
fatto, fino ad adesso, ha rappresentato il tentativo di
trovare un lato interessante in ciò che scrivo un
po’ per tutti. Non ho mai voluto, e non avrei saputo,
fare la stessa canzone per tutta la vita”. “E’
un album di mare e di terra. Non so perché, ma se
devo citare un libro che mi ha ispirato e che conteneva
queste valenze, mi viene in mente “I racconti dell’Ohio”
di Sherwood Anderson (grande libro sotto il cielo!
– NdR)”.
Un lavoro accurato che ha coinvolto una marea di persone,
una ciurma di affezionati ceffi da tolda come Marc Ribot
e Greg Cohen (chitarra e basso, tra l’altro, di Tom
Waits), le chitarre di Alessandro “Asso” Stefana
e i tamburi di Zeno De Rossi, da anni con Vinicio, come
le alchimie sonore di Vinicio Vasi, virtuoso del theremin
e con Vinicio da “Ovunque proteggi” in poi.
Ma anche gli antichi collaboratori dal gusto “Fiesta
snack” come Antonio Marangolo, Jimmy Villotti, Ares
Tavolazzi.
“Abbiamo pensato questo disco partendo dallo
scheletro delle canzoni nate sul solo pianoforte che, del
resto, è questo misto tra un capodoglio e un’imbarcazione.
Poi le abbiamo vestite con l’aiuto del maestro d’ascia
e arrangiatore Stefano Nanni che ha curato gli arrangiamenti
orchestrali e con l’armatore sonoro Taketo Gohara
che ha registrato e mixato e con cui abbiamo prodotto l’album.
Io non sono molto bravo a scegliere, questo o quello. Terrei
tutto. Taketo sì. E’ per questo che abbiamo
prodotto l’album assieme”. “Marc Ribot
è un genio ed è perfino riduttivo ricordarlo
solo per la sua collaborazione con Tom Waits”. “Abbiamo
puntato su una varietà di arrangiamenti e di accompagnamenti
di voci. C'è una varietà di accompagnamento
vocale, i cori, che non ho mai usato. Sono cori marinareschi
che accompagnano l'eroe contro la solitudine”.

|
 |
|
“Le balene sono per definizione animali da freak
show. Grasse ed abbracciabili. Che ci ricordano quanto piccoli e
infinitesimali siamo”. Le balene presente assentono, facendo
mostra di non far caso ai complimenti o alle insinuazione. La stesura
scheletrica del disco è stata composta all’Isola d’Ischia,
a 80 metri a picco sul mare, facendo alzare, con un gesto degno
di Fitzcarraldo, un pianoforte degli anni ’20, un Seiler,
tanto per restare vicino al tema, fin sul Castello Aragonese dell’isola
campana.
“L’isolamento nel senso dell’altezza è
molto più naturale. Il pianoforte poi è il perfetto
strumento di bordo. E’ come la montagna di Maometto. Sei tu
che devi andare al pianoforte! Non lo puoi portare dietro. La chitarra
lascia molto più libertà, è più adatta
ad accompagnarsi con la voce e a suonare con gli altri. Il pianoforte
è più autosufficiente”.
Ma come sarà lo spettacolo che ne deriverà? Capossela
ha sempre lasciato traccia, oltre che per i dischi, ancora di più
per gli spettacoli conseguenti. La sensazione è che, almeno
le prime tappe, nelle città maggiori, vengano troppo presto.
“Lo spettacolo sarà la rappresentazione di questo
disco. Ridotto all’osso, dentro le costole di una balena,
con una ciurma di sette musicisti e un coro di tre persone. Questo
è un disco più rivolto al sé: “Ovunque
proteggi” era più rivolto all’esterno”.
“Abbiamo registrato anche in esterno, dentro una cattedrale
senza tetto al Santuario di San Giovan Giuseppe della Croce e Ischia.
Abbiamo registrato anche il vento, gli elementi naturali. E’
stato suggestivo, emozionante. E’ un privilegio uscire dalla
logica dello studio, registrare di notte o la mattina presto. La
difficoltà stimola all'immedesimazione. Quando tutto è
in ordine puoi abbandonarti all'interpretazione”.
Ma i viaggi, o Capitano, mio Capitano, sono reali o immaginari?
Scegliere un strumento del tutto statico come il pianoforte per
costruire un disco di viaggio è quasi una contraddizione.
“Né l’una, né l’altra cosa.
Né un viaggio vero, né viaggi immaginati da casa.
Credo sia importante mettersi in viaggio, quando si fa un lavoro
del genere. Non è solo scrittura. Tutti questi dischi sono
comunque realmente dischi di viaggi”.
“In un prossimo lavoro parlerò forse di un piccolo
paese a cui sono molto legato, alla lingua, al suono del dialetto.
Ma io non riesco a cantare in dialetto. Ho la necessità di
transumare in italiano. Anche quando affronto testi stranieri. Anche
Dylan: ho fatto “When the ship comes in” è l’ho
dovuta tradurre”.
Un album di viaggio è sempre anche un album di fuga?
"La fuga ha qualcosa a che vedere con la clandestinità.
Il viaggio è conclamato. Alla fuga a volte si é spinti.
É un gesto coraggioso. Credo sia importante conservarsi sempre
una via di fuga"
"A me viene molto più facile scrivere dieci canzoni
insieme che una per volta. Non dedico molto tempo a fare canzoni,
ma quando mi metto è più facile lavorare su una serie
di canzoni"
Poi si fa tardi, il meriggio incalza e la nave, col suo capitano
deve prendere di nuovo il largo. Giusto il tempo di farsi ancora
una foto con le amate balene e poi si salpa. A noi resta un disco
lungo e impegnativo da sentire, gustare e provare a spiegare.
|