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NEWS Aprile 2011

Vinicio Capossela, un disco fuori misura

Presentazione di "Marinai, profeti e balene" all'Acquario di Milano: "il marinaio rappresenta il viaggio, il profeta l'enigma e la balena qualcosa di più grande di noi"


Di Giorgio Maimone
26/04 - Arriva vestito da marinaio. Anzi, da Capitano di lungo sorso: giacca blu e cappello bianco. Sul tavolo degli oratori, in ordine sparso, alcune balene: le più attente ascoltatrici. “E’ un disco epico”, attacca e dai primi brani che si diffondono nella sala già lo avevamo avvertito.


"Tutto viene dalla letteratura per rappresentare il nostro viaggio nell'esistenza". "Il marinaio rappresenta il nostro viaggio nell'esistenza. Il profeta è l'enigma: si occupa di interpretare i segni. La balena è qualcosa di fuori misura, qualcosa più grande di noi". "É venuto fuori un disco doppio, fuori misura, che ha una fisicità come il vinile. É un concept. Ma che motivo può avere uno per comprare un disco se non perché è qualcosa di bello, qualcosa che rimane? Non può essere un file su un computer".

Poche parole e già abbiamo definito i concetti base dell’album, anzi del disco, come continua convinto a chiamarlo Vinicio (e noi con lui). “Mi piace pensare a questo album come a un vecchio doppio vinile. Tra l’altro i vinili doppi spesso erano dei concept album. Mi piace pensare alla sua fisicità e al fatto che, come nei vecchi album, a un certo punto si deve cambiare disco. Come girare la facciata. E allora diciamo che il primo lato è biblico e anglosassone: risente della lettura di Melville, di Conrad. Il secondo invece punta più sul senso del ritorno. Che è l’eterno ritorno, ma anche una prigione: il nostos, la nostalgia, il desiderio della terra. Sentimenti che fanno parte dell’uomo. E’ un disco antropologico”.

L’impressione, da subito è di avere a che fare con un disco che è tanto. Con testi ispirati a Louis Ferdinand Celine, a Guido Ceronetti, a Moby Dick di Melville nella versione epocale di Cesare Pavese, a Lord Jim di Conrad, alla Bibbia (“il libro più saccheggiato di tutta la storia del rock & roll!”) ma anche all’Odissea, Compresa quella televisiva degli anni ’60. "Il disco è dedicato a Bekin Fehmiu, il grande interprete dell'Ulisse televisivo. Un eroe che si è tolto la vita l'anno scorso, perché si era trovato senza patria: il Kossovo. La guerra del Kossovo è una guerra imperialista come quella di Troia".

Sono diciannove pezzi inediti in ottantasei minuti di musica: un’ora e mezza, compreso il tempo per scartare la confezione. Che è elegante come un piccolo libro e gonfia altrettanto. All’interno della confezione i dischi spingono come per uscire, per l’urgenza di essere suonati.

(Le prime impressioni)


Sono canzoni che cambiano come il mare. Piene di enigmi: più di domande che di risposte. Da giovani ci piace ascoltare le canzoni struggenti, perché pensiamo prima o poi di poter superare quei momenti. Andando avanti con l’età sempre meno. E diventa anche più difficile scriverle. Diventa personale, doloroso. Con l’età di passa dalla lirica all’epica”.

E che questo sia un disco epico non è lecito nutrire dubbi. Lo è per l’impatto, per la forma, per la sostanza. Lo è perché Vinicio ormai ci ha insegnato che nulla di quello che fa è destinato semplicemente a passare. Va ascoltato e con attenzione. Magari anche per rifiutare. Ma solo dopo avere ascoltato e ascoltato bene. Come si compete a un libro, a un film, a un quadro che prima di uscirsene con un giudizio serve prestare attenzione.

Il disco esprime il desiderio di ritorno all’Uno, qualsiasi cosa si voglia intendere. Tutto quello che ho fatto, fino ad adesso, ha rappresentato il tentativo di trovare un lato interessante in ciò che scrivo un po’ per tutti. Non ho mai voluto, e non avrei saputo, fare la stessa canzone per tutta la vita”. “E’ un album di mare e di terra. Non so perché, ma se devo citare un libro che mi ha ispirato e che conteneva queste valenze, mi viene in mente “I racconti dell’Ohio” di Sherwood Anderson (grande libro sotto il cielo! – NdR)”.

Un lavoro accurato che ha coinvolto una marea di persone, una ciurma di affezionati ceffi da tolda come Marc Ribot e Greg Cohen (chitarra e basso, tra l’altro, di Tom Waits), le chitarre di Alessandro “Asso” Stefana e i tamburi di Zeno De Rossi, da anni con Vinicio, come le alchimie sonore di Vinicio Vasi, virtuoso del theremin e con Vinicio da “Ovunque proteggi” in poi. Ma anche gli antichi collaboratori dal gusto “Fiesta snack” come Antonio Marangolo, Jimmy Villotti, Ares Tavolazzi.

Abbiamo pensato questo disco partendo dallo scheletro delle canzoni nate sul solo pianoforte che, del resto, è questo misto tra un capodoglio e un’imbarcazione. Poi le abbiamo vestite con l’aiuto del maestro d’ascia e arrangiatore Stefano Nanni che ha curato gli arrangiamenti orchestrali e con l’armatore sonoro Taketo Gohara che ha registrato e mixato e con cui abbiamo prodotto l’album. Io non sono molto bravo a scegliere, questo o quello. Terrei tutto. Taketo sì. E’ per questo che abbiamo prodotto l’album assieme”. “Marc Ribot è un genio ed è perfino riduttivo ricordarlo solo per la sua collaborazione con Tom Waits”. “Abbiamo puntato su una varietà di arrangiamenti e di accompagnamenti di voci. C'è una varietà di accompagnamento vocale, i cori, che non ho mai usato. Sono cori marinareschi che accompagnano l'eroe contro la solitudine”.




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“Le balene sono per definizione animali da freak show. Grasse ed abbracciabili. Che ci ricordano quanto piccoli e infinitesimali siamo”. Le balene presente assentono, facendo mostra di non far caso ai complimenti o alle insinuazione. La stesura scheletrica del disco è stata composta all’Isola d’Ischia, a 80 metri a picco sul mare, facendo alzare, con un gesto degno di Fitzcarraldo, un pianoforte degli anni ’20, un Seiler, tanto per restare vicino al tema, fin sul Castello Aragonese dell’isola campana.

L’isolamento nel senso dell’altezza è molto più naturale. Il pianoforte poi è il perfetto strumento di bordo. E’ come la montagna di Maometto. Sei tu che devi andare al pianoforte! Non lo puoi portare dietro. La chitarra lascia molto più libertà, è più adatta ad accompagnarsi con la voce e a suonare con gli altri. Il pianoforte è più autosufficiente”.

Ma come sarà lo spettacolo che ne deriverà? Capossela ha sempre lasciato traccia, oltre che per i dischi, ancora di più per gli spettacoli conseguenti. La sensazione è che, almeno le prime tappe, nelle città maggiori, vengano troppo presto. “Lo spettacolo sarà la rappresentazione di questo disco. Ridotto all’osso, dentro le costole di una balena, con una ciurma di sette musicisti e un coro di tre persone. Questo è un disco più rivolto al sé: “Ovunque proteggi” era più rivolto all’esterno”.

Abbiamo registrato anche in esterno, dentro una cattedrale senza tetto al Santuario di San Giovan Giuseppe della Croce e Ischia. Abbiamo registrato anche il vento, gli elementi naturali. E’ stato suggestivo, emozionante. E’ un privilegio uscire dalla logica dello studio, registrare di notte o la mattina presto. La difficoltà stimola all'immedesimazione. Quando tutto è in ordine puoi abbandonarti all'interpretazione”.

Ma i viaggi, o Capitano, mio Capitano, sono reali o immaginari? Scegliere un strumento del tutto statico come il pianoforte per costruire un disco di viaggio è quasi una contraddizione.

Né l’una, né l’altra cosa. Né un viaggio vero, né viaggi immaginati da casa. Credo sia importante mettersi in viaggio, quando si fa un lavoro del genere. Non è solo scrittura. Tutti questi dischi sono comunque realmente dischi di viaggi”.

In un prossimo lavoro parlerò forse di un piccolo paese a cui sono molto legato, alla lingua, al suono del dialetto. Ma io non riesco a cantare in dialetto. Ho la necessità di transumare in italiano. Anche quando affronto testi stranieri. Anche Dylan: ho fatto “When the ship comes in” è l’ho dovuta tradurre”.

Un album di viaggio è sempre anche un album di fuga?

"La fuga ha qualcosa a che vedere con la clandestinità. Il viaggio è conclamato. Alla fuga a volte si é spinti. É un gesto coraggioso. Credo sia importante conservarsi sempre una via di fuga"

"A me viene molto più facile scrivere dieci canzoni insieme che una per volta. Non dedico molto tempo a fare canzoni, ma quando mi metto è più facile lavorare su una serie di canzoni"

Poi si fa tardi, il meriggio incalza e la nave, col suo capitano deve prendere di nuovo il largo. Giusto il tempo di farsi ancora una foto con le amate balene e poi si salpa. A noi resta un disco lungo e impegnativo da sentire, gustare e provare a spiegare.


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