| Dove
non arriva la politica, arriva l'umanità
di Louise Brooks
Inconfondibile fin dalle prime inquadrature: sinfonia
di blu e azzurri, colori al neon, simmetria ironica e arredi
anni 50, in stile svedese povero. Ovvero finlandese. Ovvero
Kaurismaki. Che, in trasferta, racconta Le Havre, filtrandola
attraverso il suo sguardo con cui accarezza anche i due protagonisti:
Marcel (che fa Marx di cognome) e la moglie Arletty (col suo
profumo di cinema francese).
Lui, ormai sulla sessantina, dopo aver conosciuto l'illusione
e la boheme, fa il lustrascarpe (uno dei due lavori che non
offendono i salmi), lei gli è indispensabile semplicemente
perche si amano. Nel loro quartiere dove anche le baracche
sprigionano la grazia dell'attenzione di chi le abita, nessuno
è scortese: non lo è la panettiera, nel suo
negozio che sembra uscito da un film degli anni trenta; non
lo è il verduraio, stufo di far credito a Marcel, non
lo è la barista che ascolta gli “chagrin”
di tutti. Ma non siamo in una favola e neppure in un'operazione
nostalgia, perché la realtà e li, con le sue
angosce, come i container del porto che nascondono i clandestini
in cerca di una vita migliore.
Uno di
questi, un ragazzino del Gabon sfuggito alla polizia, cambierà
per un po' la vita di Marcel e del quartiere. Nessuna predica
ma un insegnamento importante: dove non arriva la politica
(o i politici) può arrivare ciascuno di noi. Perche
la gentilezza non è altro che quel briciolo di umanità
che ci resta. E incorniciati dall'umiltà di case semplici
dove l'amore fa brillare anche la povertà a volte possono
arrivare anche i miracoli. Come questo film che ha fatto respirare
il grande cinema sugli schermi affaticati della Croisette.
La frase: "Marcel: "Hai pianto?"
Idrissa: "No!"
Marcel: "Bene. Non serve a niente"
Da
vedere: Per respirare il respiro del grande cinema
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