Tracklist
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| 01 |
Vino,
tabacco e cielo |
| 02 |
Le
cidule |
| 03 |
Cosa
senti |
| 04 |
Cremar-Marokin |
| 05 |
Questa
faccia |
| 06 |
I
fantasmi di pietra |
| 07 |
Trei
puemas |
| 08 |
Done
Mari |
| 09 |
Il
peso della neve |
| 10 |
Filo
spinato |
| 11 |
Argjentina |
Non
potevo finire l'anno senza avere intervistato Luigi Maieron, autore
di uno dei più bei album della stagione, nonché oramai
caro amico dai tempi remoti di "Si vif", per affinità
elettive e musicali. L'album è uscito poco prima dell'estate
e l'intervista è gradatamente slittata (tanto con un amico
si fa sempre in tempo ...) fino ad arrivare all'ultimo giorno dell'anno.
Ma per fortuna ce l'abbiamo fatta. Per l'ultimo giorno dell'anno
vino, tabacco e ... Maieron!
Ciao
Gigi, eccoci qua per questa intervista di fine anno. Tanto per
cambiare, a noi di Bielle, il tuo album è sembrato uno
dei più belli dell’anno. Però ci sono delle
differenze con i lavori precedenti. Non solo sotto il punto di
vista delle lingua: è vero, qui canti molto in italiano,
ma non è nemmeno la prima volta. Sembra che ci sia stato
proprio un tentativo di apertura. Cosa ne pensi tu?
Si, hai ragione.
Mi piaceva raccontare in modo più diretto, più fisico.
C’è una maggiore presenza di musica, ci sono atmosfere
diverse e qualche momento di leggerezza. Abbiamo seguito il principio
che una canzone può essere anche un bicchiere bevuto in
compagnia. E’ un album che va nella direzione dell’incontro,
spero tanto di riuscire a fare buona compagnia, a chi ascolta.
Il riferimento immediato che viene in mente ascoltandoti è
Johnny Cash. D’altra parte te l’hanno già detto
che sei il Johnny Cash della Carnia, no? Ti ci ritrovi?
Me lo dicono già
dai tempi di “Si vîf”, nonostante musicalmente
andassi in altra direzione. Poi ho capito che non è solo
per certe atmosfere musicali, ma è anche un fatto di postura,
di fisicità, e per le tante rughe che hanno lasciato sui
nostri volti una sorta di campo di battaglia. Devo dirti che la
sua musica, mi piace; nutro sincera simpatia per lui che è
stato “una primula in un prato innevato” . La sua
musica è ancora una buona compagnia, “suona”molto
bene in terra di Carnia.
Rispetto ai tuoi dischi precedenti c’è meno
violino e più chitarre e quindi forse è questo che
fa pensare a uno spostamento, in tema musicale, dal folk più
verso il country. D’altra parte “Questa faccia”,
uno dei brani pregnanti dell’album, sembra un estratto da
un western all'italiana con la colonna sonora di Ennio Morricone
…
I due album precedenti
contavano sulla presenza e sul violino di Michele Gazich; mentre
in questo c’era la voglia di provare suoni diversi sempre
nell’ambito folk. In “Questa faccia” la scelta
musicale è stata concepita proprio per far riverberare
i duelli che abbiamo con noi stessi, con quello che siamo e quello
che non mostriamo. Il duello è anche una metafora che sottolinea
una caratteristica di noi friulani: quella della determinazione
e del non “farla mai troppo lunga”, se una questione
va risolta non ci pensiamo su due volte.
I
temi scelti questa volta sono particolarmente vari. Ci sono dentro
tanti spunti diversi che fanno pensare più a un campionario
che non a un singolo progetto. E’ come se dicessi, Signori
questo è quello che posso fare. Senza preoccuparti di creare
legami né musicali né di testi. E’ il tuo
album più simile a una raccolta di singoli. Abbiamo il
country di “Vino, tabacco e cielo”, il country-blues
di “Questa faccia”, il folk classico di “Le
cidule”, la danza sull’aia di “Tre puemas”,
il risvolto più cantautorale di “Ottobre ’63”,
il minimalismo rarefatto di “Cosa senti”, l’etno-folk
di “Cramas Marokin”, il blues rinascimentale di “Done
Mari”, il tango-cabaret di “Arghientina”. Insomma
un po’ di tutto, senza però che questo dia mai l’impressione
del “rebelot” come si dice da noi, ossia del fritto
misto. E’ sempre Maieron, ma in vesti differenti.
Hai ragione, ma c’è
anche un “suono dell’uomo” con cui mi piace
restare; un suono di vicende che ci appartengono sotto tutte le
latitudini; che ci rendono partecipi, che ci dicono che in “due”
si cammina meglio. Ogni giorno continuano gli ottobre ’63,
per leggerezza, stupidità o solo per interesse (“I
fantasmi di pietra”) ; ogni giorno c’è una
giovane che aspetta che il suo nome venga pronunciato e che la
vita le apra le porte (“La cidule”) - (“Trei
puemas”); Ogni giorno ci poniamo le domande-considerazioni
di “Cosa senti”, o siamo presi dalla “disperazione
impazzita” di Argjentina, perché la vita ci porta
da un’altra parte. E’ una sorta di forma musicale
dei sentimenti che accelera e rallenta a ritmo di musica.

Ci
puoi dire quali sono gli spunti da cui sei partito? Sai, faccio
il finto tonto, perché in realtà alcune di queste
canzoni le ho viste crescere e le ho ascoltate dalla loro versione
scarna voce e chitarra, fino all’orchestrazione finale.
“Vino, tabacco e cielo” ad esempio, io ne conosco
tutta la storia, ma per chi dovesse ascoltarla ora, di cosa parla?
Volevo considerare
l’importanza delle figure che ci hanno aiutato a crescere.
In questo caso è nonno Daniele che accompagnavo nel bosco
a fare legna. Sapeva tutto del bosco, mi spiegava le differenze
tra un albero e l’altro, tra un legno e l’altro. Ai
miei occhi era una sorta di gigante inarrivabile, un uomo che
sapeva tutto. A volte stavamo via tutto il giorno e portavamo
con noi del cibo e un poco di vino che “non doveva mancare
mai” (questa la sua raccomandazione). Il suo odore di tabacco
si confonde con il cielo che accompagnava il nostro camminare.
“La
cidula” è più facile, perché è
una tradizione carnica. Però bisogna conoscerla.
I coscritti
dell’anno si riuniscono in un punto, in alto, bene in vista
da tutto il paese, nel caso di Cercivento si riuniscono nel “Plan
das aganes” (piano delle streghe). Con loro portano un elenco
delle coppie che si stanno formando nella comunità, ed
ad una ad una le comunicano al paese. La “raganize”
(filastrocca) dice: “vada, vada, vada, questa bella cidula,
che vada in onore”… e viene pronunciato il nome della
ragazza. Poi continua … “E che Dio la conservi in
lunga vita con il suo caro giovane…” e viene detto
il nome del ragazzo.. e al grido: “che vada”... viene
lanciata “la cidule”, una rotella di legno ricavata
dal sezionamento di una giovane pianta di abete. Il cidulâr
(lanciatore della cidula) colpisce con un bastone la rotella appena
tolta dal falò, e tutti seguono la coda di fuoco nel suo
viaggio fino a valle. Più lontana arriva, maggiore sarà
l’affiatamento nella copia.
“Questa faccia” è forse uno dei brani
più personali, in cui racconti di più di te stesso
Mi piace la metafora
di un “pensiero artigiano” che ogni tanto scende nell’
intimo e con martello e cacciavite tenta di regolare qualche imperfezione
e qualche cedimento. Nel mio caso, il lavoro viene come viene,
(mai troppo bene) ma insisto, ci provo spinto dal principio che
dietro ad ogni volto, ad ogni ruga si nascondono esperienze che
non conosciamo e che non basta un impressione per dare un giudizio.
Ogni persona potrebbe raccontare molto; ognuno porta una sua vicenda
straordinaria, ognuno coltiva le sue ferite, ognuno è reduce
da esperienze speciali, nascoste, sconosciute. Non ha senso la
competizione, vorrei riuscire a considerare con maggiore attenzione
chi mi sta davanti. E nello stesso tempo non dovermi nascondere
dietro ad una seconda faccia, perché: “ho poco tempo,
il rasoio è vecchio e poi, un’altra barba sarebbe
doppio lavoro”.
“I
fantasmi di pietra (Ottobre ‘63)” invece è
una data che dovremmo conoscere tutti, ma è di sicuro un
evento di cui tutti hanno sentito parlare. Il Vajont. Qui lo spunto
è un libro di Mauro Corona, vero? Grande scrittore, amico
e uomo vero.
Mauro oltre che un
amico, è uno scrittore importante ed uno scultore straordinario.
Sembra un pirata che si aggira per le strade a protestare per
come rimoviamo certi paletti che la natura pretende o, per la
superficialità con cui amputiamo radici e buon senso. E’
stato lui a spingermi a scrivere “I fantasmi di pietra”,
voleva una canzone che ricordasse il Vajont, che ricordasse quanto
poco basti per riempire una valle di dolore. Ma anche che il nostro
tempo non deve sempre obbedire al profitto o assoggettarsi al
progresso ad ogni costo. I troppi Vajont, a cui purtroppo assistiamo,
testimoniano, se paragonati alla vita di ognuno, che il massimo
dei profitti non vale l’ultimo dei dolori. Non sapevo da
dove partire, poi l’idea di case di montagna che si spopolano,
che restano a custodia di persone e legami che non ci sono più,
ha dato il “La” a questo brano.
“Cramars Marokin” ha una storia che è
tutta da raccontare. Ma è molto bella che tu abbia scelto
di ricordarla nella triste Italia del 2011, un Paese che ha perso
tutta la sua memoria o che la sta perdendo: E’ una storia
di quando gli emigranti eravamo noi.
I “Cramars” erano i venditori ambulanti che dalla
Carnia partivano alla volta di molti paesi: Austria, Germania,
paesi dell’est. Andavano a vendere le loro merci: erbe officinali,
spezie, prodotti artigianali, ma soprattutto i tessuti delle tessiture
Linussio che avevano telai sparsi in molte case della nostra terra.
Nel brano, le merci dei “cramars” si confondono con
quelle dei venditori ambulanti marocchini, coperte e “gjlebas”,
tovaglie e “burnus”. Lo scopo è la sopravvivenza,
la regola vivi e lascia vivere. La montagna ha dato un numero
molto alto di emigranti, ogni famiglia ha “dato” qualcuno,
negli anni. Ognuno ha stampato queste regole e rispetta chi cerca
di sopravvivere.
“Cosa
senti” è bellissima, ma questo non è un parere
critico. E’ una passione. Dovrebbero farne l’inno
del Cai. Ha così l’aria rarefatta e pura di chi scala
le vette. Tu sei scalatore? Lo sei stato? Oppure va letta anche
sotto forma di metafora? Come quasi sempre nelle tue storie.
Ho il terrore del vuoto
sotto ai piedi, ma considero questa disciplina la miglior forma
di allenamento nel viaggio con se stessi. Scalare ti insegna a
considerare ogni appiglio, ti insegna ad eseguire ogni movimento
con partecipazione e umiltà. Una vetta può essere
scalata solo se non si trascura alcun dettaglio, pena il rischio
che ogni mossa sbagliata possa diventare fatale. Così come
si scala la vita: la voglia di arrivare in alto non deve farci
rinunciare all’attenzione nel nostro percorso, e la meta
a cui puntiamo non ci deve far dimenticare la normalità
e la semplicità. Il nostro salire non ci deve far dimenticare
che “basta una vela e un vento normale”.
“Trei puemas” ci riporta a terra, alle danze
sull’aia, ai balli della tua infanzia, alle orchestrine
vaganti. Mentre “Done Mari” ci riporta più
indietro. E’ un canto tradizionale delle tue parti.
Trei puemas è
anche la continuazione della Cidule, (vedi che qualche legame
c’è nell’album!) le ragazze infatti si stanno
recando al ballo e là ci sono i ragazzi che le aspettano.
Done mari è un brano che definisce l’origine della
coppia, quello che Carlo Sgorlon chiamava “l’archetipo”.
Il brano è un canto popolare di fine ‘800; racconta
di una ragazza che sta per lasciare la casa paterna e riceve dalla
madre le raccomandazioni di rito: “dove vai fatti onore”.
La suocera le chiederà delle sue intenzioni e di cosa porterà
nella nuova casa. Mi interessava raccontare questa partenza, focalizzare
uno stato, una mentalità che è resistita per molto
tempo, ma è anche un gesto d’affetto per queste donne,
per le nostre nonne e le nostre madri, autentici esempi in tempi
difficili.
“Argjentina” è un altro bellissimo
brano. Di quelli che squadernano le carte in tavola e ti fanno
capire di che stoffa sia fatto questo giovane cantautore, le cui
carte sono ancora forse tutte da scoprire. Una canzone cantata
con un sorriso sotto i baffi.
Intendi che la giovinezza
è una meta che si raggiunge solo dopo una certa età?
(Sto ridendo sotto i baffi). Argjentina racconta di un mondo di
disperati, di ultimi che partono convinti di un posto ad aspettarli
invece restano ai margini di tutto. Contano come numero, come
braccia da lavoro, non come persone; ma il loro cuore muove sentimenti
ed aspettative e nella solitudine cercano la loro via di fuga.
Tutto avviene sotto un immaginario sole messicano-argentino, nel
goffo tentativo di mandare a quel paese il proprio dramma, senza
però riuscirci. Sono cuori che battono, senza essere sentiti,
senza essere capiti.
“Filo
spinato” è invece una canzone di guerra. Di una guerra
di adesso che però, fatte le debite proporzioni, sono così
simile a quelle di una volta. “Tante parole di pace / e
si fa un’altra guerra”. “Misuri un nuovo mestiere
/ da figlio a soldato”.
Si è Così.
Volevo anche dire che l’amore per una madre per un figlio
è il sentimento più forte che si conosca. Quando
questo sentimento si spezza, si procura alle persone un danno
irreversibile che non ha prezzo, né giustificazione. Assieme
a questo amore c’è quello della sua ragazza che continua
ad aspettarlo incapace di rassegnarsi alla perdita. Uno spreco
di affetti che non può non lasciare il segno e che continuerà
ad impoverirci tutti.
“Il
peso delle neve” è un altro brano molto personale:
“leggi la tua storia / leggi che sei nato per caso / hai
visto un po’ di inferno e resti fuori mano / Storie di frontiera
/ di falsi documenti / figlio cresciuti / un po’ per caso
da amori perduti”. E’ una autobiografia in musica.
E il fatto che sia a fine disco rappresenta quasi una firma.
Hai già detto
tutto tu. Aggiungo solo che “non si cresce mai abbastanza
senza buoni ricordi, si vive comunque ma costa un poco di più”.
E’ certamente autobiografica ma siamo in tanti ad essere
“nati quasi per caso o da amori perduti” cresciuti
senza genitori o in condizioni difficili. E’ la canzone
per chi porta un poco di neve sulle spalle.
Cinque stelle senza esitare per un album che ad ogni ascolto
mi appassiona ancora, costringendomi a fare, disfare e rifare
ogni volta la lista delle mie canzoni preferite. E ce ne sono
ben sei in gara per il primo posto! Sei soddisfatto del tuo album?
Mi dicevi tempo fa che “Si vif”, che è ancora
molto amato, risentito adesso ti sembra un po’ lento. Questo
è molto più vivace.
Non posso fare a meno
di materializzare sentimenti, pensieri e stati d’animo.
Mi appassiona farlo, anche se il tema è duro e c’è
il rischio (come mi capitava agli inizi) che qualcuno tra il pubblico
mi guardasse con una espressione che sembrava dire: “Maieron
cosa ti abbiamo fatto?, ti vogliamo bene, non bastonarci…”
(sorrido, ma era così) . Oggi sento la voglia di comunicare
in modo più diretto, più fisico, come se stessimo
parlando tra amici, con passione e senza fronzoli. Per questo
la musica è più presente, più incalzante;
per questo ad ogni canzone è dato un ambiente. Sono gli
argomenti che hanno deciso la musica, sono loro che hanno guidato
me e la mia band ad andare in quelle direzioni, a crescere quelle
atmosfere. A differenza di un tempo ho piacere a comunicare correndo
un poco di più in superficie senza smettere però
i tuffi in immersione, anche se da un punto di vista sportivo
mi sento un ciclista, un gregario che pedala in salita.
E ora? Quali progetti bollono in pentola? Quest’anno
hai fatto il disco, sei stato ospite nel disco di Davide Van De
Sfroos e in molti concerti suoi. Hai suonato a Torino per i 150
anni dell’Italia davanti a centomila persone. Insomma, ti
sei fatto conoscere un po’ fuori d’Italia. Festival
di Sanremo? Adesso che hanno aperto ai dialetti potrebbe essere
una strada percorribile. Oppure? Dammi qualche indizio sui tuoi
prossimi spostamenti. Libri? Sai che a me piace anche leggerti.
C’è qualche progetto in vista?
Ho sempre viaggiato
con il passo del montanaro e continuerò così. Sanremo
dici? Non sanno nemmeno chi sono e credo gli interessi ancor meno
capirlo. Io su palchi di quel tipo non mi ci vedo, anzi se vogliamo
parlare di fanta-musica magari accetterei di fare da ospite, tanto
per vedere l’effetto di un brano di questo genere, su quel
palco. (A questo punto debbo sorridere ancora una volta, mi fa
bene parlare con te). Per il momento sto presentando il cd, il
14 gennaio sarò a Pavia. Mi piacerebbe pubblicare un nuovo
libro, sto scrivendo ma i miei tempi sono lunghi.
Gigi,
io ti ringrazio ancora, per la disponibilità , per la musica
e per l’amicizia. Soprattutto per l’amicizia da “anime
femine”, quella che spinge a dividere vino e cibo. Appuntamento
a presto.
Ci conto, cibo milanese
e vino friulano.