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Le BiELLE INTERVISTE
Luigi Maieron: «Un suono dell'uomo in cerca dell'incontro»
di Giorgio Maimone


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Ascolti: "Vino, tabacco e cielo"

Un libro: "La neve di Anna" di Luigi Maieron

Intervista su "La scrittura essenziale"

Intervista su "A tu per tu con la Quercia"
Presentazione di Davide Van De Sfroos di "Vino. tabacco e cielo"
E se fosse solo una canzone?

La pagina di Luigi Maieron



Tracklist

01 Vino, tabacco e cielo
02 Le cidule
03 Cosa senti
04 Cremar-Marokin
05 Questa faccia
06 I fantasmi di pietra
07 Trei puemas
08 Done Mari
09 Il peso della neve
10 Filo spinato
11 Argjentina
Non potevo finire l'anno senza avere intervistato Luigi Maieron, autore di uno dei più bei album della stagione, nonché oramai caro amico dai tempi remoti di "Si vif", per affinità elettive e musicali. L'album è uscito poco prima dell'estate e l'intervista è gradatamente slittata (tanto con un amico si fa sempre in tempo ...) fino ad arrivare all'ultimo giorno dell'anno. Ma per fortuna ce l'abbiamo fatta. Per l'ultimo giorno dell'anno vino, tabacco e ... Maieron!

Ciao Gigi, eccoci qua per questa intervista di fine anno. Tanto per cambiare, a noi di Bielle, il tuo album è sembrato uno dei più belli dell’anno. Però ci sono delle differenze con i lavori precedenti. Non solo sotto il punto di vista delle lingua: è vero, qui canti molto in italiano, ma non è nemmeno la prima volta. Sembra che ci sia stato proprio un tentativo di apertura. Cosa ne pensi tu?

Si, hai ragione. Mi piaceva raccontare in modo più diretto, più fisico. C’è una maggiore presenza di musica, ci sono atmosfere diverse e qualche momento di leggerezza. Abbiamo seguito il principio che una canzone può essere anche un bicchiere bevuto in compagnia. E’ un album che va nella direzione dell’incontro, spero tanto di riuscire a fare buona compagnia, a chi ascolta.

Il riferimento immediato che viene in mente ascoltandoti è Johnny Cash. D’altra parte te l’hanno già detto che sei il Johnny Cash della Carnia, no? Ti ci ritrovi?

Me lo dicono già dai tempi di “Si vîf”, nonostante musicalmente andassi in altra direzione. Poi ho capito che non è solo per certe atmosfere musicali, ma è anche un fatto di postura, di fisicità, e per le tante rughe che hanno lasciato sui nostri volti una sorta di campo di battaglia. Devo dirti che la sua musica, mi piace; nutro sincera simpatia per lui che è stato “una primula in un prato innevato” . La sua musica è ancora una buona compagnia, “suona”molto bene in terra di Carnia.


Rispetto ai tuoi dischi precedenti c’è meno violino e più chitarre e quindi forse è questo che fa pensare a uno spostamento, in tema musicale, dal folk più verso il country. D’altra parte “Questa faccia”, uno dei brani pregnanti dell’album, sembra un estratto da un western all'italiana con la colonna sonora di Ennio Morricone …

I due album precedenti contavano sulla presenza e sul violino di Michele Gazich; mentre in questo c’era la voglia di provare suoni diversi sempre nell’ambito folk. In “Questa faccia” la scelta musicale è stata concepita proprio per far riverberare i duelli che abbiamo con noi stessi, con quello che siamo e quello che non mostriamo. Il duello è anche una metafora che sottolinea una caratteristica di noi friulani: quella della determinazione e del non “farla mai troppo lunga”, se una questione va risolta non ci pensiamo su due volte.

I temi scelti questa volta sono particolarmente vari. Ci sono dentro tanti spunti diversi che fanno pensare più a un campionario che non a un singolo progetto. E’ come se dicessi, Signori questo è quello che posso fare. Senza preoccuparti di creare legami né musicali né di testi. E’ il tuo album più simile a una raccolta di singoli. Abbiamo il country di “Vino, tabacco e cielo”, il country-blues di “Questa faccia”, il folk classico di “Le cidule”, la danza sull’aia di “Tre puemas”, il risvolto più cantautorale di “Ottobre ’63”, il minimalismo rarefatto di “Cosa senti”, l’etno-folk di “Cramas Marokin”, il blues rinascimentale di “Done Mari”, il tango-cabaret di “Arghientina”. Insomma un po’ di tutto, senza però che questo dia mai l’impressione del “rebelot” come si dice da noi, ossia del fritto misto. E’ sempre Maieron, ma in vesti differenti.

Hai ragione, ma c’è anche un “suono dell’uomo” con cui mi piace restare; un suono di vicende che ci appartengono sotto tutte le latitudini; che ci rendono partecipi, che ci dicono che in “due” si cammina meglio. Ogni giorno continuano gli ottobre ’63, per leggerezza, stupidità o solo per interesse (“I fantasmi di pietra”) ; ogni giorno c’è una giovane che aspetta che il suo nome venga pronunciato e che la vita le apra le porte (“La cidule”) - (“Trei puemas”); Ogni giorno ci poniamo le domande-considerazioni di “Cosa senti”, o siamo presi dalla “disperazione impazzita” di Argjentina, perché la vita ci porta da un’altra parte. E’ una sorta di forma musicale dei sentimenti che accelera e rallenta a ritmo di musica.

Ci puoi dire quali sono gli spunti da cui sei partito? Sai, faccio il finto tonto, perché in realtà alcune di queste canzoni le ho viste crescere e le ho ascoltate dalla loro versione scarna voce e chitarra, fino all’orchestrazione finale. “Vino, tabacco e cielo” ad esempio, io ne conosco tutta la storia, ma per chi dovesse ascoltarla ora, di cosa parla?

Volevo considerare l’importanza delle figure che ci hanno aiutato a crescere. In questo caso è nonno Daniele che accompagnavo nel bosco a fare legna. Sapeva tutto del bosco, mi spiegava le differenze tra un albero e l’altro, tra un legno e l’altro. Ai miei occhi era una sorta di gigante inarrivabile, un uomo che sapeva tutto. A volte stavamo via tutto il giorno e portavamo con noi del cibo e un poco di vino che “non doveva mancare mai” (questa la sua raccomandazione). Il suo odore di tabacco si confonde con il cielo che accompagnava il nostro camminare.

“La cidula” è più facile, perché è una tradizione carnica. Però bisogna conoscerla.

I coscritti dell’anno si riuniscono in un punto, in alto, bene in vista da tutto il paese, nel caso di Cercivento si riuniscono nel “Plan das aganes” (piano delle streghe). Con loro portano un elenco delle coppie che si stanno formando nella comunità, ed ad una ad una le comunicano al paese. La “raganize” (filastrocca) dice: “vada, vada, vada, questa bella cidula, che vada in onore”… e viene pronunciato il nome della ragazza. Poi continua … “E che Dio la conservi in lunga vita con il suo caro giovane…” e viene detto il nome del ragazzo.. e al grido: “che vada”... viene lanciata “la cidule”, una rotella di legno ricavata dal sezionamento di una giovane pianta di abete. Il cidulâr (lanciatore della cidula) colpisce con un bastone la rotella appena tolta dal falò, e tutti seguono la coda di fuoco nel suo viaggio fino a valle. Più lontana arriva, maggiore sarà l’affiatamento nella copia.

“Questa faccia” è forse uno dei brani più personali, in cui racconti di più di te stesso

Mi piace la metafora di un “pensiero artigiano” che ogni tanto scende nell’ intimo e con martello e cacciavite tenta di regolare qualche imperfezione e qualche cedimento. Nel mio caso, il lavoro viene come viene, (mai troppo bene) ma insisto, ci provo spinto dal principio che dietro ad ogni volto, ad ogni ruga si nascondono esperienze che non conosciamo e che non basta un impressione per dare un giudizio. Ogni persona potrebbe raccontare molto; ognuno porta una sua vicenda straordinaria, ognuno coltiva le sue ferite, ognuno è reduce da esperienze speciali, nascoste, sconosciute. Non ha senso la competizione, vorrei riuscire a considerare con maggiore attenzione chi mi sta davanti. E nello stesso tempo non dovermi nascondere dietro ad una seconda faccia, perché: “ho poco tempo, il rasoio è vecchio e poi, un’altra barba sarebbe doppio lavoro”.

“I fantasmi di pietra (Ottobre ‘63)” invece è una data che dovremmo conoscere tutti, ma è di sicuro un evento di cui tutti hanno sentito parlare. Il Vajont. Qui lo spunto è un libro di Mauro Corona, vero? Grande scrittore, amico e uomo vero.

Mauro oltre che un amico, è uno scrittore importante ed uno scultore straordinario. Sembra un pirata che si aggira per le strade a protestare per come rimoviamo certi paletti che la natura pretende o, per la superficialità con cui amputiamo radici e buon senso. E’ stato lui a spingermi a scrivere “I fantasmi di pietra”, voleva una canzone che ricordasse il Vajont, che ricordasse quanto poco basti per riempire una valle di dolore. Ma anche che il nostro tempo non deve sempre obbedire al profitto o assoggettarsi al progresso ad ogni costo. I troppi Vajont, a cui purtroppo assistiamo, testimoniano, se paragonati alla vita di ognuno, che il massimo dei profitti non vale l’ultimo dei dolori. Non sapevo da dove partire, poi l’idea di case di montagna che si spopolano, che restano a custodia di persone e legami che non ci sono più, ha dato il “La” a questo brano.


“Cramars Marokin” ha una storia che è tutta da raccontare. Ma è molto bella che tu abbia scelto di ricordarla nella triste Italia del 2011, un Paese che ha perso tutta la sua memoria o che la sta perdendo: E’ una storia di quando gli emigranti eravamo noi.

I “Cramars” erano i venditori ambulanti che dalla Carnia partivano alla volta di molti paesi: Austria, Germania, paesi dell’est. Andavano a vendere le loro merci: erbe officinali, spezie, prodotti artigianali, ma soprattutto i tessuti delle tessiture Linussio che avevano telai sparsi in molte case della nostra terra. Nel brano, le merci dei “cramars” si confondono con quelle dei venditori ambulanti marocchini, coperte e “gjlebas”, tovaglie e “burnus”. Lo scopo è la sopravvivenza, la regola vivi e lascia vivere. La montagna ha dato un numero molto alto di emigranti, ogni famiglia ha “dato” qualcuno, negli anni. Ognuno ha stampato queste regole e rispetta chi cerca di sopravvivere.

“Cosa senti” è bellissima, ma questo non è un parere critico. E’ una passione. Dovrebbero farne l’inno del Cai. Ha così l’aria rarefatta e pura di chi scala le vette. Tu sei scalatore? Lo sei stato? Oppure va letta anche sotto forma di metafora? Come quasi sempre nelle tue storie.

Ho il terrore del vuoto sotto ai piedi, ma considero questa disciplina la miglior forma di allenamento nel viaggio con se stessi. Scalare ti insegna a considerare ogni appiglio, ti insegna ad eseguire ogni movimento con partecipazione e umiltà. Una vetta può essere scalata solo se non si trascura alcun dettaglio, pena il rischio che ogni mossa sbagliata possa diventare fatale. Così come si scala la vita: la voglia di arrivare in alto non deve farci rinunciare all’attenzione nel nostro percorso, e la meta a cui puntiamo non ci deve far dimenticare la normalità e la semplicità. Il nostro salire non ci deve far dimenticare che “basta una vela e un vento normale”.


“Trei puemas” ci riporta a terra, alle danze sull’aia, ai balli della tua infanzia, alle orchestrine vaganti. Mentre “Done Mari” ci riporta più indietro. E’ un canto tradizionale delle tue parti.

Trei puemas è anche la continuazione della Cidule, (vedi che qualche legame c’è nell’album!) le ragazze infatti si stanno recando al ballo e là ci sono i ragazzi che le aspettano. Done mari è un brano che definisce l’origine della coppia, quello che Carlo Sgorlon chiamava “l’archetipo”. Il brano è un canto popolare di fine ‘800; racconta di una ragazza che sta per lasciare la casa paterna e riceve dalla madre le raccomandazioni di rito: “dove vai fatti onore”. La suocera le chiederà delle sue intenzioni e di cosa porterà nella nuova casa. Mi interessava raccontare questa partenza, focalizzare uno stato, una mentalità che è resistita per molto tempo, ma è anche un gesto d’affetto per queste donne, per le nostre nonne e le nostre madri, autentici esempi in tempi difficili.


Argjentina” è un altro bellissimo brano. Di quelli che squadernano le carte in tavola e ti fanno capire di che stoffa sia fatto questo giovane cantautore, le cui carte sono ancora forse tutte da scoprire. Una canzone cantata con un sorriso sotto i baffi.

Intendi che la giovinezza è una meta che si raggiunge solo dopo una certa età? (Sto ridendo sotto i baffi). Argjentina racconta di un mondo di disperati, di ultimi che partono convinti di un posto ad aspettarli invece restano ai margini di tutto. Contano come numero, come braccia da lavoro, non come persone; ma il loro cuore muove sentimenti ed aspettative e nella solitudine cercano la loro via di fuga. Tutto avviene sotto un immaginario sole messicano-argentino, nel goffo tentativo di mandare a quel paese il proprio dramma, senza però riuscirci. Sono cuori che battono, senza essere sentiti, senza essere capiti.

“Filo spinato” è invece una canzone di guerra. Di una guerra di adesso che però, fatte le debite proporzioni, sono così simile a quelle di una volta. “Tante parole di pace / e si fa un’altra guerra”. “Misuri un nuovo mestiere / da figlio a soldato”.

Si è Così. Volevo anche dire che l’amore per una madre per un figlio è il sentimento più forte che si conosca. Quando questo sentimento si spezza, si procura alle persone un danno irreversibile che non ha prezzo, né giustificazione. Assieme a questo amore c’è quello della sua ragazza che continua ad aspettarlo incapace di rassegnarsi alla perdita. Uno spreco di affetti che non può non lasciare il segno e che continuerà ad impoverirci tutti.

“Il peso delle neve” è un altro brano molto personale: “leggi la tua storia / leggi che sei nato per caso / hai visto un po’ di inferno e resti fuori mano / Storie di frontiera / di falsi documenti / figlio cresciuti / un po’ per caso da amori perduti”. E’ una autobiografia in musica. E il fatto che sia a fine disco rappresenta quasi una firma.

Hai già detto tutto tu. Aggiungo solo che “non si cresce mai abbastanza senza buoni ricordi, si vive comunque ma costa un poco di più”. E’ certamente autobiografica ma siamo in tanti ad essere “nati quasi per caso o da amori perduti” cresciuti senza genitori o in condizioni difficili. E’ la canzone per chi porta un poco di neve sulle spalle.


Cinque stelle senza esitare per un album che ad ogni ascolto mi appassiona ancora, costringendomi a fare, disfare e rifare ogni volta la lista delle mie canzoni preferite. E ce ne sono ben sei in gara per il primo posto! Sei soddisfatto del tuo album? Mi dicevi tempo fa che “Si vif”, che è ancora molto amato, risentito adesso ti sembra un po’ lento. Questo è molto più vivace.

Non posso fare a meno di materializzare sentimenti, pensieri e stati d’animo. Mi appassiona farlo, anche se il tema è duro e c’è il rischio (come mi capitava agli inizi) che qualcuno tra il pubblico mi guardasse con una espressione che sembrava dire: “Maieron cosa ti abbiamo fatto?, ti vogliamo bene, non bastonarci…” (sorrido, ma era così) . Oggi sento la voglia di comunicare in modo più diretto, più fisico, come se stessimo parlando tra amici, con passione e senza fronzoli. Per questo la musica è più presente, più incalzante; per questo ad ogni canzone è dato un ambiente. Sono gli argomenti che hanno deciso la musica, sono loro che hanno guidato me e la mia band ad andare in quelle direzioni, a crescere quelle atmosfere. A differenza di un tempo ho piacere a comunicare correndo un poco di più in superficie senza smettere però i tuffi in immersione, anche se da un punto di vista sportivo mi sento un ciclista, un gregario che pedala in salita.


E ora? Quali progetti bollono in pentola? Quest’anno hai fatto il disco, sei stato ospite nel disco di Davide Van De Sfroos e in molti concerti suoi. Hai suonato a Torino per i 150 anni dell’Italia davanti a centomila persone. Insomma, ti sei fatto conoscere un po’ fuori d’Italia. Festival di Sanremo? Adesso che hanno aperto ai dialetti potrebbe essere una strada percorribile. Oppure? Dammi qualche indizio sui tuoi prossimi spostamenti. Libri? Sai che a me piace anche leggerti. C’è qualche progetto in vista?

Ho sempre viaggiato con il passo del montanaro e continuerò così. Sanremo dici? Non sanno nemmeno chi sono e credo gli interessi ancor meno capirlo. Io su palchi di quel tipo non mi ci vedo, anzi se vogliamo parlare di fanta-musica magari accetterei di fare da ospite, tanto per vedere l’effetto di un brano di questo genere, su quel palco. (A questo punto debbo sorridere ancora una volta, mi fa bene parlare con te). Per il momento sto presentando il cd, il 14 gennaio sarò a Pavia. Mi piacerebbe pubblicare un nuovo libro, sto scrivendo ma i miei tempi sono lunghi.

Gigi, io ti ringrazio ancora, per la disponibilità , per la musica e per l’amicizia. Soprattutto per l’amicizia da “anime femine”, quella che spinge a dividere vino e cibo. Appuntamento a presto.

Ci conto, cibo milanese e vino friulano.

Intervista via e-mail del 30-12-2011