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BiellEventi
I Gang
Ma a canzoni si fan rivoluzioni?
(variazioni sul tema di un esperto doc: Marino Severini dei Gang)

di Marino Severini (tasto raccolto da Mario Bonanno)

Roberto Veccchioni

Roberto Veccchioni

 


Doveva essere un’intervista per “left”, mica un trattato di filosofia sociale applicata alla canzone. Doveva essere una chiacchierata sull’ultimo cd della band (“Gang e i suoi fratelli”), ma ho commesso l’imperdonabile (?) errore, con la prima domanda, di prenderla alla lontana e di chiedere a Marino Severini - parafrasando il motto avvelenato del “Grande Vecchio” Guccini - se a canzoni si possa (ancora) far rivoluzioni, si possa far poesia. Il monologo che segue è un deliquio illuminante sul senso di cantare (ancora) ferro & fuoco, ed è tutta farina del capiente sacco di Marino. Quanto al cd, se sarete sopravvissuti al surplus di stimoli intellettuali, troverete le mie modeste note in coda a questa “tirata” in puro Gang-style.

Non ho dubbi sul fatto che alcune canzoni possano contribuire a realizzare la rivoluzione, ma prima forse bisogna chiarire cosa intendo - io - per rivoluzione. Per dirla con le parole del profeta Pier Paolo Pasolini: “La rivoluzione non è più che un sentimento. Potremmo cominciare da qui, da questa prospettiva. Cosa fanno allora oggi le canzoni dei Gang, se non mantenere vivo il sentimento della memoria, o meglio ancora: cosa cercano nel loro viandare se non un ritorno al fuoco di una nuova appartenenza, condizione indispensabile e primaria del sentimento (prima ancora della coscienza e della consapevolezza) della libertà? Ogni rivoluzione, per dirla con Gramsci, è un processo, non un atto, quindi un cammino!
Le canzoni dei Gang affermano contemporaneamente il luogo da cui proveniamo e quello verso cui stiamo andando. Ma occorre non aderire al canto delle sirene, alla confusione tipica del postmodernismo che svuota ogni funzionalità, e di conseguenza riaffermare un ruolo della canzone. E con esso una sua identità.



Io appartengo ad un umanesimo contadino, quindi per me è bello ciò che è utile e viceversa. E’ Maurizio Maggiani che ce lo ricorda, in quel bellissimo libro che è “Il viaggiatore notturno”: “Père Foucauld - scrive - pensava che il centro dell’universo nella sua assoluta semplicità fosse ricco di cose utili e riteneva che Bellezza e Utilità fossero un tutt’uno, un tutt’uno che aveva a che fare con Dio”.
La canzone è sempre una soluzione semplice ad un problema complicato. Ma se è ben fatta, come tutte le cose ben fatte, è utile bellezza.
Molte delle canzoni dei Gang sono storie cantate. E molto spesso sono storie di “banditi”, o meglio di fuorilegge. Per fuorilegge intendo colui che viola le leggi per affermarne il principio, non un predatore. E questa è già una presa di posizione rivoluzionaria. Perché le storie sono la vera grande ricchezza di un popolo. Non è vero che la storia siamo noi. La storia appartiene da sempre ai vincitori. Chi vince è la storia, o meglio si impossessa della storia e la impone con gli strumenti che ha a disposizione: quelli del potere, che siano le armi o le comunicazioni di massa, la differenza è poca. Noi allora cosa abbiamo? Noi abbiamo le storie, che fanno un’altra storia: quella degli ultimi (che sono e saranno i primi) o meglio ancora, quella dei vinti. Ma proprio perchè noi non dimentichiamo l’esclusione, lo sfruttamento, le umiliazioni e le violenze subite significa che siamo…invincibili! Pronti a una nuova rivoluzione. E allora mantenere vivo il sentimento della memoria significa lavorare per la rivoluzione.

Quello che più mi preme affermare in questa prospettiva è che la nostra rivoluzione non è certo quella che è stata già consumata, quella industriale. La nostra rivoluzione consiste oggi soprattutto nel riconciliare la Terra col genere umano! Ed è all’interno di questo processo rivoluzionario che il lavoro deve trovare una sua nuova centralità e una sua liberazione dallo sfruttamento e dall’alienazione.
Un lavoro che produca ricchezza, non merci che affannano il respiro del mondo, ma beni.
E noi siamo già da questa parte del fiume, intenti a costruire la città futura, facendo questa rivoluzione. Le nostre storie cantate, il nostro canzoniere è utile in quanto fornisce un bene culturale, non ha niente a che fare con la merce, e cammina, viaggia, in territori lontani da quelli del Mercato e dal suo pensiero unico. Per farla breve: mentre per le merci l’interlocutore è il mercato, per i beni culturali l’interlocutore è la politica. E occorre quindi ristabilire un ordine nuovo fra queste differenze di fatto e non un guado attraverso il quale si possa passare dall’una all’altra.

Io penso che noi oggi non abbiamo bisogno di politici ma di pontefici, cioè di costruttori di ponti fra le culture, i costumi, le religioni, le leggi. Non si tratta di sostituirsi alla politica ma di combattere una lunga e dura battaglia culturale che sia già una rivoluzione nel suo divenire, nel suo camminare. Poi, a ponti fatti, la politica tornerà ad essere quella che è stata un tempo: l’arte della mediazione, non fra poteri ma fra sogno e realtà.
Nelle nostre canzoni ho sempre cercato di costruire dei ponti fra gli strumenti indispensabili alla costruzione del futuro di questo paese, attraverso le sue tradizioni che sono ancora vive. Ed è proprio dall’incontro fra tre grandi tradizioni che si sta realizzando una nuova rivoluzione. La tradizione cristiana - quella dei Ciotti, Zanotelli, Puglisi, Balducci, Milani, tanto per fare qualche nome -; la tradizione comunista - con una visione della democrazia diversa da quella borghese, si pensi ai consigli di fabbrica, alle case del popolo, alle prime società di mutuo soccorso. E infine la tradizione delle minoranze: quella delle sinistre eretiche, dei cantori come Pasolini o Pazienza, quella dei movimenti per “un altro mondo è possibile”, quella del femminismo e - in piccola parte - anche la minoranza che ha generato in Italia la rivolta dello stile. E’ da qui che provengo anch’io, in quanto ho cercato di riallacciare le culture della minoranza italiane con il rock’n’roll, ossia la più grande rivoluzione del 900 insieme a quella dei soviet del ‘17 e a quella della Teologia della Liberazione. In ogni nostra canzone avviene l’incontro, il confronto e la condivisione di un immaginario comune a queste tre grandi tradizioni italiane.
“Una canzone è come un sogno che si cerca di rendere vero”, scrive Bob Dylan. L’incontro, anche all’interno di un canzoniere come il nostro, fra queste tradizioni è già lavorare per la rivoluzione. Meglio ancora: per rivisitare, per tradurre nella realtà il Sogno, quello di una volta e per sempre. Lo stesso sogno che l’umanità, in fondo, ha sempre sognato. Ciò che cambia non è altro che il nome, la parola che l’annuncia. Una volta si chiama Terra Promessa, un’altra Il sogno di una cosa (come lo chiama un Marx ragazzino)…e adesso come si può chiamare, se non COSMOPOLI?!

Ecco allora che se mai c’è esigenza di “messaggio” nel mio canzoniere (e nel mio lavoro) questo non può essere altro che quello di un avvento. Della venuta di una nuova Primavera, di quella stagione che questo paese aspetta come il bisogno più profondo: la stagione di un nuovo umanesimo. Quindi nel viaggio attraverso le canzoni dei Gang - oggi più di ieri - siamo arrivati alla seconda parte, quella del ritorno. Il ritorno a casa, alla casa comune, alla casa del popolo.
E le canzoni contribuiscono a quella grande narrazione che, come un tempo, oggi chiama per riprendere il cammino verso casa.
Nella nuova Rivoluzione stiamo lavorando per l’Unità, e proprio perché la nuova appartenenza non può prescindere da un nuovo rapporto e relazione con la Terra, la scoperta sta nel ritrovare l’elemento di sacralità che ci unisce, un elemento che non è solo competenza di fede ma anche di storia. Ciò che è sacro e che ci fa riscoprire il senso dell’umanità, il punto che è limite e soglia contemporaneamente, oggi ci viene rivelato anche dal cammino della e nella storia.
Ed il territorio dove oggi il conflitto si rivela è molto più ampio rispetto alle rivoluzioni passate. Oggi la domanda di sempre - da che parte stai? - diventa inevitabilmente più precisa, si amplifica enormemente e diventa: stai dalla parte del denaro o dalla parte dell’eternità? Con le nostre canzoni la risposta è quella comune alle nostre tradizioni: dalla parte dell’eternità.

Come più o meno diceva Patty Smith: “Se vuoi contribuire alla costruzione di una grande spiaggia devi portare il tuo piccolo granello di sabbia, potrà sembrare insignificante ma senza quello la grande spiaggia non si potrà mai realizzare”.
Io porto il mio contributo alla rivoluzione in atto con delle canzoni e le conduco per il paese con fare da fuorilegge.
Poichè è questa la figura centrale di tutte le storie cantate. In questa centralità, il fuorilegge, colui che è stato bandito e relegato ai margini, riacquista una sua organicità culturale. Dylan in un suo grande capolavoro che è “John wesley harding” affida a questa figura, che va oltre la storia, il ruolo di Messia. Il suo è un viaggio alla ricerca di questa nuova identità è molto complesso, e arduo più di quello di Ulisse, ma alla fine si rivela compiuto.
A me interessa che questa figura riacquisti oggi ciò che è sempre stato suo: il fiore della Parola!
Quella che insieme alla visione si fa profezia quando canta.
E nel canto chiama la comunità a farsi. E magari si fa popolo.
Come un tempo in questo paese quando la politica si è fatta popolo e un popolo ha riscritto la storia e ricostruito una nazione, come ricorda Reichlin nel suo “Il midollo del Leone”.

Da molto tempo per dirigere la mia rotta tengo a mente una massima del più grande combattente di tutti i tempi, Mohammed Ali’: “Pungere come un’ape e volteggiare come una farfalla”. Con questo stile da combattimento mi muovo nella “giungla”.
Sono e siamo lontani dalle secche e dalle paludi dei “venditori di canzoni-saponetta”, poiché in quelle terre da loro occupate e presiedute non c’è nessun metodo di produzione, oppure dico serenamente che il loro metodo è inconciliabile con il mio. Io sono un uomo libero, in mezzo ai padroni della musica non lo sarei perché mi vedrei costretto a rinunciare al modo con cui faccio il mio lavoro e a metterlo a servizio di logiche che combatto. Non è altro che un conflitto fra sistemi e modi di produzione, fra modelli e valori sociali, culturali e politici diversi, e che sono in conflitto fra loro, nel senso che l’esistenza di uno significa la soppressione dell’altro .
Ho imparato a fare canzoni avendo chiaro un metodo che è quello dello scambio fra energie, incontro fra percorsi diversi, un lavoro di gruppo che possa arricchire il mio stile e fare più ricco in termini di emancipazione chi poi userà le mie canzoni, facendo del mio lavoro un’esperienza comune. E questo con la consapevolezza di ciò che produco, di perché e come lo produco e per chi lo produco. Questo è oggi impossibile nelle logiche micro e macro industriali della canzone, almeno in Italia.

La conquista della dignità della libertà e dell’appartenenza, si sono rivelati, strada facendo (come San Paolo lungo la strada di Damasco) gli obiettivi profondi che mi hanno spinto a muovermi, ad andare. Oggi li ho raggiunti e posso affermare che ho avuto un grande “successo”, forse più grande di tanti e tanti altri che hanno cominciato insieme a me. Ciò che io faccio è cultura e la cultura nasce e si sviluppa in base alla relazione. Oggi posso andare in qualunque città, paese, villaggio d’Italia e trovare ovunque qualcuno che mi ospita, che mi invita alla sua tavola, che mi da un letto sotto il suo tetto e con orgoglio mi presenta i suoi figli o i suoi genitori. Questo mi fa scoprire ogni volta appartenente, quindi libero, come un fuorilegge. E le buone relazioni garantiscono la buona qualità dei miei “prodotti”, delle mie canzoni. Come dire ancora una volta che “ il più grande successo è il fallimento”.

Ma voglio aggiungere anche il contributo del Bob Dylan di “Cronicles”, il libro in cui riporta una discussione avuta col suo agente Elliot Roberts. Nel momento dell’organizzazione di un suo tour Dylan dice a Roberts che vuole suonare nelle stesse città anche due o tre volte nello stesso anno. Roberts non è dello stesso parere e gli dice: “Tu sei una figura mitica. Pensaci nello stesso modo in cui pensi a Jessy James. C’era parecchia gente che rapinava le banche a quei tempi, un sacco di avanzi di galera, pistoleri, tipi che assaltavano i treni…ma Jesse James è l’unico nome che la gente ricorda. Era una figura mitica. Non puoi suonare negli stessi posti ogni anno, non puoi rapinare le stesse banche”.

Io la penso come Dylan. E oggi c’è modo e modo per costruire il Mito o fare e farsi leggenda. Innanzi tutto il Mito che ha saputo elevarsi al di sopra della storia e delle sue circostanze, si è sempre tenuto lontano dalle piazze, ha costretto al cammino chi ne aveva bisogno, a costretto a cercarlo in luoghi scomodi, vedi Gesù che ha sempre predicato lontanissimo da ogni piazza o città, magari in riva ai laghi o sulle montagne e nei deserti. Quindi pensare di trovare oggi la profezia - o tradotto volgarmente un pensiero autorevole (non unico e autoritario ma l’esatto opposto) - in tv facendo zapping col telecomando o peggio ancora in facebook o youtube è a dir poco demenziale.
Come dico spesso presentando “La Pianura dei 7 fratelli”: questa canzone non è mai passata a MTV eppure sono decine e decine e decine le cover che ho ascoltato. Le strade del Signore sono infinite e su quelle questa canzone ha camminato e cammina, non su altre strade. Le strade che conducono al “signore”, a ciò che è sacro, che ci supera e che ci è limite ma che ci fa scoprire come una cosa sola fatta di tutte le nostre individualità. Come diceva Pitagora “L’Unità è la legge di Dio”.

Joe Strummer ha radicalmente cambiato la figura della rock’n’roll star, dopo di lui se vuoi diventare una rock’n’roll star devi farlo insieme alla tua gente. Con lui si esaurisce la figura del mito come Elvis o Lennon, Strummer detta nuove regole per farsi mito o rock’n’roll star. Riconosco che in Italia per una pseudo cultura cattocomunista questo concetto è estraneo oppure bandito, ma per noi che proveniamo dalla Rivolta dello Stile è molto chiaro e ne riconosco un ruolo rivoluzionario. Che ha a che fare anche con Trotsky, se vogliamo, quando dice: “l’uomo medio grazie alla rivoluzione si innalzerà al livello di Aristotele!”. Ecco il rapporto fra la cultura e la politica, o meglio la rivoluzione.

Vorrei aggiungere un’ultima cosa a proposito della rivoluzione. Qual è la parola che l’annuncia? qual è la Parola pronunciata, scritta e cantata che si fa avvento? La parola è GRAZIE! Quando Noi ricominciamo, dopo una nuova educazione sentimentale a dire grazie - anzi GGGRRRAAAZZZIIIEEEE !!!! - allora la rivoluzione è iniziata. Non ricordo il nome del filosofo che divideva la storia dell’umanità in due cicli destinati a ripetersi: quello in cui prevale il mito del diritto e quello in cui prevale il mito del dovere. Il primo ciclo è quello dei predatori, di coloro che rivendicano per se il diritto a tutto, sono quelli che “si fanno da soli” (e ci siamo capiti, noi ne conosciamo uno che ha sempre affermato di essersi fatto da solo); l’altro ciclo, quello del dovere, invece inizia quando impariamo di nuovo a dire grazie. Grazie a chi? alla nostra famiglia o ai nostri genitori per essere vivi, ai nostri amici che ci hanno sostenuto, aiutato, ai nostri maestri ecc. ecc. Così a forza di dire grazie ristabiliamo delle relazioni e sulla base di quelle ci riscopriamo appartenenti, condizione primaria per la conquista della libertà che non significa “farsi i cazzi propri” ma poter scegliere e assumersi delle responsabilità in base alle proprie scelte. Questa è la rivoluzione o rinascita o resurrezione in un contesto sociale comune.
Sono proprio queste relazioni che sono venute a mancare in questo paese, da qui la fine della democrazia intesa come partecipazione e dello stato come casa comune. E da qui dobbiamo ripartire per ricostruire quella casa abbattuta, abbandonata, mandata in rovina.

Cos’è il canzoniere dei Gang se non una specie di educazione sentimentale per ridire GRAZIE a Maria Cavatassi, Don Puglisi, il bandito Trovarelli, Fausto e Iaio, Chico Mendes, il subcomandante Marcos, la Banda Bassotti, Andrea Pazienza, i fratelli Cervi e la famiglia Mazzarini. Ogni rivoluzione inizia con il giorno del ringraziamento. E si può ringraziare anche con delle canzoni.
A questo punto un ambiente completamente abbandonato da ogni pensiero e scuola critica come il “nostro” potrebbe affermare che la canzone è strumento obsoleto o addirittura “inattuale” rispetto ad ogni rivoluzione. Ma basterebbe rileggere alcune pagine di un bellissimo libretto di Ferrucci - “ Ars poetica” - per affermare, nel caso di una parola come rivoluzione, che il linguaggio la sa sempre più lunga del significato che noi attribuiamo alle parole.
Le avanguardie artistiche dall’800 fino a noi si sono sempre proclamate rivoluzionarie, sia in politica che nell’arte, dimostrando una certa inconsapevolezza rispetto all’etimo della parola usata per esempio dallo stesso Shakespeare. Revolution ossia rivoluzione stellare, movimento ciclico e quindi destinato a ripetersi. Mentre il termine reazione, soprattutto nelle definizioni scientifiche, ha una connotazione del tutto aggressiva e vitale opposta al suo significato ideologico .
Quindi sarebbe corretto riportare anche questa parola a Casa.

Con le canzoni si fanno rivoluzioni ma non poesia.
La poesia tratta la Verità e la dice come nessun altro linguaggio è capace di affermarla. E la Verità come dice Castoriadis è un oggetto affettivo. E’ una passione, non si può scambiarla con niente, nè col potere nè con il successo. Non conosco canzoni che dicono la verità come fa una poesia. Ho sempre pensato e continuo a pensare che le due espressioni debbano restare distinte in modo che ognuna possa servire all’altra, in modo che si possa stabilire fra le due una relazione capace di arricchire entrambe, di dare stimoli impulsi e riaccendere il fuoco continuamente, l’una all’altra.
La poesia ispira la canzone, difficilmente succede il contrario. Come fra Garcia Lorca e Leonard Cohen o come fra Ginsberg e Dylan, tanto per sottolineare due esempi illustri che hanno influenzato la canzone per più di mezzo secolo.
Ogni arte non fa altro che creare dei modelli, se si procede da un modello senza ripercorrere il viaggio del mondo si assiste ogni volta al fenomeno dell’imitazione, vedi neoclassicismo e neoavanguardia. Quando il modello precedente viene confrontato con la realtà inizia un processo creativo, che procede a salti ed è discontinuo.
L’arte in genere ignora la linea retta. Basti pensare alla relazione fra Picasso e la scultura africana, o il rito primitivo al teatro d’avanguardia, o la linea che unisce Bach a Stravinskij o Dante a Joyce. Sono degli scarti di lato e scartando anche la canzone può avere a che fare con la poesia e viceversa, in un procedimento obliquo…come quello della Cometa.
Tutto qua.

E allora?, dico a voi, ci siete? E se ci siete avete ancora il coraggio di credere che di solo romanticume erosramazzottiano viva la musica made in Italy? Se avete risposto sì, malgrado il mio quesito pleonastico i casi sono due: o siete monomaniaci persi di strofe cuore/amore, oppure alienati dai brani pilota by Radio Italia solo-musica-italiana (sì, ma di che tipo?). In entrambi i casi peggio per voi. Perché non saprete mai cosa vi perdete. Canzoni che non passano per i media ma valgono tanto furore & impegno civile quanto pesano. Canzoni come quelle dei Gang: trent’anni e spiccioli senza andare fuori tempo, a cavallo dell’onda combat-folk. Il loro ultimo cd (“Gang e i suoi fratelli”, Latlantide, 2011) risulta una cavalcata di gruppo inesausta, dentro e fuori il loro repertorio rivisitato live: dal folk a denominazione d’origine controllata dei La Macina (“A Maria”) alla ballad in zona cantautori di Marco Sonaglia (“Paz”), dal punk hardcore dei Guacamaya (“Fermiamoli”) alla pathcanka dei Malavida (“Oltre”). Con i M.C.R. in trio a rivisitare - da par loro - un classico (“Kowalsky”) e Pier Paolo Pasolini rivisto da Daniele Biacchessi, a benedire, ora e sempre, dall’alto (“Io so”). Occorre ancora farla lunga? Sono 17 brani in tutto, occasione di platino piuttosto che d’oro per ripassarsi bene un po’ del repertorio dei “Banditi senza tempo”, riveduto e corretto in versione “dal vivo”. Il resoconto rivoluzionar-sentimentale di un raduno folk-rock, in onore dell’amico-batterista Paolo Mozzicafreddo, scomparso per una grave malattia nel giugno del 2006. Stop, e se l’avete ancora sulla testa, giù il cappello, signore e signori, che passano e suonano i Gang.

Ultimo aggiornamento: 24-12-2011
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