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Le BiELLE RECENSIONI
I Luf: "Flel"
Un piccolo classico di grandi dimensioni. Umane
di Giorgio Maimone


Ascolti collegati


I Luf
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So nahit in val Camonega

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Bala e fa balà

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Giù


I Gang e la Macina
Nel tempo e oltre cantando

Crediti:
Dario Canossi: voce, chitarra
Sergio “Jeio” Pontoriero: banjo, basso (2, 14), djambè, darbuka, cembalo, shaker, triangolo, batteria (3), voce
Sammy Radaelli: batteria
Fabio Biale: violino, mandolino, voce
Cesare Comito: chitarra acustica, voce
Matteo Luraghi: basso, voce
Stefano Civetta: fisarmonica, voce
Pier Zuin: higland bagpipe, gralla dulce in sol, flauto traverso irlandese in re, tin whistle in re, bodhran

Davide Van De Sfroos: voce (2, 4)
Alex e Karim “Circo Abusivo”: (11)
Davide “Billa” Brambilla: fisarmonica
Davide Aldini: flauti (1, 4, 5, 10)
Alberto Guareschi: contrabbasso (3, 10)
Luca Zugnoni: contrabbasso
Ranieri “Ragno” Fumagalli: baghet (12, 13), flauto (14)
Fabio Rinaudo: uielleman pipes (13)

Testi e musiche di Dario Canossi eccetto:
“Vorrei” e “Basta” testo di Dario Canossi e Flavio Oreglio
Traduzione delle strofe di “Flel” in “laghée” di Davide Van De Sfroos
“Littel Monchi” testo di Dario Canossi e Fabio Biale

Il disco è stato registrato in presa diretta presso Clockwork studio di Cernusco Lombardone dal 16 al 20 ottobre 2009 da Luca Zugnoni

Mixato e masterizzato da Lorenzo Cazzaniga nel febbraio 2010
Produzione artistica e arrangiamenti Sergio Pontoriero e i Luf
Produzione esecutiva Dario Canossi e PerSpartitoPreso

Tracklist

01. Africa
02. Flel
03. Dal Nido
04. Tira La Barba Al Fra’
05. La Neve
06. Stella Clandestina
07. Furtuna
08. Angelo
09. Regina Delle Sei
10. Littel Monchi
11. Luna Di Rame E D’ottone
12. Basta
13. Il Treno Delle Sei
14. Vorrei





I Luf, nel piccolo ambito della canzone d'autore, sono ormai un classico. Attivi da una decina di anni e con un seguito di pubblico notevole, soprattutto nella loro zona di influenza primaria (tra Brianza e Val Camonica), periodicamente sfornano album di gran valore. Qualche volte ci scappa qualche canzone sopra la norma e quasi sempre l'alta qualità viene rispettata. Qua e là poi ci stanno gemme di bellezza assoluta. Insomma, è noto che stanno tra le quattro zampe che ci stanno più care. "Flel" nella discografia luffica (o lupesca?) ci sta a meraviglia, con alcuni punti altissimi, altri ottimi e solo una piccola dose di routine di brani ottimi per i concerti, ma meno convincenti su disco. Paradossalmente il brano meno convincente del disco è quello che dà il titolo all'album: "Flel", ma poi si incappa in un poker d'assi come "Africa", "Dal nido", "Stella clandestina" e "Angelo" che ti scatenano la coazione a ripetere.

E "Flel" sul lettore cresce e prospera. Di ascolto in ascolto ti affezioni anche ad altri brani, come l'ironica "Littel Monchi", "Regina delle sei", "Tira la barba al Fra'", "Luna di rame e di ottone", "Basta", "Vorrei" . E' raro arrivare alla fine e non aver voglia di sentirlo ancora. Rispetto alle puntate precedenti, l'ultima era "Paradis del Diaol" del 2007, la musica è leggermente più country e meno folk, forse sotto il condizionamento di un banjo che tra le mani di Jeio Pontoriero fa faville, forse per una diversa attitudine nel canto. E, dato più curioso, più la miscela delle nuove canzoni si allontana dallo schema classico dei Luf e più si trovano gioiellini convincenti. Insomma, la routine è routine anche per un gruppo innovativo e fresco. Per cui "Furtuna", "Flel" e "La Neve" musicalmente suonano già sentite, mentre "Africa" e "Angelo" virano leggermente, ma piacevolmente dallo standard.

Ci sono alcuni punti su cui i Luf non si discutono mai. Testi impegnati che non trascurano mai il sociale e che riescono a farlo evitando sempre le trappole in servizio militante e perenne, una cura nella grafica dei libretti che in questo caso viene accentuata con un booklet di alto livello, curato sempre dai mitici "zampediverse", corredato di magnifche foto in bianco e nero in cascina a cura di Remo Di Gennaro e la generosità della proposta. 14 canzoni per un totale che supera i 55 minuti di musica e qualche ospitata di qualità che aggiunge una spezia in più al disco. Questa volta l'ospite di prestigio è Davide Van De Sfroos che duetta con Dario Canossi nella title track e nella divertente "Tira la barba al fra", traducendo anche la strofa di "Flel" che canta lui dal camuno al laghèe.

I tamburi tribali di "Africa" introducono l'album e su di loro si innestano i suoni popolari dei Luf. Innesto riuscito: "Tu che hai visto l'Africa con gli occhi dell'aquila / tu che hai visto l'Africa con gli occhi di Dio / Tu sei nata in Africa, uno sogno un po' anche mio / tu sei nata in Africa, lacrima di Dio ... / Straniera in terra nera, bianca solo per errore / straniera in terra nera, ora nera per amore / cadono le tende, il vento gonfia le bandiere / batte un cuore allegro al ritmo delle cavigliere". "Africa - ci spiega Dario Canossi - è una storia molto strana. E' il racconto di una ragazza delle valli bergamasche che è nata e cresciuta in Africa, poi è dovuta tornare in Italia, ma con questo sogno di Africa sempre nel cuore. E' una visione rovesciata". Ma non è l'unico momento in cui ripensare al fenomeno dello scambio e dell'incrocio tra le culture.

"Flel" ha invece in tutto e per tutto l'aspetto della canzone popolare. Cantata in dialetto camuno, tranne il cameo laghèe di Van De Sfroos, ha l'andamento di un ballo sull'aia, nel ricordo di questo bastone con cui in Val Camonica si batteva il grano per recuperarne fino all'ultimo chicco. E' una sorta di un canto di lavoro, però ha il difetto che il ritornello non si stacca dalla strofa e questo in una canzone di 4'34" rende il tutto uniforme. Gli interventi strumentali peraltro, dove il breve riff è ripetuto all'eccesso, non riescono a spezzare il monolitismo del brano che alla lunga lascia una sensazione di già sentito. Oh, niente di grave, ma se ci sono le canzoni preferite è normale che ci siano anche quelle meno amate. La relativa "sfortuna" di "Flel" nell'ambito dei miei ascolti è anche quella di essere inserita tra due dei brani che più amo, prima "Africa" e subito dopo "Dal nido".

"Dal nido" è un tributo affettuoso e sentito a Fabrizio De André, una morbida ballata dai colori crepuscolari, dove Canossi, nuovo Orfeo compie il suo viaggio agli inferi (o alle superne sfere) a trovare il vate. "Un cero a Santa Sara, regina dei gitani / perché guidi per sempre le mie mani / sicure nelle tasche di quelli che han rubato / calde tra le cosce per il peccato"

"Tira la barba al Fra'" è invece un piccolo romanzo popolare nello spazio ristretto di una canzone. Un poveraccio senza soldi decide di derubare un frate per potersi sposare. Gli tenden un agguato nel bosco e il frate arriva pregando e mangiando carne col suo cane: "Il frate mangiava la carne e lui leccava le ossa". Il brigante improvvisato è "teso come un archetto"
e pensa "Era meglio se restavo single (put, in camuno)" o anche "Se non spengono la luna / non diventerò mai sposo". Alla fine gli salta addosso, ma il frate è grande e grosso e lo malmena col cordone del saio. La storia finisce con la conversione del piccolo briccone che entra in convento col frate. Bella la storia e ben sottolineata dalla musica. Per capire il camuno è indispensabile, se non si è nati a Lozio o dintorni, la traduzione in italiano presente sul libretto. "La neve", a sua volta, non ha nulla che non va, ma è stretta tra la storia del Fra' e quella "Stella clandestina" che resta una delle più belle canzoni sentite quest'anno. Un brano minore, che però si giustifica, perché, come racconta ancora Canossi: "Per me la neve, per noi ragazzi di montagna, è sempre stato il gioco più a buon mercato".

"Stella clandestina" è una di quelle canzoni baciate dalla sorte, dove tutto congiura per farne un punto fisso nel cielo degli ascolti: un tema scottante e dai forti risvolti politico-sociali, un'interpetazione sentita da parte di Canossi, ai suoi massimi, un accompagnamento sontuoso da parte dei Luf che giocano in punta di archetto e di plettro per raccontare una storia che nasce "sullo sfondo di queste leggi "razziali" , grazie alle quali da un giorno all'altro tu ti trovi clandestino. Se ti trovi clandestino e hai 30 anni è un problema, ma se diventi clandestino a due anni cosa fai? Questo è un problema di civiltà. Qualcuno ha tradito il suo vangelo per fare questo". Cosa altro aggiungere? Se non che quando Dario fa una pausa sapiente, poi abbassa il tono e sussurra "stella clandestina / questa notte ... è per te" partono brividi che raggiungono l'altezza di un iceberg. E poi applausi e fiammelle nella notte. Un must!

"Fortuna", "Luna di rame e di ottone", "Basta" e "Regina delle sei" sono ripescaggi da vecchi dischi dei Luf (o nel caso dell'ultimo brano, di quando non erano ancora Luf, ma Charlie Hill Music Company), alcuni più interessanti e altri meno, con una lancia da spezzare per "Regina delle sei" che, affrontando il tema della prostituzione con calore umano, riesce ad avvincere e la partecipazione corale dei Luf è pregante. Ma ci sono ancora due brani su cui soffermarsi e che valgono l'acquisto. "Angelo" e "Littel Monchi", tutte e due caratterizzate dal banjo di Jeio, anche se molto diverse tra loro. "Littel Monchi" (scimmietta, scritto in modo volutamente sgrammaticato) è scritto da Canossi con Fabio Biale e parla di un personaggio che conosciamo anche troppo bene: "Littel monchi / meno male che ci sei tu / il re delle tivù", un personaggio che "le suole vuole alzare / i tacchi per svettare" e meno male che il finale lascia la speranza. "Littel Monchi / meno male che non ci sei più / né tu, né le tue tivù".

"Angelo" invece apparentemente è uno di quei brani che sembra appoggiare il filone baciapiliste di Canossi che mano mano emerge dietro il piombo delle sue canzoni, ma invece è dedicata ad "Angelo Pozzi, volontario vero e sincero". "Quando ancora mi occupavo di politica e facevo il vicesindaco c'erano diverse persone che si occupavano di volontariato, Angelo era uno delle persone più belle che abbia mai conosciuto, mai che facesse pesare il lavoro che faceva, una persona di quelle che te ne accorgi solo quando non ci sono più. E' morto giovane e mi ha toccato il cuore. Ho voluto dedicare questa canzone a lui perché tutti i giorni ci sono tante persone che si fanno ogni giorno un mazzo grosso come una montagna per gli altri e nessuno li ricorda". Gli angeli appunto. E ricordarli ogni tanto non è male.

Lasciamo l'ultimo capitolo per gli ultimi due brani che chiudono degnamente un grande disco: "Il treno delle sei" e "Vorrei". "Il treno delle sei" cresce gradatamente negli ascolti con la sua aria malinconica da fine giornata: "Passa piano il treno delle sei / tu vorresti che ci fosse lei / nevighi da solo nella nebbia / cerchi un altro sfondo alle tua rabbia. / Passano gli amori trasparenti / con le bugie che inciampano nei clienti / i finestrini coprono il tuo viso / vorresti almeno l'ombra di un sorriso". Molto sulle corde dei migliori Gang. "Vorrei" è la canzone giusta per chiudere un disco dei Luf
: "La libertà è l'alba, la notte la paura / i tuoi occhi una preghiera, bestemmia che non dura / catene nelle mani e un rosario tra le dita / l'importante è avere un sogno e poi scommetterci la vita". Dedicata a Mamma Felicia e a Peppino Impastato.

Tirare le somme in fondo è semplice. I Luf sono loro e non temono le imitazioni (a volte cadono nel rischio di imitarsi da soli, ma non è un difetto). Belle canzoni, temi importanti, un suono presente come altre volte mai, limpido, forte e pulito. E una crescita che di disco in disco continua senza deludere mai. Tre anni per fare un disco non sono poi tanti, basta poi suonarlo per tre anni ancora.

I Luf
"Flel"

PerSpartitoPreso - 2010
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I Luf su MySpace

Ultimo aggiornamento: 24-04-2010
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