
Ascolti collegati
Crediti:
Dario Canossi: voce, chitarra
Sergio “Jeio” Pontoriero: banjo, basso (2, 14), djambè,
darbuka, cembalo, shaker, triangolo, batteria (3), voce
Sammy Radaelli: batteria
Fabio Biale: violino, mandolino, voce
Cesare Comito: chitarra acustica, voce
Matteo Luraghi: basso, voce
Stefano Civetta: fisarmonica, voce
Pier Zuin: higland bagpipe, gralla dulce in sol, flauto traverso
irlandese in re, tin whistle in re, bodhran
Davide Van De Sfroos:
voce (2, 4)
Alex e Karim “Circo Abusivo”: (11)
Davide “Billa” Brambilla: fisarmonica
Davide Aldini: flauti (1, 4, 5, 10)
Alberto Guareschi: contrabbasso (3, 10)
Luca Zugnoni: contrabbasso
Ranieri “Ragno” Fumagalli: baghet (12, 13), flauto
(14)
Fabio Rinaudo: uielleman pipes (13)
Testi e musiche di
Dario Canossi eccetto:
“Vorrei” e “Basta” testo di Dario Canossi
e Flavio Oreglio
Traduzione delle strofe di “Flel” in “laghée”
di Davide Van De Sfroos
“Littel Monchi” testo di Dario Canossi e Fabio Biale
Il disco è stato registrato in presa diretta presso Clockwork
studio di Cernusco Lombardone dal 16 al 20 ottobre 2009 da Luca
Zugnoni
Mixato e masterizzato
da Lorenzo Cazzaniga nel febbraio 2010
Produzione artistica e arrangiamenti Sergio Pontoriero e i Luf
Produzione esecutiva Dario Canossi e PerSpartitoPreso
|
I
Luf, nel piccolo ambito della canzone d'autore, sono ormai un classico.
Attivi da una decina di anni e con un seguito di pubblico notevole,
soprattutto nella loro zona di influenza primaria (tra Brianza e Val
Camonica), periodicamente sfornano album di gran valore. Qualche volte
ci scappa qualche canzone sopra la norma e quasi sempre l'alta qualità
viene rispettata. Qua e là poi ci stanno gemme di bellezza
assoluta. Insomma, è noto che stanno tra le quattro zampe che
ci stanno più care. "Flel" nella discografia luffica
(o lupesca?) ci sta a meraviglia, con alcuni punti altissimi, altri
ottimi e solo una piccola dose di routine di brani ottimi per i concerti,
ma meno convincenti su disco. Paradossalmente il brano meno convincente
del disco è quello che dà il titolo all'album: "Flel",
ma poi si incappa in un poker d'assi come "Africa", "Dal
nido", "Stella clandestina" e "Angelo" che
ti scatenano la coazione a ripetere.
E "Flel" sul lettore cresce e prospera. Di ascolto in ascolto
ti affezioni anche ad altri brani, come l'ironica "Littel
Monchi", "Regina delle sei", "Tira la barba al
Fra'", "Luna di rame e di ottone", "Basta",
"Vorrei" . E' raro arrivare alla fine e non
aver voglia di sentirlo ancora. Rispetto alle puntate precedenti,
l'ultima era "Paradis del Diaol" del 2007,
la musica è leggermente più country e meno folk, forse
sotto il condizionamento di un banjo che tra le mani di Jeio Pontoriero
fa faville, forse per una diversa attitudine nel canto. E, dato più
curioso, più la miscela delle nuove canzoni si allontana dallo
schema classico dei Luf e più si trovano gioiellini convincenti.
Insomma, la routine è routine anche per un gruppo innovativo
e fresco. Per cui "Furtuna", "Flel"
e "La Neve" musicalmente suonano
già sentite, mentre "Africa"
e "Angelo" virano leggermente,
ma piacevolmente dallo standard.
Ci sono alcuni punti su cui i Luf non si discutono mai. Testi impegnati
che non trascurano mai il sociale e che riescono a farlo evitando
sempre le trappole in servizio militante e perenne, una cura nella
grafica dei libretti che in questo caso viene accentuata con un booklet
di alto livello, curato sempre dai mitici "zampediverse",
corredato di magnifche foto in bianco e nero in cascina a cura di
Remo Di Gennaro e la generosità della proposta. 14 canzoni
per un totale che supera i 55 minuti di musica e qualche ospitata
di qualità che aggiunge una spezia in più al disco.
Questa volta l'ospite di prestigio è Davide Van De Sfroos che
duetta con Dario Canossi nella title track e nella divertente "Tira
la barba al fra", traducendo anche la strofa di
"Flel" che canta lui dal camuno
al laghèe.
I tamburi tribali di "Africa"
introducono l'album e su di loro si innestano i suoni popolari dei
Luf. Innesto riuscito: "Tu che hai visto l'Africa con gli
occhi dell'aquila / tu che hai visto l'Africa con gli occhi di Dio
/ Tu sei nata in Africa, uno sogno un po' anche mio / tu sei nata
in Africa, lacrima di Dio ... / Straniera in terra nera, bianca solo
per errore / straniera in terra nera, ora nera per amore / cadono
le tende, il vento gonfia le bandiere / batte un cuore allegro al
ritmo delle cavigliere". "Africa
- ci spiega Dario Canossi - è una storia molto strana.
E' il racconto di una ragazza delle valli bergamasche che è
nata e cresciuta in Africa, poi è dovuta tornare in Italia,
ma con questo sogno di Africa sempre nel cuore. E' una visione rovesciata".
Ma non è l'unico momento in cui ripensare al fenomeno dello
scambio e dell'incrocio tra le culture.
"Flel" ha invece in tutto e per
tutto l'aspetto della canzone popolare. Cantata in dialetto camuno,
tranne il cameo laghèe di Van De Sfroos, ha l'andamento di
un ballo sull'aia, nel ricordo di questo bastone con cui in Val Camonica
si batteva il grano per recuperarne fino all'ultimo chicco. E' una
sorta di un canto di lavoro, però ha il difetto che il ritornello
non si stacca dalla strofa e questo in una canzone di 4'34" rende
il tutto uniforme. Gli interventi strumentali peraltro, dove il breve
riff è ripetuto all'eccesso, non riescono a spezzare il monolitismo
del brano che alla lunga lascia una sensazione di già sentito.
Oh, niente di grave, ma se ci sono le canzoni preferite è normale
che ci siano anche quelle meno amate. La relativa "sfortuna"
di "Flel" nell'ambito dei miei ascolti è anche quella
di essere inserita tra due dei brani che più amo, prima "Africa"
e subito dopo "Dal nido".
"Dal nido" è un tributo
affettuoso e sentito a Fabrizio De André, una morbida ballata
dai colori crepuscolari, dove Canossi, nuovo Orfeo compie il suo viaggio
agli inferi (o alle superne sfere) a trovare il vate. "Un
cero a Santa Sara, regina dei gitani / perché guidi per sempre
le mie mani / sicure nelle tasche di quelli che han rubato / calde
tra le cosce per il peccato"
"Tira la barba al Fra'" è
invece un piccolo romanzo popolare nello spazio ristretto di una canzone.
Un poveraccio senza soldi decide di derubare un frate per potersi
sposare. Gli tenden un agguato nel bosco e il frate arriva pregando
e mangiando carne col suo cane: "Il frate mangiava la carne e
lui leccava le ossa". Il brigante improvvisato è "teso
come un archetto"
e pensa "Era meglio se restavo single (put, in camuno)"
o anche "Se non spengono la luna / non diventerò mai sposo".
Alla fine gli salta addosso, ma il frate è grande e grosso
e lo malmena col cordone del saio. La storia finisce con la conversione
del piccolo briccone che entra in convento col frate. Bella la storia
e ben sottolineata dalla musica. Per capire il camuno è indispensabile,
se non si è nati a Lozio o dintorni, la traduzione in italiano
presente sul libretto. "La neve",
a sua volta, non ha nulla che non va, ma è stretta tra la storia
del Fra' e quella "Stella clandestina"
che resta una delle più belle canzoni sentite quest'anno. Un
brano minore, che però si giustifica, perché, come racconta
ancora Canossi: "Per me la neve, per noi ragazzi di montagna,
è sempre stato il gioco più a buon mercato".
"Stella clandestina" è
una di quelle canzoni baciate dalla sorte, dove tutto congiura per
farne un punto fisso nel cielo degli ascolti: un tema scottante e
dai forti risvolti politico-sociali, un'interpetazione sentita da
parte di Canossi, ai suoi massimi, un accompagnamento sontuoso da
parte dei Luf che giocano in punta di archetto e di plettro per raccontare
una storia che nasce "sullo sfondo di queste leggi "razziali"
, grazie alle quali da un giorno all'altro tu ti trovi clandestino.
Se ti trovi clandestino e hai 30 anni è un problema, ma se
diventi clandestino a due anni cosa fai? Questo è un problema
di civiltà. Qualcuno ha tradito il suo vangelo per fare questo".
Cosa altro aggiungere? Se non che quando Dario fa una pausa sapiente,
poi abbassa il tono e sussurra "stella clandestina / questa
notte ... è per te" partono brividi che raggiungono
l'altezza di un iceberg. E poi applausi e fiammelle nella notte. Un
must! "Fortuna",
"Luna di rame e di ottone",
"Basta" e "Regina
delle sei" sono ripescaggi da vecchi dischi dei
Luf (o nel caso dell'ultimo brano, di quando non erano ancora Luf,
ma Charlie Hill Music Company), alcuni più interessanti e
altri meno, con una lancia da spezzare per "Regina
delle sei" che, affrontando il tema della prostituzione
con calore umano, riesce ad avvincere e la partecipazione corale
dei Luf è pregante. Ma ci sono ancora due brani su cui soffermarsi
e che valgono l'acquisto. "Angelo"
e "Littel Monchi", tutte e due
caratterizzate dal banjo di Jeio, anche se molto diverse tra loro.
"Littel Monchi" (scimmietta, scritto in modo volutamente
sgrammaticato) è scritto da Canossi con Fabio Biale e parla
di un personaggio che conosciamo anche troppo bene: "Littel
monchi / meno male che ci sei tu / il re delle tivù",
un personaggio che "le suole vuole alzare / i tacchi per svettare"
e meno male che il finale lascia la speranza. "Littel Monchi
/ meno male che non ci sei più / né tu, né
le tue tivù".
"Angelo" invece apparentemente
è uno di quei brani che sembra appoggiare il filone baciapiliste
di Canossi che mano mano emerge dietro il piombo delle sue canzoni,
ma invece è dedicata ad "Angelo Pozzi, volontario vero
e sincero". "Quando ancora mi occupavo di politica
e facevo il vicesindaco c'erano diverse persone che si occupavano
di volontariato, Angelo era uno delle persone più belle che
abbia mai conosciuto, mai che facesse pesare il lavoro che faceva,
una persona di quelle che te ne accorgi solo quando non ci sono
più. E' morto giovane e mi ha toccato il cuore. Ho voluto
dedicare questa canzone a lui perché tutti i giorni ci sono
tante persone che si fanno ogni giorno un mazzo grosso come una
montagna per gli altri e nessuno li ricorda". Gli angeli
appunto. E ricordarli ogni tanto non è male.
Lasciamo l'ultimo capitolo per gli ultimi due brani che chiudono
degnamente un grande disco: "Il treno delle sei"
e "Vorrei". "Il treno delle
sei" cresce gradatamente negli ascolti con la sua aria malinconica
da fine giornata: "Passa piano il treno delle sei / tu
vorresti che ci fosse lei / nevighi da solo nella nebbia / cerchi
un altro sfondo alle tua rabbia. / Passano gli amori trasparenti
/ con le bugie che inciampano nei clienti / i finestrini coprono
il tuo viso / vorresti almeno l'ombra di un sorriso".
Molto sulle corde dei migliori Gang. "Vorrei"
è la canzone giusta per chiudere un disco dei Luf:
"La libertà è l'alba, la notte la paura /
i tuoi occhi una preghiera, bestemmia che non dura / catene nelle
mani e un rosario tra le dita / l'importante è avere un sogno
e poi scommetterci la vita". Dedicata a Mamma Felicia
e a Peppino Impastato.
Tirare le somme in fondo è semplice. I Luf sono loro e non
temono le imitazioni (a volte cadono nel rischio di imitarsi da
soli, ma non è un difetto). Belle canzoni, temi importanti,
un suono presente come altre volte mai, limpido, forte e pulito.
E una crescita che di disco in disco continua senza deludere mai.
Tre anni per fare un disco non sono poi tanti, basta poi suonarlo
per tre anni ancora.
I
Luf
"Flel"
PerSpartitoPreso - 2010
Nei negozi di dischi, ai concerti e sul
sito
|