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Le BiELLE RECENSIONI
Michele Gazich: "Dieci esercizi per volare"
Gli angeli si imbarcano sulla Nave dei folli
di Giorgio Maimone


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Crediti:
Michele Gazich (violino, viola, pianoforte, wurlitzer); Luciana Vaona (voce); Marco Lamberti (chitarra classica, chitarra elettrica); Fabrizio Carletto (basso e contrabbasso). Beppe Donadio (pianoforte e wurlitzer)



Testi e musiche di Michele Gazich

Arrangiament: Michele Gazich
Registrato tra maggio e dicembre 2009

Traduzioni inglesi di Mark Olson.
Fotografie di Cinza C.
Disegni originali di Alice Falchetti

Tracklist

01. Canzone delle pietra che rotola
02. Sanguedolce
03. L'Angelo ubriaco
04. L'Angelo ucciso
05. Non ho ali

06. Dieci esercizi per volare
07. Chi vede l'Angelo?
08. L'Angelo di Saorge
09. Hai mai sentito ardere il tuo cuore?
10. Stella guarda stelle





Michele Gazich ha visto gli angeli. Niente di grave. E’ quando si vedono i demoni che la propria vita può essere arrivata a fine corsa. Ne ha visti tanti: almeno quattro, ma poi, sulla sua Nave dei folli, ha imbarcato anche “Dieci esercizi per volare”, l’ape-puttana di “Sanguedolce”, la “pietra che rotola” di Joe Hill, più ali, stelle e cuori ardenti. Il risultato è sorprendente per chi non abbia mai ascoltato il primo disco del gruppo costituito dal violinista bresciano; è invece una conferma per chi quel disco aveva ascoltato e anche amato.

Eppure ci sono variazioni sostanziali di impianto, oltre ad alcune altrettanto sostanziali conferme. Resta, per ora, la voce di Luciana Vaona come voce portante di tutti i brani (Michele scrive le canzoni, suona viola, violino e piano, arrangia, ma non canta), resta il bassista dell’album precedente Fabrizio Carletto, ma il pianoforte di Beppe Donadio viene sostituito, tranne in due brani, o dal piano suonato da Gazich o dalla chitarra acustica ed elettrica di Marco Lamberti che dà una decisa impronta personale al suono.

La scommessa della Nave dei folli era stata quella di fare un disco di folk rock che rinunciasse a chitarra e batteria. Nel secondo album è rimasta solo la rinuncia alla batteria, mentre la chitarra prende subito la sua parte nella “Canzone della pietra che rotola” e soprattutto nelle rockate “Non ho ali” e “Hai mai sentito ardere il tuo cuore”, dove il fragore delle elettriche si mescola con lo stridore di un violino indemoniato che neanche Jimi Hendrix.

Sono brani strani, sbilenchi e carichi, al servizio di testi non enfatici e che hanno un sapore del tutto particolare: può non piacere al primo ascolto, ma ha bisogno di passaggi successivi per fare accettare la sua diversità. Chiaro che le morbide ballate che costituiscono la maggior parte del disco hanno un’accettabilità maggiore, ma di ascolto in ascolto i rock in punta di violino di Gazich conquistano la platea.

Come la volta precedente l’album è diviso in facciata A e facciata B, come avveniva per i vecchi long playing: cinque brani di qua e cinque di là. Ancora un brano vivace in apertura: là era “L’idiota è tornato in città”, qua è “Canzone della pietra che rotola” e ancora una brano dedicato a un poeta, uno dei suoi poeti preferiti, che là era Ezra Pound e qui è Pierpaolo Pasolini. Ma su 10 brani almeno 7 sono i gioielli della corona e in ognuna delle canzoni si possono ritrovare spunti di quella che Michele Gazich chiama “qualità: da ogni punto di vista, dalla musica al progetto grafico al packaging”. Infatti qualità è il termine col quale ci si raffronta e bisogna dire che, contrariamente al primo, pur magnifico, questo secondo abbonda di maggiori coloriture: sempre Gazich infatti afferma: “il primo album era il disegno, in questo ci abbiamo messo i colori”. E il riferimento immediato è anche alle copertine: bianca la prima, turchese la seconda .

Si parte, come abbiamo detto più volte dalla “Canzone della pietra che rotola”, che prende le mosse da una frase di Joe Hill, storico sindacalista americano che amava dire “Pietra che rotola non fa muschio”. Gazich ha scoperto che la frase ha una radice in latino ha riportato a casa il proverbio e la musica che, partendo da territori vicino al country folk si collega direttamente alla tradizione della curenta occitanica.

Dolcissima la successiva ”Sanguedolce”: "Ho il sangue dolce come vino da messa / sono ape e puttana, io so volare / Non chiedermi niente, ti basta guardare / Col dito sul labbro ti dico – silenzio - / la notte fa un muro attorno al mio cuore / viola è la fiamma, avvolge la stanza”. E’ una canzone intima e misteriosa, pertanto piena di umori di vita.

L’angelo ubriaco” è il primo rock per violino del disco e ci vuole un po’ a entrare nel mood che però gradatamente ti conquista. E’ anche il primo angelo che incontriamo e, nonostante l’abuso delle maiuscole da parte di Gazich che dà fastidio a un approccio totalmente laico come il mio, non è un angioletto new age, ma un angelo terribile che si muove “su scale di vetro e follia / cade e non riesce a cadere / cade a cavallo del vento” e il compito dell’angelo ubriaco è di “insegnare a capire il dolore”. Non so perché ma si nutre istintiva simpatia per un angelo ubriaco. Non decaduto, no, solo ubriaco e che dice “si vive quando si ama / si muore quando si deve”.

Struggente è la successiva “L’Angelo ucciso” (a parte la maiuscola), dove il riferimento è a Pasolini: “Tu scrivevi mentre l’Italia moriva / tu pregavi il Cristo dei contadini / e la terra era bianca, era cotta, bruciata dal sole / il tuo sangue, il sudario, la riva del mare”. Solo chitarra classica, voce e archi per un’esecuzione di grande spessore. In un album coronato di gioielli, questa è la perla più splendente. La voce di Luciana Vaona è un soffio flebile, su un registro più acuto del solito “per evocare quella sottile e mite di Pier Paolo Pasolini”, dice Gazich. “La tua voce era dolce e sottile / il belato d’agnello di chi non resiste ai potenti / c’è chi prova ad infamarti, prova a dimenticare / la tua voce da morto è un grido che non puoi fermare”.

Non ho ali” è un nuovo rock violinistico, dove l’archetto e le dita impazzite di Gazich fanno a gara con la chitarra elettrica di Marco Lamberti, prima di aprirsi in specchi d’acqua di oscura pace. Ma è solo un momento. Segue subito una nuova impennata, prima di una planata lenta. Le discese ardite e le risalite quasi capovolte: le risalite ardite e le discese lente. “Io sono il passo dell’uomo in cammino / sono lo sguardo dell’uomo che muore”.

E dopo tante ferite c’è bisogno fisico di una pausa e questa è la title track “Dieci esercizi per volare”: una filastrocca che parte dalla necessità, col primo esercizio, di tornare bambino “torni bambino e il mondo è diverso / stai già volando nel cielo terso”, per tornare, dopo nove tappe al decimo esercizio: “Numero dieci nasce tuo figlio / dentro i suoi occhi ritorni bambino / se vuoi dargli ali stagli vicino / ritorna indietro al numero uno”.

"Chi vede l'Angelo?" è un'altra delicata ballata tratteggiata da chitarra acustica e viola. La parte musicale è di una dolcezza struggente. Il canto però, nonostante la delicatezza del testo, ricorda qualcosa già sentito. Forse Gazich cita se stesso. Molto bello invece l'inciso recitato che riesce a creare la magia di una notte di Natale: "Chi vede l'Angelo non deve scappare / chi vede l'Angelo va dal pescatore / chi vede l'Angelo in riva al mare / tutta la notte gioca all'amore" E' un invito ad accettare il magico e il misterioso quando irrompono nella nostra vita.

"L'angelo di Saorge" è la canzone che mi piace meno del lotto. Troppo "compresa" e trepida, troppo partecipata del divino per scuotere la corteccia di un vecchio agnostico. Credo poi che possano esserci giorni migliori e peggiori per morire. Difficilmente un posto. Che è poi il tema del brano. E una frase come "ti prego aiutami a morire" mi dà addirittura un certo fastidio. Se poi si aggiunge una trama musicale troppo tenue, appena appena accennata ecco che andiamo oltre la mia soglia personale di sopportazione "mistica". Delicatissimo il piano wurlitzer che scandisce il brano col solo accompagnamento del basso. Il clima è reso bene. Il crinale è tra credere e non credere. Aderire oppure no.

"Hai mai sentito ardere il tuo cuore?" presenta un drastico cambio di atmosfere che viene accolto con gioia. Rock con spunti progressive, tempi rallentati e dilatati e improvvise sgroppate con il violino che cerca il tutti i modi di disarcionare la chitarra. Una galoppata furiosa che pur partendo da una frase biblica, può arrampicarsi ovunque e andare bene per qualsiasi palato, persino con una piccola distorsione noise nel finale.

"Stella guarda le stelle" è ancora una delicatissima ballata, quasi una ninna nanna adatta a chiudere un disco di peso e impegnativo come questo. Forse un po' troppo classica a questo punto e quasi si potrebbe dire un po' attesa. Ma sono poco meno di tre minuti finali che servono a riepilogare i temi gettati sul tappeto nella traversata di una notte: "La barca è sulla riva / la notte è già mattina".

Piccoli appunti che non cambiano la sostanza del discorso. La nave dei folli è tornata per mare a seminare le sue buone novelle, fatte di visioni, di atmosfere pulite, di musica gentile, di storie da raccontare per tutti quelli che le vorranno ascoltare. L'equipaggio a bordo è sereno, sotto la guida sicura di capitan Gazich. Veleggia con ritmi lenti verso nuove avventure musicali che, se le premesse continuano a essere rispettate, saranno sempre più avvincenti.

Michele Gazich e la Nave dei folli
"Dieci esercizi per volare"

Fono Bisanzio - 2010
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La nave dei folli

Ultimo aggiornamento: 05-04-2010
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