
Ascolti collegati
Crediti:
Michele
Gazich (violino, viola, pianoforte, wurlitzer); Luciana Vaona
(voce); Marco Lamberti (chitarra classica, chitarra elettrica);
Fabrizio Carletto (basso e contrabbasso). Beppe Donadio (pianoforte
e wurlitzer)
Testi e musiche di Michele Gazich
Arrangiament: Michele Gazich
Registrato tra maggio e dicembre 2009
Traduzioni inglesi di Mark Olson.
Fotografie di Cinza C.
Disegni originali di Alice Falchetti
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Michele
Gazich ha visto gli angeli. Niente di grave. E’ quando si vedono
i demoni che la propria vita può essere arrivata a fine corsa.
Ne ha visti tanti: almeno quattro, ma poi, sulla sua Nave dei folli,
ha imbarcato anche “Dieci esercizi per volare”, l’ape-puttana
di “Sanguedolce”, la “pietra che rotola” di
Joe Hill, più ali, stelle e cuori ardenti. Il risultato è
sorprendente per chi non abbia mai ascoltato il primo disco del gruppo
costituito dal violinista bresciano; è invece una conferma
per chi quel disco aveva ascoltato e anche amato.
Eppure ci sono variazioni sostanziali di impianto, oltre ad alcune
altrettanto sostanziali conferme. Resta, per ora, la voce di Luciana
Vaona come voce portante di tutti i brani (Michele scrive le canzoni,
suona viola, violino e piano, arrangia, ma non canta), resta il bassista
dell’album precedente Fabrizio Carletto, ma il pianoforte di
Beppe Donadio viene sostituito, tranne in due brani, o dal piano suonato
da Gazich o dalla chitarra acustica ed elettrica di Marco Lamberti
che dà una decisa impronta personale al suono.
La scommessa della Nave dei folli era stata quella di fare un disco
di folk rock che rinunciasse a chitarra e batteria. Nel secondo album
è rimasta solo la rinuncia alla batteria, mentre la chitarra
prende subito la sua parte nella “Canzone della
pietra che rotola” e soprattutto nelle rockate
“Non ho ali” e “Hai
mai sentito ardere il tuo cuore”, dove il fragore
delle elettriche si mescola con lo stridore di un violino indemoniato
che neanche Jimi Hendrix.
Sono brani strani, sbilenchi e carichi, al servizio di testi non enfatici
e che hanno un sapore del tutto particolare: può non piacere
al primo ascolto, ma ha bisogno di passaggi successivi per fare accettare
la sua diversità. Chiaro che le morbide ballate che costituiscono
la maggior parte del disco hanno un’accettabilità maggiore,
ma di ascolto in ascolto i rock in punta di violino di Gazich conquistano
la platea.
Come la volta precedente l’album è diviso in facciata
A e facciata B, come avveniva per i vecchi long playing: cinque brani
di qua e cinque di là. Ancora un brano vivace in apertura:
là era “L’idiota è tornato in
città”, qua è “Canzone
della pietra che rotola” e ancora una brano dedicato
a un poeta, uno dei suoi poeti preferiti, che là era Ezra Pound
e qui è Pierpaolo Pasolini. Ma su 10 brani almeno 7 sono i
gioielli della corona e in ognuna delle canzoni si possono ritrovare
spunti di quella che Michele Gazich chiama “qualità:
da ogni punto di vista, dalla musica al progetto grafico al packaging”.
Infatti qualità è il termine col quale ci si raffronta
e bisogna dire che, contrariamente al primo, pur magnifico, questo
secondo abbonda di maggiori coloriture: sempre Gazich infatti afferma:
“il primo album era il disegno, in questo ci abbiamo messo
i colori”. E il riferimento immediato è anche alle
copertine: bianca la prima, turchese la seconda .
Si parte, come
abbiamo detto più volte dalla “Canzone
della pietra che rotola”, che prende le mosse
da una frase di Joe Hill, storico sindacalista americano che amava
dire “Pietra che rotola non fa muschio”. Gazich
ha scoperto che la frase ha una radice in latino ha riportato a
casa il proverbio e la musica che, partendo da territori vicino
al country folk si collega direttamente alla tradizione della curenta
occitanica.
Dolcissima
la successiva ”Sanguedolce”:
"Ho il sangue dolce come vino da messa / sono ape e puttana,
io so volare / Non chiedermi niente, ti basta guardare / Col dito
sul labbro ti dico – silenzio - / la notte fa un muro attorno
al mio cuore / viola è la fiamma, avvolge la stanza”.
E’ una canzone intima e misteriosa, pertanto piena di umori
di vita.
“L’angelo
ubriaco” è il primo rock per violino
del disco e ci vuole un po’ a entrare nel mood che però
gradatamente ti conquista. E’ anche il primo angelo che incontriamo
e, nonostante l’abuso delle maiuscole da parte di Gazich che
dà fastidio a un approccio totalmente laico come il mio,
non è un angioletto new age, ma un angelo terribile che si
muove “su scale di vetro e follia / cade e non riesce
a cadere / cade a cavallo del vento” e il compito dell’angelo
ubriaco è di “insegnare a capire il dolore”.
Non so perché ma si nutre istintiva simpatia per un angelo
ubriaco. Non decaduto, no, solo ubriaco e che dice “si
vive quando si ama / si muore quando si deve”.
Struggente
è la successiva “L’Angelo ucciso”
(a parte la maiuscola), dove il riferimento è a Pasolini:
“Tu scrivevi mentre l’Italia moriva / tu pregavi
il Cristo dei contadini / e la terra era bianca, era cotta, bruciata
dal sole / il tuo sangue, il sudario, la riva del mare”.
Solo chitarra classica, voce e archi per un’esecuzione di
grande spessore. In un album coronato di gioielli, questa è
la perla più splendente. La voce di Luciana Vaona è
un soffio flebile, su un registro più acuto del solito “per
evocare quella sottile e mite di Pier Paolo Pasolini”, dice
Gazich. “La tua voce era dolce e sottile / il belato d’agnello
di chi non resiste ai potenti / c’è chi prova ad infamarti,
prova a dimenticare / la tua voce da morto è un grido che
non puoi fermare”.
“Non
ho ali” è un nuovo rock violinistico,
dove l’archetto e le dita impazzite di Gazich fanno a gara
con la chitarra elettrica di Marco Lamberti, prima di aprirsi in
specchi d’acqua di oscura pace. Ma è solo un momento.
Segue subito una nuova impennata, prima di una planata lenta. Le
discese ardite e le risalite quasi capovolte: le risalite ardite
e le discese lente. “Io sono il passo dell’uomo in cammino
/ sono lo sguardo dell’uomo che muore”.
E dopo tante
ferite c’è bisogno fisico di una pausa e questa è
la title track “Dieci esercizi per volare”:
una filastrocca che parte dalla necessità, col primo esercizio,
di tornare bambino “torni bambino e il mondo è diverso
/ stai già volando nel cielo terso”, per tornare, dopo
nove tappe al decimo esercizio: “Numero dieci nasce tuo
figlio / dentro i suoi occhi ritorni bambino / se vuoi dargli ali
stagli vicino / ritorna indietro al numero uno”.
"Chi vede l'Angelo?" è
un'altra delicata ballata tratteggiata da chitarra acustica e viola.
La parte musicale è di una dolcezza struggente. Il canto
però, nonostante la delicatezza del testo, ricorda qualcosa
già sentito. Forse Gazich cita se stesso. Molto bello invece
l'inciso recitato che riesce a creare la magia di una notte di Natale:
"Chi vede l'Angelo non deve scappare / chi vede l'Angelo
va dal pescatore / chi vede l'Angelo in riva al mare / tutta la
notte gioca all'amore" E' un invito ad accettare il magico
e il misterioso quando irrompono nella nostra vita.
"L'angelo di Saorge" è
la canzone che mi piace meno del lotto. Troppo "compresa"
e trepida, troppo partecipata del divino per scuotere la corteccia
di un vecchio agnostico. Credo poi che possano esserci giorni migliori
e peggiori per morire. Difficilmente un posto. Che è poi
il tema del brano. E una frase come "ti prego aiutami a morire"
mi dà addirittura un certo fastidio. Se poi si aggiunge una
trama musicale troppo tenue, appena appena accennata ecco che andiamo
oltre la mia soglia personale di sopportazione "mistica".
Delicatissimo il piano wurlitzer che scandisce il brano col solo
accompagnamento del basso. Il clima è reso bene. Il crinale
è tra credere e non credere. Aderire oppure no.
"Hai mai sentito ardere il tuo cuore?"
presenta un drastico cambio di atmosfere che viene accolto con gioia.
Rock con spunti progressive, tempi rallentati e dilatati e improvvise
sgroppate con il violino che cerca il tutti i modi di disarcionare
la chitarra. Una galoppata furiosa che pur partendo da una frase
biblica, può arrampicarsi ovunque e andare bene per qualsiasi
palato, persino con una piccola distorsione noise nel finale.
"Stella guarda le stelle" è
ancora una delicatissima ballata, quasi una ninna nanna adatta a
chiudere un disco di peso e impegnativo come questo. Forse un po'
troppo classica a questo punto e quasi si potrebbe dire un po' attesa.
Ma sono poco meno di tre minuti finali che servono a riepilogare
i temi gettati sul tappeto nella traversata di una notte: "La
barca è sulla riva / la notte è già mattina".
Piccoli appunti che non cambiano la sostanza del discorso. La nave
dei folli è tornata per mare a seminare le sue buone novelle,
fatte di visioni, di atmosfere pulite, di musica gentile, di storie
da raccontare per tutti quelli che le vorranno ascoltare. L'equipaggio
a bordo è sereno, sotto la guida sicura di capitan Gazich.
Veleggia con ritmi lenti verso nuove avventure musicali che, se
le premesse continuano a essere rispettate, saranno sempre più
avvincenti.
Michele
Gazich e la Nave dei folli
"Dieci esercizi per volare"
Fono Bisanzio - 2010
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