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Tutto
cominciò quando un giorno suo padre del futuro giunse
da Budapest con una chitarra in dono per il giovane figlio.
Fu subito affascinamento e amore a prima vista che sfociò
in un rapporto destinato a durare per tutta la vita, non con
quella chitarra specifica ma con tante altre a cominciare dal
desiderio che accese di possedere una Fender Stratocaster.
Se il pianoforte ha rappresentato il mobile borghese
per eccellenza, specchio di floridezza economica e di posizione
sociale, e il sassofono è stato lo strumento preso a
simbolo del jazz, con la sua mobilità e quindi socialità
esterna alle mura domestiche, la chitarra elettrica diventa
il simbolo del rock, forse il primo linguaggio universale della
storia, quello più elementare nell’approccio tra
gli esseri umani, dice l’autore del libro.
Da qui inizia l’avventura di un ragazzo e di
una generazione «innamorati della musica e della libertà»
nella quale si mescolarono politica e rabbia in un intreccio
spesso inconsapevole mosso però da un forte elemento
comune dato dal bisogno di dare spazio a una «fortissima
vitalità. Energia».
E’ in questa generazione che egli si affaccia, diciassettenne,
negli anni Sessanta. Giovane come gli altri ma attanagliato
da paure e angosce una specie di senso di insicurezza cosmica
dovuta al terrore della possibile guerra termonucleare. Un’infelicità
addolcita e resa sopportabile dalla musica. Già all’età
di 14 anni suona in una band con amici nella Sinagoga perché
la sua famiglia, emigrata dalla Russia all’Inghilterra,
era di origini ebraiche. Facile poi il trascinamento nel mondo
del rock, in quella che definisce la conclamata follia che sta
contagiando la sua generazione.
Giovanissimo con una band finisce a suonare ad Amburgo e da
lì passa in Italia dove, con gli altri componenti del
gruppo, diventando i mitico Rokes. Suonano inizialmente per
Teddy Reno e Rita Pavone, poi conoscono una repentina affermazione
personale.
E’ il tempo di "Ma che colpa abbiamo
noi", "E’ la pioggia che va", Piangi con
me!", e altre canzoni ancora. Sono ventenni
la vita gli piomba addossa, tutta e all’improvviso. Una
vita di musica, di lavoro, di spostamenti, di serate, una vita
comunitaria, vissuta in gruppo, in compagnia in un contesto
nel quale stavano «calando le difese immunitaria del pudore»:
«eravamo sempre circondati da donne, dopo la fama la nostra
casa sembrava addirittura un’agenzia per fotomodelle.
Si faceva sesso con tutte. In quegli anni non c’era alcuna
ipocrisia nel sesso».
Vivere alla giornata, da rockstar, spendere un sacco di soldi,
non pensare al futuro, questi sono i Rokes in attesa del ‘68.
E la coscienza sociale e politica, ce l’avevamo? Si domanda.
Quella politica no, dice, soprattutto perché, venendo
dall’Inghilterra, della politica italiana capivamo poco.
Ma una coscienza sociale sì. Nei comportamenti, nelle
parole noi non dividevamo più la società in conservatori
e progressisti, ma in “noi” e “voi”
segnalando la diffusione di un conflitto che era generazionale.
Così accadde che i giovani trovassero nelle loro canzoni
«il libretto d’istruzione d’istruzione per
smontare il mondo e rimontarlo».
Il ’68 per Shel e i Rokes è un momento di cesura,
una svolta politica, una richiesta di impegno che non ressero,
difatti la storia del gruppo si conclude nell’agosto 12
agosto 1970. Il ’68 rammenta non li aveva perdonati, erano
ancora popolari, ma non erano più i detentori del verbo,
un nuovo soggetto si autorappresentava e si dava una mitologia
nuova. Loro capirono e si sentirono solo una piccola parte di
ciò aveva ispirato il ’68, che era un fatto nuovo
e richiedeva un passaggio di testimone.
Terminata quell’esperienza Shel diventa nei decenni successivi
uno che «lavora nella musica». Scrive e compone,
lavora con Mina, Patty Pravo e tanti altri artisti, ha una famiglia.
La prima s’interrompe tragicamente, ma gli lascia comunque
una figlia, poi ricostruisce un altro rapporto, un’altra
famiglia, altri figli.
E’ questa la dimensione lunga del tempo di vita di Shell,
che lui rivendica e descrive nei particolari, quasi a voler
sottrarre il suo nome dal momento esclusivo che lo associa ai
Rokes. Una storia quest’ultima, certo folgorante, ma non
esaustiva di tutta la sua vita, del suo carattere, delle sue
idee e delle sue creazioni artistiche.
Shel
Shapiro
"Io sono immortale"
Mondadori - pag.226
€ 18.00 - 2010
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